Dalla parte di Umberto Ambrosoli ricordando il padre Giorgio

Ambrosoli può vincere. Anzi, deve vincere. Perché c’è ancora un conto aperto con la storia avvelenata del nostro Paese. A me, cronista di tanti putridumi che si sono svolti nei sotterranei d’Italia, è capitato per anni di pensare che la nostra società si stesse suddividendo un po’ elementarmente in due schieramenti: da una parte quelli per Michele Sindona, il bancarottiere alleato con politici potenti, mafiosi, esponenti della finanza vaticana, sparsi nel mondo e privi di limiti morali, e, dall’altra parte, quelli per Giorgio Ambrosoli, il padre di Umberto fatto assassinare da  Sindona sul marciapiede sotto casa, in una notte d’estate a Milano, col suo carico di luminosi princìpi, portatore di valori assai forti, dall’onestà limpida al profondo e indomito senso del dovere. Nel mezzo, tra i due schieramenti, tutti quelli (e sono stati tanti) che, per pavidità o disinteresse o convenienza non hanno mai voluto capire fino in fondo lo scontro e  hanno scelto una colpevole neutralità che, di fatto, ha lasciato prosperare, non troppo disturbati, i manigoldi. Ho seguito, come giornalista prima a Panorama, quando era diretto da Lamberto Sechi, e poi all’Espresso di Livio Zanetti, i fatti d’Italia avendo dentro di me queste convinzioni.

Avevo conosciuto personalmente Giorgio Ambrosoli e mi era parso di capire le sue preoccupazioni e le sue soddisfazioni, mentre sulla lavagna nell’ufficio alla banca Privata andava giorno per giorno ricostruendo gli sporchi percorsi dei denari affidati in buona fede da tanti cittadini alle banche di Sindona. Ci eravamo intesi, con Ambrosoli: mi piacevano le sue battute, mi colpiva la sua lucidità e, soprattutto, apprezzavo il suo coraggio e la sua determinazione di uomo solitario e perbene. Quando fu assassinato temetti che lo scontro che avevo sempre presente dentro di me fosse concluso, con la vittoria della parte ignobile. Poi è venuta l’amicizia sempre più profonda con Umberto, con la sua mamma, con i fratelli, con il maresciallo Silvio Novembre, generoso e integerrimo collaboratore di Ambrosoli. E ho capito che Sindona con tutti i suoi puzzolenti alleati e complici non poteva, non doveva vincere. Sono stati anni di lotta, anche di solitudine, di fatiche e di ricerche. Non ho mai potuto dimenticare che nessuno degli uomini di governo, di alto potere pubblico, escluso il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, partecipò ai funerali di Giorgio Ambrosoli e gli rese il dovuto omaggio.

Via via negli anni il profilo di Sindona è andato sbiadendo, sostituito da agguerriti seguaci, accomunati dalla voglia di non rispettare in alcun modo le regole. Anzi, di costruirsele a loro piacimento e godimento. E sempre, continuo, lo scontro con i pochi che non volevano dimenticare l’insegnamento di Ambrosoli. Così fino a oggi.

La candidatura di Umberto alla guida della Lombardia rappresenta, lo voglia o non lo voglia l’interessato, un alto, spero l’ultimo capitolo, di quella lunga storia. Nessuno vuole caricare il giovane Ambrosoli di un peso così grosso: lui ha da solo la capacità di guidare, capire, scegliere. E’ bravo, ha dentro di sé i princìpi e la preparazione giusta, è onesto e intelligente. Può e deve vincere perché merita, al di là del suo cognome, di essere scelto, soprattutto dopo le squallide turbolenze lombarde del passato regionale recente. Ai miei occhi di cronista già il suo impegno in politica è oggettivamente la significativa tappa di un percorso lungo e drammatico dove alla fine mi auguro che inaspettatamente sia davvero il giusto ad aver ragione. In bocca al lupo, Umberto.

* L’autore è stato giornalista prima di Panorama e poi dell’Espresso

1 commento

  • E le primarie?
    Esistono tre candidati alla guida della regione Lombardia: non capisco questo appoggio preventivo ad uno di essi per le prossime elezioni regionali; avrei capito di più una dichiarazione di preferenza per Ambrosoli rispetto agli altri due candidati. Anche se la preferenza non mi avrebbe trovato d’accordo.
    Niente da dire sulla persona, ci mancherebbe altro; niente da dire su ciò che quel nome simboleggia, ci mancherebbe altro.
    Ma è sufficiente questo per farlo scegliere tra i candidati alla presidenza della Regione? Non mi è ancora chiaro quale sia il suo programma: so solo che intende “andare oltre la sinistra”, e mi chiedo perché mai, e mi chiedo cosa significhi andare oltre la sinistra. Mi auguro che non voglia dire cercare un’alleanza con l’Udc, complice di vent’anni di governo Formigoni, mi auguro che non voglia dire cercare una sponda in Comunione e Liberazione, di cui lo stesso Formigoni è un autorevole esponente, come altri partecipanti alla sua giunta.
    Io non so se è vero che senza l’appoggio dell’Udc non si può conquistare la Regione Lombardia. Però so che molti di coloro che fanno questa affermazione sono gli stessi che volevano presentare candidature più “centriste” alle elezioni per la carica di Sindaco di Milano. Alcuni di loro, ricordo, avevano perfino fatto il nome dell’ex-sindaco Albertini. Però credo che la differenza la faccia il programma: un programma in grado di attirare gli elettori anche se non schierati ideologicamente a sinistra. Gli elettori non sono i partiti, e possono – anzi debbono – essere convinti.
    E per una volta, anche in Regione Lombardia, vorrei avere la percezione di essere io a vincere, e non un raggruppamento eterogeneo sempre alla ricerca di compromessi e che in nessun modo mi può rappresentare.
    È troppo sperare in una riedizione della serata arancione di Pisapia? Per me no: per questo, scusatemi tanto, ma alle primarie non voterò per Ambrosoli.

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