Nostra signora Costituzione. Zagrebelsky: “Serve solo la buona politica”

L’autunno, improvvisamente. Si potrebbe definire così la nuova, e speriamo folgorante, stagione di fermenti politici, culturali e sociali a sinistra. A un anno dalla caduta del premier Silvio Berlusconi, qualcosa si muove al di fuori della palude che sembra avvolgere le principali forze politiche in campo. Mentre il Pd avanza col progetto delle primarie, pochi giorni fa è stato presentato “Cambiare si può“, appello lanciato da Marco Revelli, Paul Ginsborg, Luciano Gallino e Livio Pepino, con al centro i temi del lavoro e della crisi. Settanta i firmatari iniziali, da esponenti della sinistra intellettuale a protagonisti della scena come Sabina Guzzanti, da operai della Fiom, che intanto si dichiara neutrale, al Movimento dei sindaci, cioè la lista Arancione con a capo Luigi De Magistris, a cui vanno le simpatie di Leoluca Orlando, e che guarda a Marco Doria e Giuliano Pisapia. Dentro ci sono anche no Tav e partecipanti del comitato No Dal Molin di Vicenza. Una galassia variegata, difficile da mettere insieme su un programma comune, che non ha mai trovato un’adeguata rappresentanza. L’obiettivo è alto: superare la soglia del 5 per cento. Un primo appuntamento è rappresentato dall’assemblea del primo dicembre per fare la conta.

Adesso nel panorama politico è la volta di Libertà e Giustizia. Il suo presidente onorario, Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, scrive “Per una stagione costituzionale. Non parole vuote ma atti di contrizione“, con cui tiene a battesimo la grande manifestazione del prossimo 24 novembre al Mediolanum Forum di Assago a Milano, 10mila posti che si spera di colmare fino a esaurimento. Partecipano Sandra Bonsanti, Umberto Eco, Roberto Saviano, Paul Ginsborg, Gad Lerner, Don Virginio Colmegna, Nando dalla Chiesa, Salvatore Settis, Lorenza Carlassare, Simona Peverelli, Elisabetta Rubini. Sarà proiettato un video-messaggio di Moni Ovadia. Sul palco anche Tindaro Granata, attore che presenterà un brano tratto dal monologo “Antropolaroid”. Tra gli aderenti al manifesto, che saranno presenti, Ivan Lo Bello, Roberta De Monticelli, Bice e Carla Biagi, Filippo di Robilant, Stefano Pareglio.

Se l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, come recita il primo articolo della Costituzione, la nostra Carta è in questo caso la stella polare della proposta di LeG, nostra signora Costituzione appunto. “Serve solo la buona politica”, sostiene Zagrebelsky, perché “i cattivi costumi si combattono con i buoni costumi”. Il documento inaugura un nuovo decennio di attività di LeG, “non un partito politico, ma un’associazione di cultura politica, ispirata ai due principi indicati nella sua stessa denominazione”. Un nuovo manifesto, insomma, per un nuovo decennio, che arriva in un momento di crisi di ideali e vuole combattere l’antipolitica e riaffermare i valori fondanti della democrazia. LeG, infatti, si presentò il 18 novembre 2002 al Piccolo Teatro Studio di Milano, tenuta a battesimo da un gruppo di garanti, in cui insieme all’architetto Gae Aulenti, da poco scomparsa, c’erano Giovanni Bachelet, Enzo Biagi, Umberto Eco, Alessandro Galante Garrone, Claudio Magris, Guido Rossi, Giovanni Sartori e Umberto Veronesi.

“Comprendiamo – afferma Zagrebelsky – che la nuova legge elettorale, se ci sarà, dipenderà dagli interessi dei partiti, non degli elettori che vi troveranno ulteriori ragioni di distacco e di rabbia”. Dove trovare dunque l’ideale di una società giusta? “È sorprendente -ribadisce il giurista- che non si pensi che questo ideale, questo punto di appoggio c’è ed è la Costituzione”. Poi continua: “non è sorprendente che ci si volga indietro per guardare in avanti. Nella Costituzione troviamo la politica, il bene pubblico che più, oggi, scarseggia”. Di una “stagione costituzionale”, e non di una “stagione costituente”, quindi, il Paese ha bisogno, spiega Zagrebelsky. Di “atti di contrizione e segni di discontinuità” con quanto ci ha preceduto. E, in questa parola d’ordine, ossia nel dettato costituzionale, si troverebbe soluzione ai problemi del Paese che vengono elencati nel manifesto. Al primo posto anche qui il lavoro, quindi i diritti civili, l’uguaglianza, l’equità sociale e fiscale, i servizi sociali, la salute, la cultura e i beni culturali, la natura, intesa come patrimonio a disposizione di tutti; l’informazione, come diritto dei cittadini a essere informati e dei giornalisti di informare; la politica come autonomo discorso sui fini e la partecipazione all’Europa.

Fondamentale per tutti – manifesti e movimenti – sarà, in prospettiva, sottolineare ciò che unisce, non ciò che divide. E lo sarà per la sopravvivenza stessa di quelle formazioni e schieramenti che si vorranno porre a sinistra in un’alternativa praticabile nella realtà dei fatti, oltre che degli ideali, rivolta a un uditorio più vasto possibile. La necessità di trovare un’unità d’intenti e di sigle s’impone, pressati come si è dalla scarsezza del tempo a disposizione. Basta con le cinquanta sfumature di rosso.

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