La giustizia e il segreto che ci governa

Nel suo articolo “L’altro pianeta del cavaliere” su La Repubblica del 31 ottobre Barbara Spinelli parla di giustizia, “pietra angolare della polis”. Pensando alle crescenti disuguaglianze cui non sembra si voglia rimediare, proviamo a raccogliere le sue riflessioni, incentrate sul fortissimo bisogno di giustizia. L’indice  di Gini, che definisce le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza, per l’Italia è tra i peggiori in Europa. La crisi della attività giudiziaria ne è, insieme, una delle cause e delle conseguenze.
La giustizia è riparazione e di diritti privati e di collettivi violati.
Vale anche per il processo penale del quale Barbara Spinelli scrive. Il processo non è mai solo una questione privata. Una sentenza giusta, anche se riguarda un fatto privato, fa bene all’intera collettività. Una sentenza ingiusta, di assoluzione o di condanna, è una ferita alla democrazia.
Il presupposto è il riconoscimento pubblico di valori condivisi e praticati. Ma i principi di base della costituzione sono in crisi: quello di uguaglianza previsto dall’art. 3, come il principio di solidarietà previsto dall’art. 2: ognuno faccia la propria parte non solo in vista dell’interesse personale ma per contribuire, con i propri doveri, ai pubblici interessi.
Nadia Urbinati ha scritto che i principi del liberalismo sono stati applicati in Italia nel modo più individualista possibile. I diritti  come relazione esclusiva tra i pubblici poteri e il singolo, gli interessi e i diritti collettivi tra parentesi. Un modo tra i tanti per tradire la costituzione.
Se il processo serve a difendere il singolo dallo stato, se l’accusato è in ogni caso una potenziale vittima, non ci sono limiti alle esigenze di difesa. Sarà necessario escogitare sempre nuovi strumenti, normativi o giurisprudenziali, per rafforzarle. E’ esattamente quello che è accaduto.
Il che sarebbe del tutto corretto ed anzi doveroso se le difese del cittadino fossero affidate alla capacità di ascolto dei giudici, a norme chiare e rispettose, alla ragionevole durata del processo. Soprattutto però sarebbe doveroso che queste tutele fossero non solo previste sulla carta nei confronti di un astratto cittadino imputato ma applicate in modo uguale per tutti.
Si è perseguita la garanzia dei diritti attraverso strumenti formali. Le tutele processuali consistono nel rendere più complicato il percorso verso la decisione.
Così si tutela chi già è più garantito fuori dal processo, gli accusati dei fatti più complessi e quindi più difficili da dimostrare. Peggio: tra loro si tutelano i colpevoli; gli altri hanno fretta di vedere riconosciuta la loro innocenza. Le accademie del diritto hanno contrabbandato la forma per valore. Chi ha poteri di indirizzo della giurisprudenza ha accettato lo scambio truffaldino. Ma che la assoluzione o, peggio, la condanna di una persona dipenda da scelte tecniche e formali è corretto e accettabile entro ristretti e ragionevoli limiti.
Dalla politica non poteva venire nulla di buono. Si è riformata la costituzione per stabilire che il processo è “giusto” se solo sono rispettate le regole di procedura a tutela dell’imputato. Se Stefano Cucchi fosse rimasto vivo avrebbe avuto un processo giusto, naturalmente. Non risultando violazioni procedurali, nessuno ha fiatato.
Un ambito di pensiero nobile come il diritto è ridotto nel processo a pura tecnica ed ha così assunto un ruolo servente, privo di autonomia e di dignità rispetto al potere e alla politica, mentre dovrebbe esserne il guardiano. Quando riesce ad esserlo, come a Taranto per l’ILVA  o all’Aquila nel processo ai sismologi, si grida all’invasione di campo.
La rimozione dei valori ha prodotto indifferenza per l’uguaglianza. I tecnici lasciano ad altri (filosofi, costituzionalisti, sociologi) l’occuparsi davvero di diritti e di giustizia.
Nella prassi del processo le ingiustizie e le discriminazioni, che dovrebbero essere rifiutate soprattutto dai giuristi che di diritti si occupano, si cristallizzano, acquistano riconoscimento.
Corrotti e corruttori, utilizzatori delle risorse pubbliche a fini privati sono i più forti  (e lo saranno anche dopo la tremebonda legge “anticorruzione”). All’altro estremo i poveri e disagiati. I sommersi e i salvati. Due processi penali del tutto diversi, come se il codice non fosse lo stesso.
Per i poveri che le forze di polizia raccattano nelle strade e riversano nei tribunali, il processo è quasi inesistente. Arresto, convalida, rapida discussione, condanna; quasi mai c’è scampo. E soprattutto carcere, tanto carcere e subito, senza attendere la sentenza definitiva. Per i salvati, processi ultra garantiti, tempi lunghissimi e condanna spesso virtuale anche per fatti gravi.
Non si vede, del resto, come il processo penale possa avere vita facile in un paese tanto corrotto.
Il processo è strumento di democrazia per stabilire la verità in nome del popolo. Senza verità qualunque sentenza, di condanna o di assoluzione, è un inganno e una ingiustizia.
Il bisogno di verità, ha scritto Simone Weil, è il più sacro fra quelli che una civiltà democratica deve riconoscere a proprio fondamento.
Ma nel nostro paese il rapporto con la verità è sempre stato difficile. Per molte ragioni, storiche e culturali, ed in definitiva per ragioni di puro e semplice tornaconto del potere. Il segreto e l’occultamento della verità sono stati e sono ancora – perché segreto produce segreto – un decisivo strumento di governo. Si è impedito che i giudici conoscessero tanti fatti gravi della vita repubblicana. Il processo  penale è stato umiliato.
Il processo deve accertare le responsabilità, ma assai poco è rispettata nel nostro paese l’etica della responsabilità. Della propria, e di conseguenza di quella altrui.  Il diritto penale ha bisogno di intransigenza, e vale lo stesso discorso
Il processo è una competizione tra le parti, ci hanno detto. E vinca il migliore. Ma solo nelle favole vince il migliore. Di solito vince il più forte. La storia recente ha visto anche avvocati che nel ruolo di parlamentari hanno studiato e votato le leggi con cui poi hanno vinto i processi.
Non si tratta certo di rimpiangere una concezione arcigna, autoritaria, non garantista, tanto meno moralistica del processo penale. Al contrario. Però solo istituzioni politiche autorevoli e non debitrici verso entità esterne e lobbies anche criminali sono in grado di attribuire a ciascuno il suo, trovando il punto di equilibrio più mite possibile tra diritti dell’accusato e diritti collettivi.
Il diritto e la giustizia vivono un lungo periodo di frustrazione e umiliazione. Una società profondamente ingiusta però non può fare a meno di una giustizia che almeno provi a riequilibrare le disuguaglianze e a tutelare i diritti dei cittadini.
E’ in primo luogo compito della politica, dopo la fine del berlusconismo. Ma chi si occupa di diritto e di giustizia esca dalle comode convenzioni e faccia la propria parte per fare in modo che, per parafrasare un vecchio film di De Sica, giustizia voglia dire davvero giustizia.

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