Su Roma la tempesta siciliana?

Si era molto discusso, e con ipotesi assai diverse, sulle regionali siciliane e sulle possibili ripercussioni a livello nazionale. Ora che abbiamo a disposizione le cifre, e possiamo ragionare a bocce ferme, bisogna riconoscere che il voto di domenica è una vera e propria tempesta elettorale, che rade al suolo il sistema dei partiti così come l’avevamo fin qui conosciuto. Mai era accaduto, nel nostro paese, che in una elezione la partecipazione scendesse sotto il 50 per cento. E, invece, questa volta, il muro è stato sfondato, accelerando il processo di costante disaffezione per il nostro sistema politico. In queste condizioni, la stessa alleanza vincente tra Pd e Udc viene ridimensionata. Non è senza significato che la sinistra porti per la prima volta un suo uomo alla guida della Regione, ma la maggioranza tra progressisti e moderati risulta indebolita dalla maggioranza degli astenuti: prefigura un governo debole e non autosufficiente. Rispetto al calo impressionante dei votanti, l’altra faccia della medaglia è il successo di Beppe Grillo, la marcia impetuosa del Movimento 5 Stelle che colloca il suo candidato al terzo posto nella corsa per la presidenza e diventa il primo partito, sopravanzando sia pure di poco il Pd. Eppure, pochi mesi fa, nelle amministrative di primavera, i grillini si erano presentanti in pochi comuni, fermandosi appena al 4 per cento. L’avanzata del Movimento porta a questa conseguenza: nessuno ha, nell’isola, la maggioranza assoluta dei seggi. Il centrosinistra tiene, ma non riesce a crescere in un mercato elettorale che dovrebbe essergli favorevole. Peggio va alla sinistra di Vendola e al partito di Di Pietro che restano sotto la soglia necessaria per avere una rappresentanza in Consiglio regionale. Accanto all’astensione e agli ottimi risultati di Grillo, l’altro dato stupefacente è il crollo del Pdl, precipitato al 12 per cento, dopo le vette vertiginose che aveva scalato sino alle elezioni politiche del 2008. La Sicilia, feudo storico degli uomini del Cavaliere, sanziona dunque la definitiva chiusura del ciclo berlusconiano.

Le cifre, volendo sintetizzare, sono sufficientemente chiare: centro sinistra che tiene, il Movimento 5 Stelle che continua a crescere, partito berlusconiano che sprofonda nella sconfitta. Tuttavia, il quadro politico è allarmante in una Sicilia frammentata sino all’inverosimile. Dove nessun partito si avvicina alla soglia del 20 per cento e la governabilità rischia di restare un miraggio. Trasferendo questo risultato a livello nazionale, avremmo la “balcanizzazione”, prenderebbe corpo il fantasma della Grecia. Certo, il voto regionale non può essere usato come parametro per tutto il Paese. Ma le dimensioni dell’astensione mandano a Roma un messaggio preciso. Merita la giusta riflessione l’analisi del professor Diamanti quando sostiene che sarebbe un errore considerarle semplicemente un “non voto”. Sono piuttosto “il voto di chi non vota”. Segnalano “la frattura nei confronti del sistema partitico della Seconda Repubblica”. Per sfiducia, indignazione, frustrazione, rabbia. Sentimenti che si traducono nel ritiro della delega a una politica che da tempo non è più convincente. E che sono espressi, in molti casi, da cittadini avvertiti e consapevoli, che pongono domande esigenti ma giuste. Non c’è da meravigliarsi, così stando le cose, se l’unica forza in crescita è il Movimento 5 Stelle. Grillo dà messaggi spicci, ma “risponde”. Chi scrive, in buona parte, non li condivide. In primo luogo, per l’intonazione anti-europea, che giunge a rimpiangere “la svalutazione della vecchia liretta”. In linea generale, per la semplificazione estrema dei problemi, anche i più complicati. Ma non si può affrontare la questione limitandosi ad agitare il fantasma dell’antipolitica”. E’, al contrario, “un’altra politica”. Rispetto a cui la politica tradizionale ha accumulato continui ritardi. Un anno fa nasceva il governo Monti, e le risposte sembravano belle e pronte. Mentre il Professore fronteggiava la crisi economica, i partiti erano chiamati a fare un serio esame di coscienza, per riacquistare credibilità e fiducia da parte dei cittadini. Dovevano, finalmente, i partiti, riabilitarsi e rigenerarsi, riducendo drasticamente i costi della politica, varando misure efficaci, e non i soliti espedienti, contro la corruzione, mettendo a punto una buona legge elettorale. Parole, parole, parole… Le risposte non ci sono state. Quando sono arrivate sono apparse tardive e insufficienti.

Che cosa si può fare? Limitiamo il discorso, in questa sede, al centrosinistra. Al quale tocca il compito, proiettandosi verso le elezioni della primavera prossima, di costruire una proposta di governo. Il voto di domenica conferma una tendenza di fondo da quando è tramontata l’idea di una vocazione maggioritaria del Pd.  Per dirla in termini concreti, attribuisce ai Democratici il principale potere di coalizione. L’obiettivo di Bersani è di esercitarlo tanto alla sua sinistra quanto alla sua destra. Ma come? E possibile attrarre Casini senza escludere dall’intesa generale Vendola? Il segretario del Pd può essere pragmatico e persuasivo. Però, il rischio è che il dibattito si sfilacci nelle vecchie stanze del retrobottega  della politica, con i soliti mezzucci, le solite estenuanti mediazioni, tutto un armamentario ormai consunto. Mentre la strada maestra, se si vuole ridare un po’ di fiducia ai cittadini, sarebbe quella di un vero rinnovamento del partito, sia nel programma, sia negli uomini. Vedremo se le primarie possono essere un antidoto ai vecchi vizi. Ma il tempo a disposizione è sempre meno. Non ci sono grandi ricette a portata di mano. Malgrado gli ammonimenti del capo dello Stato, si rischia di andare alle urne con l’orrendo Porcellum, in qualche modo rivisitato Non ci sarebbe da meravigliarsi, a questo punto, se la tempesta siciliana arrivasse dritta a Roma.

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