La dissipazione della bellezza

“La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei”. Vorrei partire da questa meravigliosa frase di Albert Camus (utilizzata dalla prof.ssa De Monticelli nel suo recente scambio di “lettere aperte” con il segretario del PD Bersani) per introdurre l’incontro di oggi: “La dissipazione della bellezza: distruzione del “paesaggio storico” e suicidio morale di una Nazione”. La bellezza come “scintilla” che incendia la rivoluzione; la difesa della bellezza come momento di reazione avverso i fenomeni di mala amministrazione ed illegalità diffusa che caratterizzano il crepuscolo della Seconda Repubblica.
Posto infatti che proprio le storture e le inefficienze del sistema amministrativo sono oggi drammaticamente all’ordine del giorno, queste storture ed inefficienze si traducono spesso nella costante erosione di quell’insieme di “beni comuni”, di risorse naturali e culturali che costituiscono il volto e l’identità stessa del nostro Paese. In questa prospettiva, la prof.ssa De Monticelli ha fatto più volte riferimento alla situazione in cui versano la periferia di Assisi e la riva degli Etruschi (ridotta a terra di conquista per la cementificazione selvaggia). Per parte mia, attenendomi alla stretta realtà locale, posso richiamare l’opera di “ripascimento” della spiaggia del Poetto, per anni degradata dalla felice condizione di perla del Tirreno a quella di pietraia bruna e rovente; al caso dei  palazzoni che deturpano la vista della città per chi si accosta ad essa dal porto; alla paradossale vicenda dell’Anfiteatro, prima ingabbiato da un’orribile struttura di legno e ponti mobili, e rimasto a lungo paralizzato nell’attesa di una “riqualificazione” avviata solo negli ultimi mesi; alla recente approvazione della legge sulle “zone umide”, in forza della quale il divieto di costruire nella fascia di trecento metri dalla battigia opera solo con riferimento a laghi e invasi artificiali.
Ma molto, troppo spesso dietro la distruzione del “paesaggio storico” non si celano solo incuria ed incapacità: si celano quei fenomeni di corruzione che riempiono le pagine dei giornali, si celano le tangenti, si cela, nera ed incombente, l’ombra della criminalità organizzata. Ed allora il pensiero vola oltre le tante “cattedrali nel deserto” costruite negli anni’80, vola oltre i costi abnormi di tante opere pubbliche dalla dubbia utilità e dall’impatto ambientale devastante, per soffermarsi sul ricordo di una città che non c’è più: la Palermo degli anni’50, quella delle ville liberty e del teatro Bellini, la Palermo del sindaco Lima e dell’assessore Ciancimino e del progetto di Cosa Nostra di mettere “le mani sulla città”. In una notte, il centro del capoluogo siciliano fu invaso dalle fiamme, triste preludio alla stagione delle licenze facili rilasciate a cinque ingnari “manifabbri” e dei casermoni al posto dei gelsomini. Il “Sacco di Palermo” si completò così: la Mafia prendeva possesso del territorio, la Mafia distruggeva la bellezza con il consenso della politica corrotta e degli imprenditori conniventi.
Cattiva amministrazione e criminalità come cause dell’erosione del “Paesaggio storico”: la mancanza di reazione, l’indifferenza generalizzata verso il fenomeno sono gli indici chiari dello stato di un Paese che (tra le cene di Batman e i diamanti di Belsito, le ricevute di Formigoni e le immagini dell’Odissea alla vaccinara) corre veloce verso il proprio suicidio morale. Ma un Paese che accetta passivamente la distruzione del proprio substrato storico e culturale come può continuare a credere in quella “riscossa civica”, da più parti individuata come il presupposto necessario per costruire un futuro diverso da questo triste presente?
Insomma, riprendendo la frase di Camus, se anche la bellezza non fa le rivoluzioni, senza la bellezza come possiamo sperare di far la rivoluzione?

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