Via i condannati dal Parlamento

LISTE pulite ovunque. Condannati in via definitiva fuori da qualsiasi carica elettiva. Come i 26 che attualmente siedono tra Camera e Senato. Se il governo Monti vince la difficile sfida contro il tempo, già nella prossima competition per la Regione Lazio, potrebbero valere le nuove norme sul divieto di far correre rappresentanti su cui grava una condanna passata in giudicato per pene superiori a due anni. Il vettore: il ddl anti-corruzione. Lo strumento: una legge delega, prevista proprio in quel testo all’articolo 17, che bruci i tempi. PRONTA in una settimana, dopo il voto definitivo alla Camera sull’ormai famosa manovra contro i corrotti. Nuove regole per Parlamento europeo ed italiano, Regioni, Province, Comuni, circoscrizioni, aziende speciali, e ogni specie di rappresentanza a livello periferico. Stop anche per gli incarichi di governo. Non diventi premier, ministro o sottosegretario se hai commesso reati gravi e sei stato giudicato colpevole.
La notizia è esplosiva. Immette aria nuova nella corsa al voto. Le sue conseguenze politiche sono rilevantissime. Salta fuori da un colloquio super riservato tra il Guardasigilli Paola Severino e il ministro per la Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi. Entrambi a palazzo Madama, al banco della presidenza delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia che si arrovellano sugli emendamenti all’anti-corruzione. Ma orecchie sensibili lì vicino ascoltano. Ecco il colloquio. Dice Patroni Griffi a Severino: «Sai che c’è Paola? Qui la sfida è far partire subito le norme sull’incandidabilità. Non si deve più andare a votare con i condannati in lista. Non dobbiamo perdere quest’occasione». Replica lei a lui: «Hai ragione, dobbiamo farcela assolutamente». Promette lui: «Bisogna anticipare al massimo i tempi della delega, questo ci chiede Monti».
Possibile. Realistico. Rivoluzionario. Almeno per un Parlamento in cui nomi noti — da Brancher a De Gregorio, da Dell’Utri a Drago, solo per citare qualcuno dei 26 condannati definitivi — siedono senza problemi accanto a chi ha la fedina penale pulita. Nel quale da tempo Di Pietro e i suoi chiedono norme ancora più drastiche di quelle che il governo Monti ha già fatto votare a Montecitorio con la fiducia e che ora sono al Senato. L’ex pm di Milano vorrebbe che restassero ai margini
anche quanti hanno soltanto una condanna in primo grado. Fini e Bongiorno invece — autrice quest’ultima di una proposta di legge presentata a luglio proprio per anticipare la delega del governo — sono sulla linea Monti nel rispetto della Costituzione che ha nella condanna definitiva uno spartiacque decisivo. E il presidente della Camera, ancora ieri sera, sollecitava il premier ad approvare «subito» il capitolo dell’anti- corruzione che riguarda l’incandidabilità.
La scommessa di Patroni
Griffi e del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, cui fa capo la complessa macchina del voto in periferia e che ha lavorato al capitolo delle esclusioni, è quella di far partire la legge delega subito a ridosso del voto sull’anti-corruzione. I calcoli sono presto fatti. Al Senato, nelle commissioni, il testo passerà la prossima settimana. Il presidente del Senato Schifani garantisce tempi brevi per l’aula, «due settimane». Siamo a fine ottobre. Se la Camera bruciasse i tempi con una lettura lampo e il governo a sua
volta fosse pronto in pochi giorni, o subito, col decreto legislativo sulle liste pulite, si potrebbe votare per il Lazio con quel decreto già scritto. Certo, le commissioni parlamentari devono dare un parere, che però ha solo un valore consultivo.
Comunque, con un simile decreto già esistente, sarebbe una grave scorrettezza se i partiti candidassero comunque degli inquisiti nel Lazio. Sarebbe anche una mossa sciocca soprattutto perché, già nell’attuale legge delega, è prevista «la sospensione e decadenza di diritto in caso di sentenza definitiva di condanna» nel corso della carica. Pur entrati nella corsa alla Regione i condannati dovrebbero rinunciare al loro scranno e andarsene.
Tutti fuori. Quelli che hanno commesso un reato grave, di mafia, di terrorismo, un attentato contro lo Stato, un sequestro di persona, una riduzione in schiavitù, ma anche, come è stato aggiunto a Montecitorio, «sentenze definitive di condanna per delitti di grave allarme sociale». È evidente che, tra questi reati, non si possono non includere anche le condanne per i delitti contro la Pubblica amministrazione, corruzione, concussione, peculato per l’appunto, il reato contestato a Fiorito, soprattutto in questo momento di inchieste esplosive che rivelano come i fondi pubblici siano stati usati per scopi strettamente personali. Che liste pulite sarebbero quelle in cui proprio i condannati per i crimini dei colletti bianchi alla fine possono candidarsi? È ovvio che dovranno farsi da parte. Va da sé che, fatta la legge, toccherà ai partiti e a chi seleziona le candidature decidere se “sfidare” la sorte di una possibile condanna inserendo anche chi ha già perso il primo grado o l’appello. Ma su questo Monti, Cancellieri, Severino e Patroni Griffi sono allineati sulla Costituzione. Vale una sentenza solo se definitiva.

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