Vendola alle Primarie può aiutare Bersani (e condizionarlo)

Finora alle primarie del centrosinistra c’era un solo candidato estraneo al Pd: Bruno Tabacci. Da oggi, a quanto pare, ce n’è un altro, il fatidico Nichi Vendola che scende in campo dopo lunga incertezza. È un ingresso da attore consumato, anche se rimane tutto da verificare se il suo nome, giunti a questo punto, riuscirà a raccogliere consensi significativi.

In ogni caso la candidatura del presidente pugliese certifica che le primarie non riguardano la leadership del Pd, bensì la guida della coalizione. Il che comporta una serie di conseguenze. Ad esempio, Matteo Renzi ha già dichiarato che accetterà l’eventuale vittoria di Bersani e lo sosterrà nella successiva candidatura a Palazzo Chigi. Chissà se Vendola farebbe lo stesso nel caso di un’affermazione di Renzi. È lecito dubitarne parecchio.
Del resto, il «corpo estraneo» in queste primarie non è certo Vendola: è proprio Renzi. Autorevoli esponenti del Pd hanno dichiarato in pubblico e in privato che la vittoria del sindaco di Firenze segnerebbe la fine del partito come lo abbiamo conosciuto in questi anni e la conseguente deflagrazione del centrosinistra. Quindi Renzi è il nemico da battere e Vendola è un alleato, quanto meno un compagno di strada. E la sua ostilità dichiarata a Monti, alla cosiddetta «agenda» intitolata al premier e ancor di più all’idea che il professore resti a Palazzo Chigi anche in futuro? Per Bersani non è un problema, visto che almeno sul Monti-bis il segretario non la pensa in modo molto diverso dal suo nuovo sfidante.

Non si può ignorare, peraltro, che la rotta bersaniana verso la presidenza del Consiglio poggia anche sull’alleanza fra il Pd e Vendola. C’è un patto abbastanza chiaro fra i due. Quindi questa candidatura alle primarie che arriva proprio alla vigilia dell’assemblea del Pd in cui dovranno essere fissate le regole della consultazione, assomiglia a un’operazione ben congegnata. Con l’obiettivo non di destabilizzare il Pd (a quello ci pensa Renzi), ma al contrario di rimettere in sella Bersani, pur condizionandolo a sinistra.

In fondo una delle regole che saranno fissate sabato prossimo riguarderà un meccanismo di doppio turno, se nessun candidato supera una certa soglia. Il che significa che Renzi potrebbe fare il pieno dei suoi sostenitori al primo turno; e tuttavia al secondo Bersani lo potrebbe superare perchè sul nome del segretario confluiranno anche altri voti. Ad esempio quelli di Vendola che così farebbe pesare la sua influenza sulla vittoria finale del segretario. Inutile dire che l’appoggio del centrosinistra a Monti, in questo quadro, tenderebbe a evaporare.
Si tratta di uno scenario piuttosto verosimile in cui lo sconfitto sarebbe naturalmente il sindaco di Firenze, chiuso nella tagliola. Ma sarebbe salva l’impalcatura del centrosinistra così come è stata costruita in questi mesi da Bersani e dal vertice del Pd. S’intende che resterebbe aperto, anzi ingigantito, il problema dell’accordo post-elettorale con i centristi di Casini. Quasi un salto mortale.

Da un lato, ed entro certi limiti, lo slittamento a sinistra della leadership di Bersani può anche far comodo ai centristi. Ma, dall’altro, un Bersani nelle mani di Vendola (e magari della Cgil) pone una questione irrisolvibile a chi, come Casini, si definisce il maggior sostenitore di Monti. Gli schemi definiti a tavolino potrebbero saltare.

1 commento

  • “Per Bersani non è un problema, visto che almeno sul Monti-bis il segretario non la pensa in modo molto diverso dal suo nuovo sfidante”. Io non credo che Bersani abbia la stessa angolatura di Vendola nel considerare Monti quale futuro componente di un governo. Nel senso che, mentre Vendola si oppone a Monti in quanto promotore di provvedimenti che hanno privilegiato gli interessi delle banche a quello dei cittadini, Bersani , al contrario, ha firmato tutti quei provvedimenti considerandoli positivi. Il problema di Bersani è un altro: Non vuole Monti come concorrente. Sono due posizioni completamente diverse. Infatti Bersani ha sempre detto che un governo da lui guidato, ripartirebbe dalla situazione attuale. Che, ovviamente, considera l’abolizione dell’art 18 una conquista e il fiscal compact (aggiunto in Costituzione) un provvedimento inevitabile. La vedo dura.

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