Perché votare: un dilemma italiano

Votare per scegliere chi governerà. Oppure scegliere chi governerà indipendentemente dal voto e dal risultato. Questo è il dilemma. Amplificato dalle recenti dichiarazioni di Monti 1, che ha confermato l’intenzione di non candidarsi come premier, alle prossime elezioni. Ma non ha escluso l’ipotesi di “dare una mano, se fosse richiesto”. Per proseguire nell’impegno avviato da quasi un anno.

Un messaggio raccolto, per primo, da Montezemolo. Che ha annunciato 2, infine, la sua “discesa in campo”. A sostegno di Monti. Con la convinta adesione di Casini e Fini. Che hanno proposto 3 un “cartello elettorale”. Nel nome del Professore. Al quale, però, interessa presentarsi e agire  -  come premier al di sopra delle parti e dei partiti. Dunque, al di sopra e al di fuori della competizione elettorale. Investito dalla volontà di un’ampia maggioranza del Parlamento.

L’idea, d’altronde, non piace neppure ai leader dei partiti maggiori, Pd e Pdl. Per non ridursi a svolgere un ruolo gregario. Non è, quindi, detto che la “disponibilità” annunciata da Monti si traduca in decisione. Ma il fatto stesso che l’ipotesi oggi appaia verosimile è significativo. D’altronde, l’unico leader di cui gli elettori si fidino veramente è lui. Monti. Il cui consenso personale è di nuovo in crescita, nelle ultime settimane. Come il sostegno al governo. In entrambi i casi, superiori alla metà dell’elettorato (dati Ipsos).

Gli elettori, dunque, vogliono un governo espresso dalla maggioranza che emergerà alle prossime elezioni. Basta che a guidarlo sia Monti.

Il dilemma della democrazia rappresentativa, in Italia, è tutto qui. Se il voto “non serve” a scegliere chi governa, attraverso i rappresentanti eletti, a che “serve” votare? E com’è possibile, in queste condizioni, parlare ancora di democrazia rappresentativa?

Questo dilemma, però, non è poi tanto paradossale  -  e neppure inedito. Almeno in Italia. Secondo alcuni osservatori, sarebbe alla base della nostra “anomalia”.

In fondo, per quasi cinquant’anni il sistema politico italiano è apparso “bloccato”. Dopo la seconda guerra mondiale, infatti, la frattura geopolitica internazionale ha impedito una vera alternativa, per la presenza, in Italia, del più importante partito comunista occidentale. Si è così affermato un “bipartitismo imperfetto”, per citare Giorgio Galli. Dove la competizione elettorale, indipendentemente dal risultato, proponeva un esito comunque scontato. Perché, comunque la Dc avrebbe governato, da sola o in coalizione. Mentre il Pci avrebbe guidato l’opposizione. Lo stesso Pci ne era consapevole. Complice. Coinvolto in un sistema consensuale e consociativo. Dove aveva influenza in tutte le principali scelte.

Questa “anomalia” è proseguita, non a caso, fino al crollo del muro di Berlino e della Prima Repubblica. Ma, per quasi cinquant’anni, gli italiani hanno votato pur sapendo che gli equilibri di governo, nonostante i cambiamenti elettorali, peraltro notevoli, non sarebbero mutati in modo sostanziale. Il Capo del governo lo decidevano la Dc, i suoi capicorrente e i suoi alleati. In base ai rapporti di forza interni ai partiti. Che cambiavano spesso, nel corso della legislatura. Senza possibilità, per i cittadini, di reagire e intervenire.

Eppure, gli italiani, nonostante tutto, continuarono a votare. In grande numero. Alle politiche: tra il 90% e l’80% degli aventi diritto, fino ad oggi. Un tasso di partecipazione elettorale tra i più alti, nelle democrazie occidentali. Anche se la fiducia nei partiti non è mai stata troppo alta. Neppure in passato. In Italia, però, si votava egualmente. Pro o contro i comunisti. Pro o contro la Dc e, sullo sfondo, la Chiesa. Per fedeltà. Per fede. Ma anche per sentirsi parte. Per partecipare.

Nella Seconda Repubblica questo modello è cambiato profondamente. Ma non del tutto. Sono crollati i sistemi comunisti, ma in Italia il comunismo, meglio ancora: l’anticomunismo non è mai morto. Evocato e tenuto vivo, per primo, da Berlusconi. Che in questo modo ha cristallizzato il passato a proprio favore. Così gli elettori hanno ripreso a schierarsi. A dividersi come prima. Fra anticomunisti e antiberlusconiani. La novità, semmai, è la personalizzazione. I partiti riassunti nei loro leader e viceversa. Le elezioni trasformate in referendum. Pro o contro Berlusconi.

Così il Paese si è presidenzializzato in fretta. Senza riforme istituzionali e costituzionali. Di fatto. Gli italiani: si sono abituati ad affidarsi a un premier espresso dai partiti. O meglio: a leader, di cui i partiti apparivano e appaiono una protesi. Gli elettori: indotti a votare per parlamentari nominati dai partiti e dai loro leader. Fino alla deriva a cui assistiamo oggi. Che ha travolto la credibilità dei partiti. Non qualcuno in particolare. Tutti. I Partiti, nell’insieme. Nessuno dei quali appare credibile. Legittimato a esprimere il Capo (del governo).

Così oggi gli italiani, in maggioranza, tendono a tener separata la partecipazione elettorale dalla scelta del premier. Anzi, pongono i due processi quasi in contrasto. Vogliono votare. E pretendono che il governo venga espresso dalla maggioranza uscita da voto. Ma al governo, vogliono il Tecnico. Monti. Perché non viene dai partiti. Di cui diffidano. Come nella Prima Repubblica, si ripropone il distacco fra voto e rappresentanza. È l’anomalia italiana che si rinnova. Ieri come oggi. In nome del vincolo internazionale. Ieri: per ragioni ideologiche e geopolitiche. Oggi: per ragioni economiche e monetarie. Ieri: in nome dell’anticomunismo; oggi: dello spread. Con una differenza significativa: non ci sono più la “fede” ideologica o religiosa a mobilitare gli elettori. Pro o contro i partiti.

Per questo, dubito che la dissociazione fra i principi della democrazia rappresentativa  -  partecipazione e governo  -  possa riprodursi a lungo, senza conseguenze serie, dal punto di vista politico e istituzionale.
Lo suggerisce il successo del M5S. Un soggetto che raccoglie il sentimento “antipartitico” e sostiene, in alternativa all’attuale sistema, la democrazia diretta  -  attraverso rete.

Lo sottolinea, ancora, il dilatarsi dell’area degli indecisi. Ormai prossima al 50%. Più che per incertezza: per disaffezione verso i “canali” della rappresentanza democratica.

Da ciò il dubbio. Che la dissociazione fra partecipazione  -  elettorale   -  e governo dissolva i partiti. Releghi la Politica “in un cerchio chiuso in se stesso”, come ha osservato Edmondo Berselli. Perché, in questo caso,  “la democrazia si incarta, come in una partita malriuscita: funziona peggio. Rischia il grippaggio”.  E Monti, premier al di sopra delle parti e del verdetto elettorale, si troverebbe a governare da solo in mezzo a tutti. Solo contro tutti.

1 commento

  • Dall’ormai lontano 1992 si sapeva che i partiti erano in crisi e molti rimuovono dal ricordo i precedenti governi tecnici. E’ dal ’92 che i partiti nell’insieme sono screditati e poichè è datempo che riescono a farla franca e governare con il 40% di astensioni haano tirato a campare, senza far sì che al loro interno prevalessero i comportamenti delle persone oneste. Personalmente di questo governo tecnico, che tecnico non è perchè ogni partito in tutta evidenza ha fatto sì che nel governo ci fosse qualcuno su cui contare, non stimo e apprezzo alcuno, ad iniziare dal premier e il perchè è elementare: non posso perdonare e dimenticare che tutti quanti erano in possesso di dati adeguati sui 390.200 esodati. E con totale nichilismo e freddezza agghiacciante, con un tratto di penna hanno gettato 390.200 famiglie nel disagio e nella povertà. Questo peraltro è un governo guidato da un premier con un reddito di 1.500.000 euro, che succede a governi che hanno proposto rinnovi contrattuali ai metalmeccanici di 50€ al mese e la social card di 40€ al mese. Nessuno di questi signori in questi casi ha preso le difese dei più poveri come in un paese di sedicenti cattolici sarebbe invece dovuto accadere. Comprendo il cruccio di Diamanti, ma la vedo diversa: le primarie del PD le vincerà Bersani. Berlusconi rappresenterà quel che resta di un PDL (che non è mai stato un partito) sfasciato con i parlamentari che si saranno salvati come i più forti nella faida interna, Grillo avrà i suoi parlamentari, ma non faranno gran chè. Fini e Rutelli, nonostante Lusi e altro avranno anche loro una piccola rappresentanza.
    Si andrà forse a una grande coalizione con premier Monti, anche se personalmente preferirei vincesse il centro sinistra. E i partiti? Resteranno in vita senza riformarsi perfettamente come lo è stato dal 92 ad oggi.
    Mario De Cesare

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