«Md sbaglia su Ingroia. Una sgradevole voglia di normalizzazione»

Caro direttore,
Antonio Ingroia vive da oltre vent’anni scortato perché i criminali di Cosa Nostra vogliono ucciderlo. Eppure, qualche tempo fa, nell’aula del Senato, «mentre si citava il gravissimo fatto del programmato attentato distruttivo ordito contro alcuni magistrati», Ingroia si meritò da una parte dell’assemblea «un coretto di irrisione alla pronunzia» del suo nome (il virgolettato è tratto dal resoconto stenografico della seduta). Il sindacato di categoria (Anm) e la corrente associativa (Md) cui Ingroia aderisce non ricordo che abbiano preso una qualche posizione in sua difesa. In questi giorni, invece, hanno lanciato — quasi in sintonia — durissimi documenti contro di lui. L’ultimo in ordine di tempo è quello di Md (Magistratura democratica), la sigla cui faceva riferimento — un tempo — un gruppo di magistrati che davano «scandalo» perché capaci di un modo di vivere, di pensare e di agire che li portava ad essere — come è stato detto — «dalla parte delle cose difficili da fare» e capaci «di fare le cose che altri non hanno la voglia o la forza o il coraggio» di fare. Si stenta a credere che oggi, invece, Md preferisca prendersela con un magistrato come Ingroia (neppure nominato, e tuttavia da tutti individuabile oltre ogni dubbio) proprio nel momento in cui egli — con altri valorosi colleghi — è impegnato nella difficilissima inchiesta solitamente rubricata alla voce «trattative» fra Stato e mafia. Un’inchiesta sulla quale è lecito esprimere valutazioni e giudizi anche assai diversi, ci mancherebbe. Ma senza che mai venga meno il rispetto comunque dovuto ad un impegno coraggioso guidato dall’interesse generale all’osservanza della legge. Di segno opposto sono invece le accuse, rivolte ad Ingroia da Md, di «approfittare dell’autorevolezza e delle competenze» che gli derivano «dallo svolgimento della attività giudiziaria». Come a dire che proprio chi si è meritato stima e considerazione per l’ottimo lavoro svolto dovrebbe… starsene zitto. C’è poi l’accusa di «esasperata esposizione mediatica anche attraverso la sistematica partecipazione al dibattito», che viene scoccata dopo aver rivendicato (come «fondante della identità del gruppo») «l’opportunità della partecipazione dei magistrati al dibattito politico»: si direbbe, dunque, un problema di… dosaggio degli interventi, e francamente non mi sembra questo l’aspetto più rilevante in tema di diritto-dovere dei magistrati di partecipare alla vita politico-culturale della società cui altrimenti sarebbero pericolosamente estranei. Vale anche per Ingroia, ovviamente, il limite di non parlare dei propri processi. Ed è un limite che Ingroia ha sempre rispettato (quindi nessuna sovrapposizione dell’intervento pubblico al lavoro giudiziario, come si legge nella nota di Md), posto che i suoi interventi — senza mai affrontare argomenti legati a specifiche posizioni processuali — si sono sempre mantenuti su di un piano generale, di storia della mafia e dei suoi intrecci perversi con la politica. A fronte di letture «interessate» e devianti di questa storia, Ingroia — come altri — interviene per un naturale riequilibrio delle parti, per evitare il consolidarsi di quelle «verità preconfezionate» che il documento di Md impropriamente evoca assieme al vecchio ma sempre verde ritornello dei magistrati in caccia di «consenso». Md, che un tempo era «eresia» introdotta in un corpo burocratico sostanzialmente conformista, oggi non può orientarsi (quali che siano le intenzioni contingenti) verso forme di sgradevole «normalizzazione».

2 commenti

  • Un grande plauso a Caselli e alla sua appassionata difesa di Ingroia e del suo difficile lavoro di magistrato svolto nell’interesse di tutti. Un’approvazione che va non solo ai contenuti dell’intervento, ma anche allo stile, sempre pacato ed equilibrato, che conferisce ancora più forza alle sue argomentazioni. In questa Italia sempre più confusa e smarrita, in questo Paese di convenienze e reticenze, c’è tanto bisogno di parole chiare, come quelle, appunto, del procuratore Caselli.

  • “GLI ASSASSINI CHE STANNO AL BUIO”
    POLITICA
    22/09/2012 – IL CASO
    Ingroia attacca: “La classe dirigente
    è compromessa con la criminalità”

    Il pm Antonio Ingroia all’incontro Idv a Vasto
    Il magistrato all’incontro dell’Idv
    “Impossibile accertare la verità”

    Dai e dai questo Ingroia comincia a piacermi. Dopo le incredibili intercettazioni che hanno messo a nudo le losche manovre fra mafia e potere (41bis attenuato), una certa perplessità si era impadronita della nostra incredulità e l’azione inquisitoria del pm Ingroia era sembrata illegittima e demagogica.
    Forse qualche forzatura della Procedura c’è stata, ma a ben riflettere, la temerarietà del pm è stata l’unica risorsa che gli ha consentito di entrare in quei meandri fetidi dove il malaffare gestisce il potere, incurante delle leggi e della democrazia.
    La democrazia è una conquista di libertà e non una prateria dove il popolo subisce le angherie come un gregge pascolato da mandriani adusi all’abigeato.
    I custodi delle leggi, i pm che le Procure sguinzagliano come veltri poliziotti, hanno fiutato l’olezzo del malaffare e li hanno sciolti sulle peste della criminalità. Ovviamente la caccia non è piaciuta alle prede e il pm Ingroia, capo muta dei segugi indagatori, è stato linciato con tutti gli aggettivi in possesso del vocabolario degli “indignati”.
    Scoppia il bubbone Lazio (Regione e Parlamento), e scopriamo che i signori amministratori in nome e per conto del popolo sovrano, sono dei manigoldi che approfittano della cassa e fra baccanali e locupletazioni illegittime son diventati dei “mariuoli”, craxiana maniera.
    Alla Regione Lazio non son restate sorde quella Lombarda, quella Pugliese, quella Campana, quella Calabrese: e non finisce qui. Tornando al nostro Ingroia bisogna sempre imputargli una certa teatralità che ha nuociuto alla severità dell’azione intrapresa, ma questo non inficia la sacrosante necessità che questo Paese ha bisogno di eroi (purtroppo) che sappiano farsi valere e sconfiggere la collusione fra criminalità e potere così come praticata da più decenni.
    Niente di più facile che la gestione dei capitali sottratti alla legalità patrimoniale dello Stato, siano l’iceberg che nasconde il peggio del nostro debito pubblico. Così stando le cose, ben vengano uno, cento, mille Ingroia a salvare l’Italia dalle rapaci mani dei criminali e dei loro collusi.
    Celestino Ferraro

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