Napolitano la Consulta e quel silenzio della Costituzione

ETEROGENESI dei fini. Delle nostre azioni siamo, talora, noi i padroni. Ma il loro significato, nella trama di relazioni in cui siamo immersi, dipende da molte cose che, per lo più, non dipendono da noi. Sono le circostanze a dare il senso delle azioni. È davvero difficile immaginare che il presidente della Repubblica, sollevando il conflitto costituzionale nei confronti degli uffici giudiziari palermitani, abbia previsto che la sua iniziativa avrebbe finito per assumere il significato d’un tassello, anzi del perno, di tutt’intera un’operazione di discredito, isolamento morale e intimidazione di magistrati che operano per portare luce su ciò che, in base a sentenze definitive, possiamo considerare la “trattativa” tra uomini delle istituzioni e uomini della mafia. Sulla straordinaria importanza di queste indagini e sulla necessità che esse siano non intralciate, ma anzi incoraggiate e favorite, non c’è bisogno di dire parola, almeno per chi crede che nessuna onesta relazione sociale possa costruirsi se non a partire dalla verità dei fatti, dei nudi fatti. Tanto è grande l’esigenza di verità, quanto è scandaloso il tentativo di nasconderla. Questa è una prima considerazione. Ma c’è dell’altro. Innanzitutto, ci sono i riflessi sulla Corte costituzionale e sulla posizione che è chiamata ad assumere. Non è dubbio che il presidente della Repubblica, come “potere dello Stato”, possa intentare giudizi, per difendere le attribuzioni ch’egli ritenga insidiate da altri poteri. Ma non si può ignorare che la Corte, in questo caso, è chiamata a pronunciarsi in una causa dai caratteri eccezionali, senza precedenti. Non si tratta, come ad esempio avvenne quando il presidente Ciampi rivendicò a sé il diritto di grazia, d’una controversia sui caratteri d’un singolo potere e sulla spettanza del suo esercizio. Qui, si tratta della posizione nel sistema costituzionale del Presidente, in una controversia che lo coinvolge tanto come istituzione, quanto come persona. Non è questione, solo, di competenze, ma anche di comportamenti. Questa circostanza, del tutto straordinaria, non consente di dire che si tratti d’una normale disputa costituzionale che attende una normale pronuncia in un normale giudizio. È un giudizio nel quale una parte getta tutto il suo peso, istituzionale e personale, che è tanto, sull’altra, l’autorità giudiziaria, il cui peso, al confronto, è poco. Quali che siano gli argomenti giuridici, realisticamente l’esito è scontato. Presidente e Corte, ciascuno per la sua parte, sono entrambi “custodi della Costituzione”. Sarebbe un fatto devastante, al limite della crisi costituzionale, che la seconda desse torto al primo; che si verificasse una così acuta contraddizione proprio sul terreno di principi che sia l’uno che l’altra sono chiamati a difendere. Così, nel momento stesso in cui il ricorso è stato proposto, è stato anche già vinto. Non è una contesa ad armi pari, ma, di fatto, la richiesta d’una alleanza in vista d’una sentenza schiacciante. A perdere sarà anche la Corte: se, per improbabile ipotesi, desse torto al Presidente, sarà accusata d’irresponsabilità; dandogli ragione, sarà accusata di cortigianeria. Il giudice costituzionale, ovviamente, è obbligato al solo diritto. Ma perché così possa essere, è lecito attendersi che gli si risparmi, per quanto possibile, d’essere coinvolto in conflitti di tal genere, non nell’interesse della tranquillità della Corte e dei suoi giudici, ma nell’interesse della tranquillità del diritto.
C’è ancora dell’altro. Sulla fondatezza di un ricorso alla Corte, chi di essa ha fatto parte è bene che si astenga dall’esprimersi. Ma, almeno alcune cose possono dirsi, riguardando il campo non dell’opinabile, ma dei dati giuridici espliciti, e quindi incontestabili. Questi dati sono esigui. Una sola norma tratta espressamente delle conversazioni telefoniche del presidente della Repubblica e della loro intercettazione, con riguardo al Presidente sospeso dalla carica dopo essere stato posto sotto accusa per attentato alla Costituzione o alto tradimento. “In ogni caso”, dice la norma, l’intercettazione deve essere disposta da un tale “Comitato parlamentare” che interviene nel procedimento d’accusa con poteri simili a quelli d’un giudice istruttore. Nient’altro. Niente sulle intercettazioni fuori del procedimento d’accusa; niente sulle intercettazioni indirette o casuali (quelle riguardanti chi, non intercettato, è sorpreso a parlare con chi lo è); niente sull’utilizzabilità, sull’inutilizzabilità nei processi; niente sulla conservazione o sulla distruzione dei documenti che ne riportano i contenuti. Niente di niente. A questo punto, si entra nel campo dell’altamente opinabile, potendosi ragionare in due modi. Primo modo: siamo di fronte a una lacuna, a un vuoto che si deve colmare e, per far ciò, si deve guardare ai principi e trarre da questi le regole che occorrono. Il presupposto di questo modo di ragionare è che si abbia a che fare con una dimenticanza o una reticenza degli autori della Costituzione, alle quali si debba ora porre rimedio. Secondo modo: siamo di fronte non a una lacuna, ma a un “consapevole silenzio” dei Costituenti, dal quale risulta la volontà di applicare al presidente della Repubblica, per tutto ciò che non è espressamente detto di diverso, le regole comuni, valide per tutti i cittadini. Il presidente della Repubblica, nel suo ricorso, ragiona nel primo modo, appellandosi al principio posto nell’art. 90 della Costituzione, secondo il quale egli, nell’esercizio delle sue funzioni, non è responsabile se non per alto tradimento e attentato alla Costituzione. La “irresponsabilità” comporterebbe “inconoscibilità”, “intoccabilità” assoluta da cui conseguirebbero, nella specie, obblighi particolari di comportamento degli uffici giudiziari, fuori dalle regole e delle garanzie ordinarie del processo penale. La Corte costituzionale è chiamata ad avallare quest’interpretazione, che è una delle due: l’una e l’altra hanno dalla loro parte l’opinione di molti costituzionalisti. Le si chiede di dire che l’irresponsabilità, di cui parla la Costituzione, equivale, per l’appunto, a garanzia di intoccabilità-inconoscibilità di ciò che riguarda il presidente della Repubblica, per il fatto d’essere presidente della Repubblica. Ma, in presenza di tanti punti interrogativi e di un’alternativa così netta, una decisione che facesse pendere la bilancia da una parte o dall’altra non sarebbe, propriamente, applicazione della Costituzione ma legislazione costituzionale in forma di sentenza costituzionale. Anzi, se si crede che il silenzio dei Costituenti sia stato consapevole, sarebbe revisione, mutamento della Costituzione. Per di più, su un punto cruciale che tocca in profondità la forma di governo, con irradiazioni ben al di là della questione specifica delle intercettazioni e con conseguenze imprevedibili sui settennati presidenziali a venire, che nessuno può sapere da chi saranno incarnati. Il ritegno del Costituente sulla presente questione non suggerisce analogo, prudente, atteggiamento in coloro che alla Costituzione si richiamano?
Coinvolgimento in una “operazione”, inconvenienti per la Corte costituzionale, conseguenze di sistema sulla Costituzione: ce n’è più che abbastanza per una riconsiderazione. Signor Presidente, non si lasci fuorviare dal coro dei pubblici consensi. Una cosa è l’ufficialità, dove talora prevale la forza seduttiva di ciò che è stato definito il pericoloso “plusvalore” di chi dispone dell’autorità; un’altra cosa è l’informalità, dove più spesso si manifesta la sincerità. Le perplessità, a quanto pare, superano di gran lunga le marmoree certezze. Il suo “decreto” del 16 luglio, facendo proprie le parole di Luigi Einaudi (più monarchiche, in verità, che repubblicane), si appella a un dovere stringente: impedire che si formino “precedenti” tali da intaccare la figura presidenziale, per poterla lasciare ai successori così come la si è ricevuta dai predecessori. Nella Repubblica, l’integrità e la continuità che importano non sono lasciti ereditari, ma caratteri impersonali delle istituzioni nel loro complesso. Col ricorso alla Corte, già è stato segnato un punto che impedirà di dire in futuro che un fatto è stato accettato come precedente, con l’acquiescenza di chi ricopre pro tempore la carica presidenziale. D’altra parte, da quel che è noto per essere stato ufficialmente dichiarato dal procuratore della Repubblica di Palermo il 27 giugno, le intercettazioni di cui si tratta sono totalmente prive di rilievo per il processo.
Che cosa impedisce, allora, nello spirito della tante volte invocata “leale collaborazione”, di raggiungere lo stesso fine cui, in ultimo, il conflitto mira – la distruzione delle intercettazioni, per la parte riguardante il presidente della Repubblica – attraverso il procedimento ordinario e con le garanzie di riservatezza previste per tutti? Che bisogno c’è d’un conflitto costituzionale, che si porta con sé quella pericolosa eterogenesi dei fini, di cui sopra s’è detto? Forse che i magistrati di Palermo hanno detto di rifiutarsi d’applicare lealmente la legge?

28 commenti

  • Con la ricchezza argomentativa e la finezza lessicale che gli sono proprie il prof. Zagrebelsky ha posto in evidenza la sconsideratezza e la pericolosità di una scelta presidenziale che, anche alla luce di un modesto senso comune, appare (almeno a chi scrive) dettata molto più da un personale risentimento che da un’analisi seriamente approfondita.
    Il che, mi si consenta, è più che preoccupante e solleva non pochi interrogativi riguardo ai suoi consiglieri.

  • Speriamo che quel passo pesante che ha ultimamente sia preludio ad un approdo in luoghi moralmente edficanti per noi ed educativi per lui.

  • accolgo con gioia e sollievo questo esemplare articolo. Nei giorni scorsi, turbato dalle vicende che stanno investendo i magistrati impegnati a Palermo nell’accertamento di fatti gravissimi, mi ero rifugiato nella lettura di un articolo pubblicato da “La Stampa” sabato 10/11/1990 dal titolo “Cattivo servizio allo Stato” ( è presente nell’archivio online del quotidiano), in cui il prof. Zagrebelsky esprimeva la sua opinione sulla controversia tra l’allora Presidente della Repubblica, Cossiga, e un giudice che lo chiamava a testimoniare. Si era posta l’ipotesi di rivolgersi alla Corte Costituzionale per un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato. Cioè quello che sta avvenendo adesso: una disputa tra poteri dello Stato in merito all’interpretazione di una norma di legge rispetto alle prerogative della presidenza della Repubblica. Il prof. Zagrebelsky davanti a questa ipotesi scriveva: “Dovremmo vedere affrontarsi come antagonisti il Presidente e un giudice della Repubblica: un fatto inaudito, un cattivo servizio alla Repubblica”. E concludeva suggerendo una strategia “pacifica”.
    Il presente articolo conferma nella sostanza l’orientamento di allora del professore e quindi possiamo dire, anche oggi, che ciò che ha innescato il Presidente della Repubblica Napolitano è “un fatto inaudito, un cattivo servizio alla Repubblica”.
    Se penso a un uomo saggio, mi vengono in mente pochissime persone, ma tra queste c’è, senza dubbio alcuno, il prof. Zagrebelsky. Caro professore, non smetta mai di essere una fonte di luce, una voce, un esempio di giustizia e verità. Con stima. Massimo

  • Quando la saggezza dei Maestri si esprime il buio si dirada e ci sentiamo meno soli, anzi ci sentiamo cittadini!

  • Matteo Orfini, responsabile nazionale del forum cultura e comunicazione del Pd (Bersani)e responsabile per la Fondazione Italianieuropei (D’Alema)dei rapporti con le istituzioni oggi su FB h 13,30|
    “Zagrebelsky e la Bonsanti firmano l’appello del Fatto.Direi che a Repubblica serve un congresso straordinario”.
    Quando i “giovani” promettenti del Pd si esprimono , si accende una luce di speranza: facciamo una colletta per mandarli a scuola o ad una colonia estiva per minus habens…

  • No caro il mio articolista, al di la delle sue dotte disquisizioni teoriche sulla costituzione esiste la realtà dei fatti occorsi e dovrebbe esistere il popolo sovrano.
    A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti che la sa lunga. Riflettiamo, se le registrazioni delle telefonate che Napolitano vuole assolutamente distruggere non contenessero qualcosa di compromettente non avrebbe fatto questa poderosa alzata di scudi. Il fatto che siano state giudicate “irrilevanti” dagli stessi giudici non significa che non siano importanti per contribuire ad aprire uno spiraglio di luce nella stanza della verità.
    In altri casi analoghi, che costituiscono un precedente di enorme rilievo di cui la Consulta dovrebbe tener debito conto, es. l’intercettazione delle sue conversazioni con Bertolaso, Napolitano non é intervenuto neanche con un richiamo informale. Come mai questa diversità di comportamento? Il fatto che abbia parlato con “l’imputato” Mancino del processo sulla trattativa stato mafia (non avrebbe assolutamente dovuto) e preso addirittura a cuore la sua posizione (parole di D’Ambrosio) sta a significare un interesse anomalo sull’argomento.
    Che da vecchio intrigante della politica conosca il contenuto del vaso di Pandora e con il suo intervento stia cercando di bloccare le indagini per proteggere una élite di potere di cui fa e ha fatto parte? Probabilmente proprio per questo ha dato ascolto a Mancino anche lui confratello di questa élite.
    Stante il comportamento equivoco di Napolitano tutto è lecito pensare, anzi un’eventuale pronuncia della Consulta in suo favore confermerà la manovra di occultamento della verità, con grande discredito per tutte le istituzioni. Ormai solo la pubblicazione integrale delle conversazioni potrà fugare ogni dubbio sull’integrità morale, politica e legale di Napolitano.

  • La consueta raffinatezza lessicale con la quale è solito manifestare le sue opinioni non riesce a dissimulare, credo, la personale contrarietà del prof.Zagrebelsky,di merito oltre che di opportunità, relativamente alla scelta di Napolitano di sollevare conflitto tra poteri davanti alla Corte Costituzionale.Non oserò, non avendone le competenza, avventurarmi sul terreno delle argomentazioni giuridiche prospettate nell’articolo su Repubblica, che, per quanto mi è dato di comprendere, mi sembrano ineccepibili.Mi limito,credo in sintonia con tanti altri,ad esternare il mio istintivo fastidio per una iniziativa che ha il sapore di una difesa di prerogative e di status incompatibile con uno stato di diritto.E mi sorge un dubbio al quale vorrei che il prof. desse una risposta: se nelle intercettazioni in questione si fosse appalesato un qualche reato imputabile al Capo dello Stato, sia pure al di fuori delle fattispecie delineate dall’art.90 (alto tradimento e/o attentato alla Costituzione) il dibattito che ne è scaturito avrebbe avuto la medesima connotazione? Oppure non staremmo qui a interpellarci,con toni legittimamente indignati,sulla congruenza dell’art.90 rispetto all’art.3 nella parte in cui recita che “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”?

  • Egregio Professore, pur apprezzando enormemente il suo articolo mi preme fare un’osservazione affinchè possa essere di stimolo alla Sua argomentazione che peraltro condivido pienamente atteso che ciò cui stiamo assistendo a 20 anni dalle stragi di Capaci e di via d’Amelio ripropongono il terrore che i due avvenimenti hanno creato per il sangue sparso di integerrimi magistrati che per fare il loro egregio lavoro hanno finito per rinunciare loro malgrado alla loro vita nell’idea di tramandare ai posteri un sentimento di onestà, legalità e di democrazia. L’osservazione che mi premeva fare e che in parte mi lascia non pochi dubbi riguarda il fatto che l’irresponsabilità, di cui parla la Costituzione, equivalente, per l’appunto, a garanzia di intoccabilità-inconoscibilità di ciò che riguarda il presidente della Repubblica mi pare che non possa minimamente toccare il problema delle intercettazioni che mai Costituente avrebbe potuto disciplinare all’epoca della sua redazione e che tanto meno il Legislatore ordinario potrebbe pensare neppure di normare con riferimento al capo dello Stato viste le precise ipotesi in cui il Capo dello Stato possa essere direttamente e non indirettamente intercettato. La questione apparentemente complessa può al contrario essere molto più banale di quanto si potrebbe pensare e, cioè, nel caso di specie non mi pare che sia in gioco l’imputabilità del Capo dello Stato quanto il fatto se il comportamento di personaggi che non hanno le prerogative del capo dello Stato possano strumentalizzare il proprio ruolo per intervenire ed interferire in modo assolutamente illecito nell’ambito di una indagine in corso di estrema rilevanza per il nostro Paese e ciò non solo e non tanto per l’osservanza del principio sancito dall’articolo 3 della carta costituzionale, ma sopratutto per quei caratteri fondamentali dell’alto livello morale cui sicuramente il Costituente intendeva riferirsi nel redigere la Costituzione cui qualsiasi alta carica di stato doveva improntare i propri comportamenti. Appare, pertanto, di solare evidenza che il comportamento dell’interlocutore del capo dello Stato che è stato motivo di origine delle indirette intercettazioni in cui veniva successivamente identificato il capo dello Stato non avevano alcun interesse a conoscere l’oggetto delle conversazioni in relazione al capo dello Stato quanto la rilevanza ai fini investigativi di un soggetto che certo non gode delle funzioni e prerogative del Capo dello Stato che ovviamente pur non rilevando da un punto di vista penale finiscono a contrario per rilevare circa il comportamento dell’indagato intercettato che bene evidenziano invece da un punto di vista morale il livello della persona sottoposta ad indagini e che quindi bene evidenziano la lungimiranza del Costituente il quale astenendosi dal fare un mero elenco di cui si doveva tener conto nel valutare la responsabilità presidenziale introduceva un concetto di rilevanza comportamentale e quindi di alto livello morale cui ciascun servitore dello Stato avrebbe dovuto improntare il proprio comportamento. Appare, dunque, evidente che l’interlocutore intercettato che ha consapevolmente violato tale alto insegnamento morale senza scrupoli ha posto in essere una condotta assolutamente irresponsabile ben sapendo che con il proprio comportamento avrebbe coinvolto il capo dello Stato prevedendo di creare intorbidimento delle acque, conflitto di poteri su asserite dimenticanze del Costituente e/o ipotizzando mere lacune del legislatore ordinario. Ecco, infine, che non possono essere condivise le teorie che ipotizzano lacune di chi che sia ma si auspica che più di carenza di regole sia abbia a chiamare le cose con il proprio nome che nel caso di specie si chiamano comportamento di retta moralità, educazione, correttezza e legalità per rispetto in primis della figara del Capo dello Stato quale garante della carta costituzionale e poi del terzo potere dello stato che è la Magistratura quale organo obbligato a procedere in tutti in quei casi in cui sono in gioco le regole del diritto valide per tutti gli altri cittadini che non abbiano i poteri e le prerogative del Capo dello Stato.

  • A mio avviso, questa è una questione che non si potrebbe comunque risolvere tutelando tutti i valori in gioco.

    Se si vuole tutelare in modo pieno l’azione del presidente, lo spettro delle indagini dei magistrati viene ab origine limitato, e le persone rientranti nel raggio d’azione del presidente potrebbero beneficiarne.
    Se però si vuole tutelare in modo pieno l’operato dei magistrati (fino all’utilizzabilità dei nastri, ma comunque con irresponsabilità del presidente ex art. 90 cost.), si finisce per privare le istituzioni di ogni riservatezza nel loro operato, anche qualora esso sia penalmente irrilevante.

    Sono decisioni che fanno “vittime”. Ma questo non significa che non siano decisioni da prendere.
    A mio avviso, il pur sacrosanto diritto a conoscere la verità su fatti orrendi come quelli relativi alla trattativa stato-mafia, deve in qualche modo cedere il passo nell’immediato.
    Questo non significa che debba venir meno. Ma deve attendere, per dar modo all’istituzione di operare, se possibile nell’interesse generale. La verità è destinata a venire a galla comunque, grazuie alle garanzie dello stato di diritto e democratico. Certe decisioni, invece, non possono attendere, e soprattutto possono essere prese in modo efficace solo nel massimo della riservatezza.

    E’ una soluzione che comporta una ricostruzione “in rilievo” del ruolo esecutivo del presidente della repubblica.
    Credo però che sia la soluzione che produce meno danni, e del resto l’unica davvero conforme all’art. 90 cost. (che, se ci si limitasse ad interpretarlo come vincolo di irresponsabilità personale del presidente, finirebbe paradossalmente per tutelare – più che l’istituzione – la persona stessa del PdR).

  • Cerchiamo di essere realisti, egr. Sig. Roberto, di che cosa stiamo parlando, in quanto a moralità non è l’interlocutore (Mancino) che come Lei afferma ha “… consapevolmente violato tale alto insegnamento morale senza scrupoli…….” bensì Napolitano il quale nella sua posizione di garante delle istituzioni non doveva assolutamente accettare colloqui sull’argomento trattativa stato mafia con l’indagato Mancino e addirittura prendere a cuore le sue richieste, come ho già esposto nel mio post.
    In quanto poi alla tutela della CC da lui esercitata in questi ultimi anni, i trattati con l’UE che ha ratificato hanno contribuioto a far perdere all’Italia e al popolo una bella fetta di sovranità contrariamente a quanto previsto proprio dalla CC. Alla luce di tutte le iniziative intraprese da Napolitano non vedo proprio come lo si possa giudicare al di sopra delle parti.

  • Preg. mo Sig. Alberto Luigi, credo che un chiarimento lo debba fornire per dovere di correttezza e sopratutto per lo stimolo che il mio intervento ha detreminato con la sua critica per me di grande importanza perchè qualsiasi critica mi venga rivolta ritengo che possa migliorare i miei commenti e le mia opinioni in merito a temi di estrema rilevanza. Ebbene deve intendere ciò che io ho voluto sostenere e, cioè, non intendevo commentare se il Presidente Napolitano abbia fatto bene o meno perchè non era questo che intendevo sottonlineare ma più semplicemente il fatto che il commento del Prof. Zagreblesksy, persona di cui ho enorme stima, ponesse il punto su una eventuale carenza del legislatore e/o del costituente in merito al fatto che nel nostro ordinamento non sia adeguatamente disciplinato il fenomeno delle intercettazioni sopratutto con riferimento all’uso ed utilizzo delle intercettazioni indirette in cui il capo dello Stato involontariamente viene ascoltato. Ritengo che in proposito come già sottolineato non si può addebitare nè al Costituente nè al legislatore alcuna manchevolezza sia perchè le ipotesi in cui direttamente il Capo dello Stato può essere intercettato sono solo le 2 ipotesi previste dalla Costituzione sia, d’altra parte, perchè l’intercettazione indiretta essendo stata a carico di persona sottoposta ad indagini la medesima pur non avendo rilevanza penale per il capo dello Stato non può invece non essere considerata per l’intercettato non avente alcuna prerogativa di rilievo pari a quella del capo dello Stato. Ciò per giungere a sostenere che sebbene per il Capo dello Stato l’intercettazione non può in modo assoluto essere utilizzata perchè non può rilevare diversamente per chi non gode di quella tutela costituzionale può rilevare ai fini investigativi sopratutto per chiarire le caratteristiche soggettive di è sottposto ad indagini. Sul concetto poi se il Capo dello Stato abbia fatto bene o meno a rispondere all’Onorevole Mancino non ho mai inteso esprimere alcun giudizio essendomene, come giustamente ritengo, tenuto per me le dovute considerazioni che mi pare, tra l’altro, possano coincidere perfettamente con quelle da Lei espresse. Diverso è, ancora, il problema da me sollevato in merito all’intendimento che il Costituente, a mio modestissimo avviso, avesse al momento della redazione del testo della carta Costiruzionale che mi pare desse grandissimo spazio ai comportamenti di grande rilievo morale che tutti i servitori dello stato e, quindi anche i politici, avrebbero dovuto avere, integrità morale che con maggiore attenzione doveva osservare chi non aveva particolari tutele costituzionali come nel caso dell’onorevole Mancino essendo nel caso di specie normale cittadino al pari di quanto affermato dall’art. 3 della Costituzione. Va da sè, dunque, che non si può parlare di carenza normativa ma di assoluta inosservanza di un principio di retta moralità a cui non solo il Capo dello stato e i politici debbono attenersi, compreso l’Onorevole Mancino, ma anche qualsiasi altro cittadino deve rigorosamente osservare al fine di non incorrere anche ipoteticamente nella commissione di reati che nel caso di specie non vi sono ma che sicuramente i colloqui intercettati aiuterebbero di molto la Magistratura nel comprendere le caratteristiche soggettive della persona sottoposta ad indagini considerata sopratutto la gravità dei fatti contestati. Per dirla tutta, dunque, a mio avviso neppure sussistono i presupposti per sollevare un conflitto di poteri davanti alla Corte Costituzionale perchè la trattativa Stato – Mafia non può essere considerata una circostanza tanto importante da essere considerata alla stregua di una vicenda da annoverare tra quelle per cui era necessario apporre il Segreto di Stato perchè operazione svolte nell’interesse del Paese ma più semplicemente dev’essere ricondotta ad una vicenda di estrema gravità per il paese perchè ha coinvolto, forse, i due più grandi Magistrati del nostro paese e che sicuramente da parte dello Stato anzichè sollevare conflitti inesistenzi maggiore sarebbe dovuta essere la collaborazione verso i magistrati in prima linea per la guerra alla mafia. Come bene, infine, vorrà prendere atto la mia posizione non creda che diverga più di tanto dalla Sua. Cordialità

  • NE SUTOR SUPRA CREPIDAM
    Affermare che in democrazia il potere sia un’emanazione esclusiva della politica, che l’ha gestito e gestisce per consenso popolare, sarebbe pleonasmo e una questione di lana caprina. La politica è elaborazione dei partiti, compete ai partiti (in democrazia s’intende) dibattere delle necessità legislative che regolano la vita del Paese e dei cittadini che la esprimono. Ogn’altro intendimento (dal nobile ardire) che tenta di stabilire primogeniture nella gestione del potere, è una tracotanza che fa ingiuria alla democrazia e al popolo che lo detiene. Quale che possa essere l’eterogenesi conseguita per i fini preposti allo scopo.

    Tutte le sentenze dei nostri Tribunali vengono promulgate “IN NOME DEL POPOLO ITALIANO”. È sufficiente questa semplice motivazione per intendere che il potere non può essere che del POPOLO SOVRANO.
    Questo, ovviamente, non significa che le cose democratiche siano inamovibili, anche i sovrani assoluti son finiti sulla forca e il popolo continua a gestire il potere con magnanima condiscendenza.
    Qui giunti è opportuno che “Chi ha orecchie per intendere intenda”: nel rispetto di quella democrazia che lo ha voluto giudice ma non arbitro passionale delle faccende politiche. Faccia il giudice il magistrato vincitore di concorso che l’ha stimato valido per la bisogna, ma non vada oltre i confini che sono precipuamente della politica: non ultra crepidam.
    Celestino Ferraro

    “Perché attaccano il capo dello Stato”
    Cosa bisogna dedurne? La “zona grigia”, da chi era colorata? Falcone aveva scoperto i pittori? Un po’ ingenuo il nostro Falcone se non si premunì contro gli assassini. Avrebbe dovuto blindarsi in qualche segreto anfratto del mondo e lì attendere, telematicamente, gli sviluppi della miserabile faccenda. Falcone fu un eroe? Al di là di personalissime considerazioni che mi fanno rispettosissimo di un uomo integerrimo, come magistrato impegnato nella verità, fu insensato.
    Celestino Ferraro
    2012-08-19

  • Sono perpluto.
    Mi domando se è lecito o no che il Presidente della Repubblica si rivolga ad un giudice terzo per dirimere una controversia con un altro potere dello Stato.
    Mi domando se questa non è la prassi istituzionale da seguire in casi del genere.
    Mi domando dove sta la violazione delle prerogative della magistratura.
    Mi domando il perché tanti magistrati si straccino le vesti per una intercettazione nella quale, secondo quanto dicono, non esiste nessuna notizia di reato.

  • L’equilibrio e l’onestà del nostro Presidente mi inducono ad affermare che troppi e indebitamente sono stati in questi sessant’anni e passa i santi collocati sull’altare della libertà,della democrazia,della legalità costituzionale di questo Belpaese.

  • sono orgoglioso di avere da anni la tessera di LG, il nostro Presidente Onorario analizza e argomenta perfettamente la posizione di tutti quelli come me non contenti di 20 anni di menzogne e false verità da parte di parti dello Stato sulla trattativa. Grazie ancora

  • No, caro professor Zagrebelsky. Questa volta sbaglia. Capita anche a Libertà e Giustizia (come é capitato sbagliare anche agli eletti della socetà civile nel consiglio di amministrazione Rai sul contratto del direttore generale).
    Per farla breve sono d’accordo con Scalfari.
    Saluti
    Gallini

  • scrive Norma Rangeri sul Manifesto di ieri ….”Monti o Berlusconi?” ….(stralcio) Se Monti avesse letto Zagrebelsky forse non avrebbe detto una simile sciocchezza. Fatto è che dietro gli occhiali e l’aria professorale, il presidente del consiglio e i suoi ministri, ci rifilano delle evidenti fregature, magari sobrie e pensose, ma nella sostanza uguali a quelle del suo predecessore (il debito pubblico che macina record, la disoccupazione al galoppo, la recessione che accelera, il taglio bestiale ai diritti sociali in nome dell’equità…).

  • Più chiaro e limpido di così non si può. Stupefacente l’articolo di Scalfari, una farneticazione continua. Sarà un problema di senilità o pervicace cecità ovvero malafede nel difendere la tristissima parte politica – il pd meno elle – a lui tanto cara?
    Il tocco finale del prode Eugenio fa accapponare il cervello: siamo in guerra e quindi la trattativa è cosa normale da fare… pazzesco!

  • No, questa volta non sono d’accordo con Zagrebelsky. Pochi hanno sottolineato gli interventi di un altro Presidente emerito di valore come Valerio Onida sul Corriere, che ricordava la discussione ad inizio anni ’90 sugli eccessi di utilizzo del 41 bis e la corretta procedura che i PM palermitani avrebbero dovuto seguire per dare corso alle indagini sugli ex ministri Conso e Mancino. E’ diventato nemico dei magistrati anche lui, o forse capita che anche i meritori PM di Palermo sbaglino?

  • Ho letto con molto interesse l’articolo, equlibrato e pieno di buon senso, di G.Z. e debbo dire che nello scritto vien indicata una via ragionevole per superare la non facile situazione in cui l’iniziativa del Capo dello Stato è andato a cacciare la Corte Costituzionale. Condivido la critica motivata a Napolitano e la riaffermazione della fiducia per il lavoro dei magistrati di Palermo. In questo panorama desolante, nel quale la maggioranza dei commentatori di una certa area – il centro sinistra – ha appoggiato l’iniziativa e difeso l’operato di Napolitano, perchè ha paura di turbare il lavoro del governo Monti – oggi criticato perfino da Famiglia Cristiana per l’ottimismo immotivato e propangandistico profuso nel meeting di CL – le meditate e profonde riflessioni e indicazioni di G.Z. fanno sperare che in Italia ci sia ancora possibilità di cambiamento, nel senso della democrazia e nel rispetto della Costituzione.

  • Mi dispiace, ma non vi riconosco proprio più. Pensavo che la querelle spiacevole col Sindaco di Firenze (maltrattato in modo ingiustificato dalla Bonsanti) fosse da ricondurre nell’alveo delle “cose che capitano”, ma in questi giorni è successo, almeno per me, molto di peggio. Zagrebelsky che attacca Napolitano, attribuendo alla sua iniziativa di coinvolgere la consulta una dimensione deflagrante per la nostra democrazia, e poi LeG che invita a sottoscrivere l’appello del Fatto Quotidiano a favore dei giudici di Palermo. Visto che non credo che i rappresentanti di questa associazione, nella quale mi sono trovato volentieri e spesso in sintonia, siano degli stolti o incapaci di comprendere il valore che hanno le posizioni che si assumono, sono costretto a rilevare che siamo di fronte ad uno spostamento di quello che potrebbe essere definito in politichese l’asse politico dell’associazione.
    Firmare l’Appello del Fatto Quotidiano significa firmare contro Napolitano e contro chi, ancora, garantisce una certa credibilità delle istituzioni e cerca di farla crescere nella politica. Firmare quell’appello vuol dire che si è scelto di stringere l’occhiolino a Grillo e Di Pietro (manettari di DESTRA, padri padroni dei loro movimenti come lo era il tanto odiato Berlusconi) ed ai loro sponsor mediatici (primo fra tutti il Fatto Quotidiano di quel Travaglio, anche lui manettaro di DESTRA), che stanno facendo affari d’oro col filone intrapreso (andate a vedere denunce dei redditi e dividendi).
    No, questo non è mai stato lo spirito di LeG. Oppure io non avevo capito un tubo e finalmente ho aperto gli occhi. Spero che non ci sia un calcolo opportunistico in questo atteggiamento di LeG: quello di ampliare la platea dei propri estimatori nell’area che tira molto adesso, quella della cosiddetta antipolitica. Ci può anche stare, ma un conto è cercare di avvicinare persone che sono schifare dalla politica, un altro è tirare la volata (come si sta facendo con le ultime iniziative assunte) al populismo e qualunquismo (che saempre si sono indicati come nemici) rappresentati da figure a dir poco ambigue e poco trasparenti come Grillo e Di Pietro.

  • La mia opinione è che il comportamento di Nicola Mancino è palesemente scorretto e che il Presidente della Repubblica non avrebbe dovuto accettare
    di parlare di questo argomento, che nulla ha a che fare con le sue prerogative istituzionali.
    In questa occasione esprimo la mia massima solidarietà e stima ai magistati della Procura della Repubblica di Palermo per la loro indagine coordinata dal Antonio Ingroia e in questa stessa occasione a Roberto Scarpinato.

  • Buongiorno Andrea Ricci, non so se lei non avesse capito un tubo (espressione sua) o no, ma le segnalo che l’intervento del Prof. Zgrebelsky è correttissimo
    e che firmare l’appello indica una espressione di solidarietà per i magistrati della Procura della Repubblica, ai quali vanno la mia solidarietà e stima, e non è assoltamente una azione “contro” il Presidente della Repubblica.
    Cordialmente
    Stefano

  • Non sono un fine giurista , ne un dottor sottile , per cui il mio intervento è molto terra terra. Quello che so è che lo Stato di diritto si basa sull’equilibrio dei poteri sul quale è basata la nostra Costituzione , quindi tutti i poteri dovrebbero essere equilbrati e nessuno prevalere , siano essi la Magistratura o il Presidente della Repubblica .Ho piena fiducia nella Corte Costituzionale e non sono d’accordo con Prof. Zgrebelsky sulle sue perplessità, parimentri non condivido la ultima parte del discorso di Scalfari che mi pare alquanto pericolosa . Sinceramente sono dipiaciuto delle divisioni che si stanno creando all’interno dell’area di persone che ritengo abbiano dimostrato una sincera fede democratica e che hanno lottato per far uscire il nostro Paese da una pericolosa deriva populista , credo che questo gioco al massacro faccio solo un favore alla parte peggiore del nostro Paese.

  • Grande Zagrebelsky, anche se non sei quello del “diritto mite” del quale ho copia autografata…

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