Il ritorno della politica dopo l’emergenza

CON la svolta impressa dal Presidente della Repubblica quando è nato il “governo dei tecnici”, potevano aprirsi due scenari: nell’uno, esso sarebbe stato il frutto dell’emergenza, come tale destinato a lasciare il campo una volta esaurito il suo compito; nell’altro, avrebbe rappresentato un’alternativa stabilmente valida alla democrazia dei partiti, quanto meno a quella di fatto realizzatasi in Italia sotto la vigente formula costituzionale parlamentare. Non si sapeva dove si sarebbe andati a parare. Si sapeva invece che molto sarebbe dipeso dalla capacità dei partiti di rinnovare se stessi e il sistema delle relazioni politiche, in maniera tale da poter fronteggiare l’emergenza economico-finanziaria e sociale che è stata la ragione originaria di quell’anomalo governo.
Oggi, per una serie di cause, prima fra queste la mancata realizzazione di quella condizione, nel permanere dei fattori critici che avevano portato a quell’innovativa scommessa di governo, il secondo scenario sembra avere fagocitato il primo. L’eccezionalità sembra, per così dire, essersi normalizzata. Anzi, c’è chi ne auspica un’indefinita durata in nome della tanto invocata stabilità, una condizione che la politica dei partiti non è in grado di assicurare. Un nuovo “ismo” è tra noi, il “montismo”, il cui motto è, per l’appunto, “stabilità”: parola-chiave del momento che viviamo. Un’ottima cosa che, nelle attuali condizioni, comporta però l’accantonamento o l’affievolimento di ciò che, in democrazia, dovrebbe essere tenuto stretto: la dialettica politica, cioè il diritto-dovere di ciascuno, rispetto ai problemi comuni, di assumere le responsabilità che gli competono secondo la propria visione delle cose, nell’economia, nella cultura, nelle professioni, nel comune essere cittadini, anche a costo di contrasti e conflitti.
Questo accantonamento della politica è pericoloso, in sé e in prospettiva, anche per la stabilità che dovrebbe garantire. Prefigura la morsa di due speculari posizioni estranee alla politica (anti- o a-politiche), diverse, anzi opposte nelle premesse, ma convergenti nel risultato. Per l’una, il governo è cosa tanto banale che chiunque può prenderselo in mano; per l’altra, è cosa tanto alta che lo si deve riservare a pochi esperti. In entrambi i casi, la politica e i partiti politici sono estromessi dal governo. Antipolitica populista, potremmo dire, la prima; a-politica tecnocratica, la seconda. Due visioni opposte, convergenti nel prodotto negativo – l’accantonamento della partecipazione alla politica nazionale, attraverso
lo strumento partitico – ma radicalmente divergenti nell’aspirazione positiva: il governo d’improvvisati dilettanti oppure di esperti di tecniche di settore.
Se si ascoltano gli umori diffusi, è facile accorgersi che le due prospettive, pur contrapposte, anzi: proprio perché contrapposte, finiscono per alimentarsi vicendevolmente, producendo, per vie diverse ma confluenti, un minaccioso rumore di fondo. Il timore nei confronti dei demagoghi dilettanti alimenta il sostegno – un sostegno difensivo, arroccato, qualche volta arrabbiato – nei confronti degli esperti. Ma, d’altra parte, gli esperti sono, come sempre, identificati quali agenti dell’establishment, una cosa visibile ma sfuggente, che chiunque può definire come vuole, dove si vedono sempre le trame e gli intrighi opachi che si vogliono vedere, a vantaggio dei pochi e a danno dei molti. Gli “ottimati” sempre suscitano reazioni ripulsive, rancorose, in coloro che sono o si sentono esclusi dalla loro cerchia.
Queste due posizioni non solo comportano il rifiuto radicale l’una dell’altra, ma contengono evidenti tendenze integriste e intolleranti. Entrambe si considerano portatrici di salvezza e considerano l’altra un pericolo. L’una crede di vedere nell’attuale esperienza di governo degli esperti solo l’estremo tentativo di perpetuare una concentrazione d’interessi, l’establishment, appunto, che, di degrado in degrado, di corruzione in corruzione, di cecità in cecità, ci ha portato negli anni a un punto senza sbocco. L’altra crede invece di vedere nella critica, di cui è oggetto, anarchismo, ribellismo, distruzione, irresponsabilità. Un conflitto latente: che sia questa la grande frattura, con la quale dovremo fare i conti nel futuro?
Già ora ne vediamo un segno nella tendenza al settarismo: purezza contro corruzione. Ogni scandalo pubblico, che pur giustamente si denuncia, si volge in motivo di denigrazione generalizzata, con l’intento di dimostrare così l’implosione inevitabile d’un’epoca e l’imbroglio di chi si adopera “tecnicamente” per una sorta di sopravvivenza forzata d’un sistema che non ha prospettiva e che tanto più perdura, tanto maggiore danno produce. Ma, l’altro segno è la refrattarietà alla critica e la tendenza all’isolamento. Ciò che conta è il risultato, non il consenso. La tecnica in politica, inevitabilmente e per la stessa sua natura, tende alla neutralizzazione forzata dei
conflitti. In questo, è l’esatto contrario della democrazia, che è invece disputabilità delle scelte e la valorizzazione dei conflitti, quali motori della politica. Dai non tecnici, i tecnici, per lo più, si aspettano non utili contributi, ma semplicemente intralci. Così, abbiamo visto l’insofferenza verso i partiti, corretta prontamente, anche per il necessario sostegno dei loro voti in Parlamento, ma pur sempre insofferenza. Così abbiamo assistito alla superficiale liquidazione della prassi della concertazione sindacale, quasi che si sia trattato e si tratti, sempre e necessariamente, di pratica corporativa. Così, in questo duplice disincantamento verso le maggiori forme di vita pubblica organizzata, si è manifestata una sorta di distanza “tecnica”, per l’appunto, dai problemi di tenuta del tessuto sociale. Così, vediamo operante la sindrome di chi considera se stesso e le sue azioni come doverosa conseguenza di necessità che non si possono contraddire: i mercati vogliono; lo spread; costringe; c’è la guerra e in guerra si combatte, non si discute. La guerra! Non è solo un modo di dire un poco enfatico: è l’estrema risorsa, l’alternativa al consenso, quando è a rischio la coesione sociale. Ma è una guerra di cui non conosciamo il nemico. Non si fanno guerre contro “cose” impersonali come il debito pubblico, la disoccupazione, la stretta creditizia, il crollo dei consumi, i mercati speculativi, ecc. Contro queste cose si fanno politiche, non guerre. Evocare scenari bellici significa strozzare le discussioni, alzare la tensione e chiedere compattezza a ogni costo. Nel contempo, però, si alimenta la logica dell’amico-nemico che produce l’effetto opposto alla stabilità. Ecco perché gli esperti che governano con la tecnica possono portare benefici nel breve, brevissimo, periodo, ma alla lunga sortiscono l’effetto opposto a quello cui essi credono di dedicare i loro sforzi. La stabilità, in democrazia, non è una funzione tecnica, ma politica.
Il clima della fine di questa legislatura, è pesante. Chi ha il privilegio di poter parlare all’opinione pubblica in nome di qualcosa che abbia a che fare con cultura e politica non deve lasciarsi prendere dalla militanza per partito preso, da una parte o dall’altra. La cultura è capacità di idee generali elaborate criticamente e la politica è, sotto ogni aspetto, cosa diversa da una guerra. Non è una posizione facile. La situazione stessa lo tira di qua e di là. Se lo si trova a dire cose che piacciono, è un amico; se cose che non piacciono, è un nemico. Se poi tace, è ugualmente un nemico che, semplicemente si è lasciato intimorire. Invece, occorre mantenere la giusta distanza e resistere alla chiamata alle armi, pensando all’immediato futuro. Possiamo immaginare che lo schema che domina questa fine legislatura si rinnovi nella prossima? Non è un incubo la sola idea d’un governo non espressione d’una solida base politica e non legittimato da un voto popolare; e d’un parlamento formato da partiti impotenti, quotidianamente sotto la sferza di diecine o centinaia di deputati e senatori eletti sull’onda di sentimenti elementari pre- o anti-politici? Noi pensiamo, forse, che la nostra attuale esperienza di governo degli esperti, nel vuoto dei partiti, sia una novità, un’escogitazione di cui andare fieri, un esempio di democrazia post-moderna. Non è affatto così. La storia ha conosciuto situazioni paragonabili molto da vicino alla nostra. E tutte hanno avuto, in breve tempo, esiti non positivi. Qui è, sottintesa, la domanda che deve essere rivolta ai partiti politici, soprattutto in quanto ve ne sono alcuni che, per puro interesse particolare, preparano le condizioni del perdurare di questa condizione: perduranza che, d’altro canto, si dovrebbe sapere essere illusoria speranza. Vincere elezioni e dare al paese un governo e una stabilità politica: questo il motto della politica sana. Sembra invece che vi sia chi lavora proprio al fine opposto, cioè per una legge elettorale che non faccia né vincitori né vinti e possa permettere di dire, poi, che si è costretti a stare tutti (o quasi tutti) insieme sotto l’ombrello protettivo d’un governo che, venendo da fuori, permetta loro di sopravvivere ancora per un po’, vivacchiando: uno scenario da cupio dissolvi.

6 commenti

  • Non si può che condividere integralmente la lucidissima analisi del Prof. Zagrebelsky. Relativamente alla questione dell’attuale governo tecnico, una considerazione ulteriore potrebbe riguardare i fattori anomali che hanno determinato la sua origine: da un lato, l’opportunità fornita ad una parte politica della precedente maggioranza di continuare a determinare le linee di fondo della politica economica e fiscale del governo, nonostante un mutato orientamento dell’elettorato; dall’altro il ruolo del Presidente della Repubblica, nei fatti vero uomo forte dell’esecutivo, che ha condizionato le scelte del maggior partito della precedente opposizione. L’affermarsi travolgente dell’antipolitica deriva dunque, oltre che dall’incapacità dei partiti di autoriformarsi, dal saper proporre soluzioni radicalmente contrapposte a quelle adottate dal governo con la condivisione e la complicità delle forze politiche della nuova maggioranza, in spregio ad ogni basilare principio di equità sociale.

  • Come al solito un bellissimo articolo del professor Zagrebelsky che però commette un piccolo grande errore quando sostiene che “gli esperti che governano con la tecnica possono portare benefici nel breve, brevissimo, periodo”.
    Pochi dati smentiscono questa affermazione: il debito pubblico continua a crescere (da gennaio a maggio dell1,14%) malgrado le entrate fiscali aumentino (4,6 % rispetto al 2011) ma il gettito dell’IVA diminuisce (dell’1,1 % malgrado o a causa dell’incremento della percentuale della tassa), il PIL continua a diminuire, lo spead è in crescita da marzo ed oscilla di nuovo attorno a 450 punti con picchi di poco al di sotto dei 500 punti. La povertà è in continua crescita, in particolare nel mondo operaio. I consumi sono in continua decrescita.
    Non si può dire che questo governo tecnico porti benefici neppure nel breve termine, chissà cosa comporterà nel medio lungo termine.

  • La ricca tematica su cui il presidente onorario Zagrebelsky continua a richiamare il nostro impegno di cittadini attivi mi induce ad alcune brevi annotazione che necessitano un opportuno approfondimento (magari sul forum, se verrà riaperto).

    1.-Governo dei tecnici, tecnocrazia.
    Ebbene una delle incongruenze (Bobbio usa il termine di paradossi) della democrazia nello stato moderno è dato dal fatto che le funzioni di governo, per la loro intrinseca complessità, non possono che essere affidate a persone che siano “competenti” nei vari settori di attività. In questo senso, in uno stato democratico moderno il governo deve necessariamente essere affidato a rappresentanti dotati di competenza specifica, ossia a un “governo di tecnici”.

    È questo tutto sommato ciò che, sia pure per fronteggiare l’emergenza, la scelta del presidente Napolitano ha messo finalmente nella giusta luce: per fare politica, per esercitare una adeguata funzione di governo, è necessario innanzitutto essere competenti.

    2.- L’eccezionalità del governo tecnico.
    La situazione di emergenza sociale, politica, economica, finanziaria in Italia è un dato endemico che ha caratterizzato, in varie forme, tutta la vita dello stato a partire dall’unità. Per restare alla contemporaneità, la storia dello stato repubblicano è praticamente un continuo susseguirsi di emergenze, che i vari governi della prima e della seconda repubblica hanno affrontato, purtroppo aggravandole, con l’incompetenza tecnica propria dei dirigenti politici dei partiti. Erano ovviamente ordinari governi, ma affidati a politici assolutamente a dir poco incompetenti.

    Non è il governo dei tecnici di Monti che deve continuare all’infinito, ma sono i partiti che devono formare dirigenti politici competenti, a cui affidare con speranza di buoni risultati la funzione ordinaria di governo.

    3.- L’accantonamento della politica.
    Se per politica si intende la scelta di campo fra le varie idee o ideologie sul “dover essere” della società, il rischio è quello di perpetuare all’infinito la conflittualità permanente fra varie ideologie che propongono antitetici progetti sul dover essere della società.

    Di questo tipo di politica non si sente più, oggi, alcun bisogno, e i partiti farebbero bene ad abbandonare le tradizionali ideologie.

    Per essere pratici, se oggi ci fosse un partito che proponesse quale progetto politico una sorta di neo umanesimo basato sui principi costituzionali (uguaglianza, libertà, solidarietà, giustizia sociale, per citare solo quelli fondamentali), precisando in che modo intende che siano attuati in concreto, i cittadini sarebbero in grado di capire di che cosa si sta parlando e se si tratta di un progetti condivisibili.

    Ma i partiti non vogliono essere chiari, e si ostinano a proporsi quali riformisti ma anche conservatori, rigoristi ma anche per lo sviluppo, democratici ma con apertura al presidenzialismo, per una economia di concorrenza ma con un occhio di riguardo ai monopoli e oligopoli industriali e finanziari, per la riduzione del carico fiscale e della spesa pubblica ma anche per il mantenimento dei servizi pubblici.
    È da queste indecenti proposte, oltre che dalla conclamata incompetenza dei dirigenti dei partiti e dalla loro propensione all’affarismo e alla corruzione, che nasce il qualunquismo, l’antipolitica.

  • Credo che il prof. Zagrebelsky abbia toccato un punto essenziale della situazione italiana. la guerra- lo stato psicologico di guerra- come estrema risorsa alternativa al consenso quando è a rischio la coesione sociale.

    Questo sembra essere il senso dell’operato dei tecnici.

    Ma una domanda allora vorrei porre:

    E se lo stato psicologico di guerra – su cui si legittimano le emergenze- fosse esso uno degli elementi distruttivi della coesione sociale, o meglio del credito e della fiducia su cui si fondano l’economia e la democrazia? E se vi fosse la crisi della democrazia e dei meccanismi democratici alla base della crisi finanziaria ed economica almeno nel nostro paese?

    Lo “stato di guerra” pare infatti essere la dissoluzione della democrazia ma al tempo stesso dei meccanisnmi dell’economia.

    John Locke aveva chiara questa dinamica che poi fu quella che si trovarono ad affrontare i coloni americani alla fine del XVIII secolo.

    “ Chi infatti con la forza sopprime il legislativo istituzionale di una società, e le leggi da esso create in armonia col mandato ricevuto, sopprime con ciò stesso il potere arbitrale, cui ciascuno ha dato il suo consenso ai fini di una pacifica risoluzione di tutti i conflitti e come garanzia contro un reciproco stato di guerra. Coloro che destituiscono o cambiano il legislativo sopprimono questo potere ultimo, che nessuno può detenere se non per mandato e consenso del popolo; e così, distruggendo l’autorità che il popolo ha istituito e che nessuno al di fuori del popolo poteva istituire e sostituendovi un potere che il popolo non ha autorizzato, introducono di fatto uno stato di guerra, che è appunto una forza non autorizzata; onde, destituendo il legislativo istituito dalla società ( alle cui decisioni il popolo ha consentito e s’è associato come a decisioni prese dal suo stesso volere), essi recidono quel vincolo e tornano a esporre il popolo allo stato di guerra” ( John Locke, Secondo trattato sul governo, 1691, trad. Lia Formigari, p. 214)

    E’ poi un dato constatabile facilmente il fatto che, in questo clima “liquido” e instabile di conflittualità universale, come osserva Hobbes “….non è possibile alcuna industria, perché il suo frutto è incerto, e quindi non c’è agricoltura, né navigazione, né l’uso dei beni che possono essere importati per mare….e la vita dell’uomo è solitaria, povera, sordida, bestiale e corta” ( Hobbes, Leviatano, 1651, p. 73, 74)

    Non sarebbe forse il caso di chiedere al capo dello Stato di promuovere, dopo il rigore e la sobrietà economica, il rigore della democrazia per creare accettazione e condivisione dei sacrifici necessari per il risorgimento italiano e soprattutto per ricreare i meccanismi essenziali e stabilizzanti del credito e della fiducia?

    E rigore della democrazia non può non significare rappresentatività e responsabilità delle decisioni, per ricostruire lo stato italiano. Nessuno dovrebbe poter brandire riforme “costituzionali” azzardate finalizzate solo a conservare il potere o a mantenere i meccanismi di personalizzazione che hanno indebolito la democrazia italiana.

    Umberto Baldocchi

    Lucca

  • No Caro professore (caro per quanta attenzione e fatica lei mette nell’aiutarci a capire): LA GUERRA C’È, non dichiarata, ma c’è.
    Non quella di cui parla Monti – proconsole di proconsoli – che chiede in sostanza – a chi può determinarla – una tregua di spread per poter condurre a termine le sue operazioni di governo sugli italiani senza provocarne la discesa nelle piazze.
    La guerra è all’Europa dei diritti civili e del welfare..
    C’è un asse tra – per esempio – la Apple (“think different”) e la FOXCOMM (“think communist and practise in the old good way”), in Cina, dove migliaia di persone di tutte le età lavorano 15 ore al giorno, dormono in fabbrica, non hanno pause per andare in gabinetto e producono tutti gli Ipod, Ipad etc. per 5 dollari al giorno.
    E’ l’asse che incarna tutto il senso e gli scopi della globalizzazione: il massimo profitto, niente di nuovo.
    E, nel mercato globale, l’unico ostacolo, pratico e simbolico, allo sviluppo in stile moderno ( soft: maglioncino Marchionne, palestra in ditta, bonus…) è l’Europa.
    Il meccanismo in atto è stato sperimentato negli ultimi decenni, e con soddisfazione, in Africa: si comanda per intermediari politici (non legittimati che dal potere di usare la forza e che organizzano la spartizione delle briciole a livello locale), tecnici ( che mettono in atto le opportune forme di “trasferimento di ricchezza”), e, naturalmente, religiosi, intellettuali, media…
    Lo spread CONTINUA a dire esattamente questo: “non abbastanza, cari greci, spagnoli, italiani; dovete tornare ad essere colonie, il caporalato l’unico modo di regolare il mercato del lavoro, diritti zero, “dignità” una parola cancellata dalla memoria, dal presente e dal futuro dei vostri figli”.
    E’ perché consapevole di tutto ciò, che lo FMI qualche mese fa comunicò che l’Italia non uscirà dalla crisi prima del 2017.
    Mi rendo conto che quanto dico può apparire generico, ma finché non metteremo a fuoco ciò che sta accadendo, non avremo nessuna possibilità di intravedere vie d’uscita. Per questo mi permetto di allegare qui di seguito una “Lettera aperta” che cerca aiuto alla comprensione, per il bene di tutti.
    Forse “Libertà e Giustizia” potrebbe farsene promotore.

    Lettera aperta a:

    Roberto Benigni, Gino Strada, Luigi Ciotti, Chiara Saraceno, Milena Gabanelli, Cesare Prandelli, Roberto Saviano, Mario Tronti, Stefano Rodotà, Enzo Bianchi, don Gallo, Erri De Luca, Barbara Spinelli, Ascanio Celestini, Margherita Hack, Conchita De Gregorio, Dario Fò, Franca Rame, Claudio Magris, Stefano Gamellini, Alois Rebula, Michele Serra, Ivano Fossati, Antonio Pennacchi, Boris Pahor, Ferdinando Scianna, Philippe Daverio, Giuseppe Bertolucci, Mariangela Melato, Ermanno Olmi, fratelli Taviani, Roberto Baggio, Corrado Guzzanti, Sandra Bonsanti…….

    Abbiamo bisogno che ci aiutiate a capire.
    Abbiamo bisogno che vi contattiate – non dovrebbe esservi difficile.
    Abbiamo bisogno che fissiate una data ed un luogo, e che vi troviate attorno ad un tavolo.
    Allargate pure gli inviti: onestà, cuore ed intelletto sono i criteri e voi sapete guardarvi intorno e riconoscere.

    Abbiamo bisogno che ci diciate se siamo pazzi, o ignoranti, o ciechi, a non trovare traccia di alcune vitali questioni nei dibattiti che si svolgono nei luoghi deputati.
    Abbiamo bisogno di aria fresca, di conoscenza disinteressata, di verità, di responsabilità verso tutti noi: cittadini, uomini, donne, popolo.

    Abbiamo bisogno che vi poniate alcune domande che ci turbano, senza nascondervi che ci turba ancora di più l’impressione che siano considerate illegittime o una forma di disturbo al manovratore.

    1. E vero, o no, che siamo in uno stato di guerra – non dichiarata – il cui oggetto è: accaparramento della ricchezza naturale e prodotta da parte di sempre meno a sfavore di sempre più? E vero, o no, che la crisi non è altro che il più globale, localizzato, intenso “trasferimento” di ricchezza nella Storia dell’umanità? Oppure: è vero, o no, che “l’allargamento della forbice tra poveri e ricchi” è l’unico, costante, incontrovertibile, globale e localizzato, dato “economico” degli ultimi trenta anni?
    2. E vero, o no, che questa guerra viene combattuta usando come armi di distruzione di massa il potere sulla distribuzione “del pane e dell’acqua” ed il potere di isolare tra loro persone, etnie, popoli, per ridurre alla fame ed al silenzio?
    E’ vero, o no, che se si hanno orecchie per sentire ed occhi per vedere, milioni di persone che fino a poco tempo fa gridavano “Non vogliamo essere i soli a pagare!”, dicono oggi: “Non POSSIAMO più pagare!” ?
    3. E vero, o no, che l’impoverimento della stragrande parte della popolazione passa anche – anzi, sostanzialmente – per la riduzione dei diritti come cittadini, e per l’annullamento della dignità, come umani? E per l’oblio ed il tradimento della fatica di tutti coloro che ci hanno preceduto in questa vita?

    Abbiamo bisogno che riunendovi, ascoltandovi, ci ricordiate l’importanza e la forza dell’ascolto.
    Abbiamo bisogno che – attraverso voi – ci offriate l’opportunità di capire, di disegnare il quadro della realtà in cui viviamo. Solo quando sarà conosciuto il punto di partenza, sarà forse possibile alzarsi, e muoversi in una direzione, senza che ci si senta pazzi, cioè soli, ignoranti e quindi inascoltati, o ciechi e fuori strada.
    Solo con una chiara immagine del punto di partenza chi ama la vita, e non ha tempo da perdere a rubarla agli altri, potrà, responsabilmente, cercare vie di uscita.

    E’ per questo che abbiamo bisogno di voi.

    Abbiamo bisogno che fissiate un giorno ed un luogo per questo vostro/nostro pubblico incontro.
    Abbiamo bisogno che sia un posto grande dove poterci riunire ad ascoltarvi e vedervi. E magari chiedere la parola, testimoniare.
    Abbiamo bisogno che, in streaming sui computer di tutta Italia (e fuori!) – e/o attraverso un rete di TV locali od una nazionale più intelligente – tutto il nostro popolo vi possa vedere, ascoltare e persino gioire del vostro tentativo di capire in che mondo, oggi, stiamo vivendo.
    E’ un cibo di cui abbiamo bisogno, forse il più necessario in questo momento.

    Maurizio Costantino

    PS
    1. La lista dei nomi a cui ci indirizziamo è uscita di getto, dettata dall’urgenza. Nessuno che non appaia si senta escluso. Chiunque senta di poter e voler aiutare questo “tavolo” ad esistere, lo faccia.
    2. Chiunque, persona o istituzione o gruppo, voglia collaborare a che il bisogno che qui esprimiamo si realizzi, lo faccia
    3. Chiunque voglia firmare questo invito, lo faccia.

  • Il governo dei tecnici-economisti: quando la politica –e il diritto- fa vacanza.
    Monti, paladino del pensiero unico liberista, detentore di un potere di origine non elettiva e geneticamente poco incline alla concezione democratica, ha instaurato un vero e proprio regime tecnocratico-dittatoriale (degli economisti), bandendo dal nostro ordinamento la democrazia, il dialogo politico, la libertà di critica e, in una parola, il diritto. E così, fin dall’inizio, ‘l’uomo che parlava ai cavalli’, ispirato da cieca fede nel dio-mercato e portatore di una monocultura economica, ha detto, senza mezzi termini ed apparenti emozioni (la Fornero avrebbe almeno versato qualche lacrima!), che sarebbe andato avanti per la propria strada anche senza il consenso delle parti sociali –sì, perché, queste, ha spiegato recentemente, sono solo … parti- , che la concertazione (e quindi partiti, sindacati, ecc.) è la madre di tutti i mali e, dulcis in fundo, che i problemi dell’Italia non potranno essere più risolti in base al diritto. Tanti non hanno inteso –o hanno voluto non intendere- la gravità inaudita di simili dichiarazioni, foriere di tempi grami, non percependo che esse annunciavano il precipizio nel buio: lo smantellamento dello Stato-di diritto, soppiantato dallo Stato-farwest, in cui il diritto, nella sua accezione oggettiva e soggettiva (e del diritto ai diritti) è cancellato, nulla più contano quei diritti civili e sociali che la costituzione pone a fondamenta della società (ubi societas, ibi ius) e dello stato (che appunto per questo si qualifica nel binomio inscindibile Stato-di diritto), espressione stessa della sostanza della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza. Non c’è che dire, incommensurabile lezione da parte del prof, niente a che vedere, ad esempio, con quella che ci viene in questi giorni dalla Francia! Monti dice che l’Italia ha fatto i compiti a casa, ma il prof che li ha corretti è lui, al tempo stesso studente, che invece dovrebbe essere il primo ad andare a ripetizione, dalla Francia per esempio: anche per apprendere i rudimenti della democrazia, che trova il suo veicolo proprio in quella concertazione da lui aborrita e bandita e che, al contrario, Hollande ha dichiarato espressamente (a proposito del piano di licenziamenti Peugeot-Citroen) essere il metodo imprescindibile dell’azione di governo. Al momento della nomina di Monti a capo del governo, non si aprivano solo i due ipotetici scenari disegnati da Zagabresky, ma anche una speranza: quella, di buona parte degli italiani, che con il nuovo direttore d’orchestra cambiasse anche la musica. Speranza illusoria, subito distrutta dal nuovo premier, che, appena insediato, teneva ad affermare orgogliosamente la continuità del suo governo con quello del suo predecessore -al quale tributava addirittura pubblica ‘riconoscenza’- ed esplicitava il monti-pensiero annunciando, con la scusa dell’emergenza, della ‘guerra’ in atto e delle imposizioni del mercato (‘ce lo chiede il mercato’, ‘ce lo chiede la BCE’), la sospensione non solo della politica –e della democrazia- ma anche del diritto, che del resto, soprattutto sotto forma di quello che Zagabresky chiama ‘diritto-dovere di ciascuno, rispetto ai problemi comuni, di assumere le responsabilità che gli competono secondo la propria visione delle cose, nell’economia, nella cultura, nelle professioni, nel comune essere cittadini, anche a costo di contrasti e conflitti’, altro non è che una faccia della stessa medaglia: una sorta di coprifuoco, giustificato come effetto obbligato della situazione di crisi, ma che in realtà ne è la causa stessa, se è vero che, come dice G. Rossi, ‘le grandi crisi sorgono quando il diritto fa vacanza’. E quindi la sua ‘politica’, i suoi obbiettivi -il mercato innanzitutto con i suoi pretesi vincoli- era cosa scritta fin dall’inizio. ‘L’uomo che parla ai cavalli’, il tecnico, guarda solo ai mercanti –il suo … cavallo di battaglia- ignorando invece le persone, gli italiani che soffrono più del dovuto a causa delle sue politiche errate ed ingiuste, di quella -per restare in tema- ‘cura da cavallo’ perseguita nell’ambito, come è stato detto da altro economista a proposito della crisi greca, di un ‘esperimento di laboratorio per vedere fino a che punto la finanza può spingere verso il basso i salari e privatizzare il settore pubblico. È come nutrire sempre meno un cavallo per vedere se sarà più efficiente, fino a quando le gambe gli si piegano e muore’ (M. Hudson, Università di Missouri). E come i cavalli porta i paraocchi, e perciò non vede altra strada se non quella sulla quale si è immesso, né vede la realtà che gli sta intorno, raccontando tra profonde contraddizioni una realtà che non c’è: il paese rimane grandemente corporativo, dice lui che, con le sue ingiuste scelte che colpiscono le fasce più deboli della popolazione, i pensionati e i lavoratori a reddito fisso, ha mostrato finora di difendere più che altro interessi di corporazione; il governo persegue l’equità, dice lui che si rifiuta di fare una delle poche cose che veramente potrebbe dare il segno dell’equità –l’introduzione di una patrimoniale o tassa sulla ricchezza- e che, oltretutto –cosa più unica che rara nel nostro Paese- vede d’accordo tutti, imprenditori e sindacati; il paese ha bisogno di crescere, dice lui che con draconiane misure restrittive e oppressive lo ha condannato alla recessione e alla povertà; la crescita ha bisogno di misure sulla conoscenza, cultura, istruzione e ricerca, dice lui, che taglia i costi e toglie l’ossigeno a questi settori fondamentali; occorre creare lavoro per i giovani, dice lui che liberalizza i licenziamenti, prolunga l’età di uscita dal lavoro (e conseguentemente anche quella di entrata) e niente fa di concreto per eliminare la piaga del precariato; il paese non ha bisogno di un’altra “manovra”, dice lui che sotto un eufemismo inglese –spending review- ne mette in atto una permanente di tagli che più manovra di questa non c’è. E, per finire, non intende prolungare il suo impegno oltre la scadenza naturale del 2013, aggiunge, ma intanto (si sa, le smentite equivalgono a conferme) insinua e legittima il rinvio sine die della data di quel “ritorno della politica” invocato da Zagabresky –e oramai non solo da lui (ad es. Squinzi, Confindustria)- lanciando il messaggio terroristico che lo spread aumenta a causa delle incertezze connesse a detto ritorno, e quindi l’implicito corollario della necessità di prolungare l’incarico del salvatore della patria. Il quale, del resto, in un crescendo di autoreferenzialismo, non manca occasione per farci credere, non solo che i compiti fatti a casa sono da 30 e lode, ma che raccoglie il consenso internazionale e continui successi in Europa, dove, annuncia il supponente prof con accenti che ricordano le parole di altro più famoso supponente della nostra storia (“non siamo gli ultimi di ieri, ma i primi di domani”; “non basta essere bravi, occorre essere i migliori”), ‘l’Italia deve essere prima della classe’. Insomma, il racconto di un film che solo lui ha visto, mentre il film che gli italiani vedono -e subiscono sulla propria pelle- è quello di un paese ultimo della classe, per giustizia sociale, diseguaglianze, corruzione, povertà, crescita, disoccupazione, tassazione, livello dei salari, ecc., ‘primato’ (ultimato) che questo governo pare fare tutto il possibile per mantenersi ben stretto. Infastidito dalle critiche e dalle bacchettate (ad esempio, del premio Nobel Joseph Stiglitz) che –ad onta dei decantati successi- riceve quotidianamente, il prof, abituato agli applausi ossequiosi e più o meno compiacenti delle conferenze, reagisce stizzoso sparando su partiti, sui sindacati, sugli imprenditori, sull’Italia tutta, ritenuta immatura, e dichiarando guerra alle parti sociali, col risultato di spaccare la coesione sociale e di aumentare la solitudine che lo separa dal paese reale, (quello degli uomini e donne, in carne e ossa, che soffrono ‘le conseguenze umane’ della crisi), e di inibire quella partecipazione che egli, da un lato bandisce, dall’altra, contraddittoriamente, sollecita invocando il sostegno responsabile e non-critico all’azione del governo. Ma una tale partecipazione, allo stato attuale, non può invece esserci perché essa si costruisce solo su un progetto -di società, di futuro comune- che renda credibile chi lo propone e sopportabili i sacrifici richiesti, mentre il governo Monti è priva di quest’anima essenziale: non ha e non può averla, proprio perché tecnico e non politico, e solo la politica può disegnare un simile progetto e coagulare su di esso l’adesione popolare. Paradossalmente, la sua natura tecnica e non politica è al tempo stesso la forza del governo Monti (che può contare sul sostegno di una maggioranza di tipo ‘bulgaro’) e la sua debolezza (per l’assenza di partecipazione democratica), e ne contrassegna l’intrinseca contraddizione insita nell’idea di un monstrum contro natura qual’è quello di un governo non politico. D’altro canto, non può dimenticarsi che quella partecipazione è resa in fatto inibita nel momento in cui la democrazia e la sovranità di un popolo vengono fortemente condizionate se non escluse dall’imporsi di un potere esterno ed in fatto auto-sovraordinatasi, che eterodirige il paese senza averne la legittimazione giuridica (la Germania e la Francia, che in fatto decidono le sorti di Grecia, Spagna e Italia e dell’Europa intera non ne hanno alcun potere legittimo) ed elettiva (la Commissione UE, la BCE sono anche essi ‘tecnici’) e senza, soprattutto, che a questa cessione di sovranità e di politica corrispondano quel progetto –di società, di futuro comune- e le compensazioni/contrappesi che una vera unione politica sovrannazionale dovrebbe porre sul piatto della bilancia a fronte a quello degli svantaggi e dei sacrifici imposti. Ed allora l’unico e vero motto rimane quello che si ricava dalla grande lezione di Rudolf von Jhering: ‘LOTTA PER IL DIRITTO’!

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