Salvare la Politica

Si è svolto presso lo storico circolo Arci di Piazza de’ Ciompi a Firenze un incontro-dibattito promosso da un gruppo di iscritti al Pd fiorentino, autore di un manifesto molto critico verso lo stile e la gestione del partito, sia sul piano nazionale e locale.
Sono presenti Nadia Urbinati docente alla Columbia University di NY e editorialista de La Repubblica, Matteo Orfini responsabile Cultura e Comunicazione del Pd Nazionale, Sergio Materia, magistrato e socio di Libertà e Giustizia e Claudio Martini, già Governatore della Toscana.
Introduce Simone Siliani: “abbiamo scelto un titolo appassionato, Salvare la politica, perché questa corre duplice rischio; uno interno rappresentato dalla perdita di credibilità e uno esterno detto antipolitica. Tutto questo determina reali rischi di perdita di onorabilità della politica e per questo crediamo che sia utile continuare a discutere.”
Il manifesto presentato esce nell’ottobre del 2011, quando anche il Pd era stato toccato da questioni relative alla moralità della politica; il manifesto fu accolto con freddezza, la priorità era di liberarsi da Berlusconi, ma ora questi temi tornano d’attualità. La politica interessa ai cittadini, è questa politica ad essere in crisi e a renderla incapace ad affrontare anche temi che toccano i cittadini nella loro vita quotidiana. Ecco i temi presenti nel manifesto del gruppo di iscritti al Pd fiorentino: la necessità di una legge sull’organizzazione dei partiti (in tal senso il Pd ha proposto un ddl che si riferisce all’art. 49 della costituzione); i finanziamenti della politica che sono un nodo cruciale con la trasparenza che dovrebbe essere prioritaria; la scelta della rappresentanza della politica e le primarie; il ricambio della classe dirigente dei partiti.
La professoressa Urbinati apre affermando senza esitazioni che una democrazia rappresentativa senza partiti non è possibile. La crisi dei partiti è innegabile e per questo va vista in tutta la sua gravità. I partiti sono cambiati, sono mutati: da partiti organizzazione si sono prima integrati nelle istituzioni e poi si sono fusi con queste. I partiti hanno così prodotto un forte grumo di potere (uomini di potere, fuori da ogni controllo), fuori dal controllo dei rappresentati; i partiti se sono così è perché lo vogliono essere, lo hanno scelto deliberatamente. Tornare a essere un’organizzazione è una via essenziale per fermare la deriva. Il partito fluido (“leggero”) è una iattura, è composto solo di classe dirigente fuori da ogni reale controllo. Un partito funzionante è costituito da regole, istituzioni e procedure che consentono ai simpatizzanti e iscritti di poter far sentire la propria voce, i partiti oggi sono invece lontani. Il partito liquido è come una spugna, assorbe gli umori e diventa populista: i suoi unici riferimenti sono il sondaggio e la vittoria elettorale; per questo non ha bisogno di aprirsi ai contributi della società civile ma necessita solo di specialisti, sondaggisti e testimonial acchiappa voti.
Un altro elemento è che il partito liquido determina la democrazia dell’audience, uno spettacolo messo sul palco da altri con il rischio di professionalizzare la politica. Il fenomeno non e’ solo italiano, ma nel nostro paese è eclatante.
Qualche rimedio: gli appelli non producono valori orali, occorrono partiti che si diano un’organizzazione che apra un reale interscambio con la società’ civile, che certo è un contenitore di cose buone e meno buone, ma è una realtà’ dalla quale occorre attingere risorse, non per subordinazione ma per seguire il dettato dell’art. 49 della Costituzione.
La seconda cosa che il Pd dovrebbe fare è ripensare al finanziamento pubblico dei partiti, che andrebbe rivisto in funzione della grandezza del partito, e rendere trasparente il finanziamento privato.
Il terzo punto è l’eliminazione dell’accumulo di cariche e carriere perché ciò crea oligarchia, occorre un sistema che stimoli il ricambio che, a sua volta, genera trasparenza. Anche la temporalità di questi incarichi è stimolo alla trasparenza.
La moralità’ non si impone ma occorre creare le condizioni perché si realizzi: Machiavelli disse che la forza dell’acqua non si può vincere, ma può essere incanalata e utilizzata.
Basta giochini con la Costituzione, sia perché questo parlamento è moralmente delegittimato e non ha ricevuto nessun mandato dagli elettori in tal senso; poi il proposito di modificare la Carta Costituzionale è spesso sintomo della debolezza dei partiti i quali, avvertendo la propria incapacità, usano la Costituzione come merce di scambio per garantirsi la permanenza al potere. La Costituzione non può essere oggetto di scambio, posizione che LeG ha sempre rivendicato.
Le primarie: negli Usa non hanno fatto il bene dei partiti, li hanno trasformati in macchine e comitati elettorali permanenti alimentate da montagne di denaro. Attenzione a mitizzare le primarie, perché in realtà non si preoccupano della partecipazione elettorale della totalità degli elettori, ma solo di quella fascia che determina la vittoria di uno al posto di un altro.
Matteo Orfini inizia citando Togliatti che definiva “i partiti come la democrazia che si organizza”, ma oggi così non è.
Un partito è la funzione storica che svolge in una determinata fase; il Pd dovrebbe riuscire a portare il paese fuori dalla crisi. La politica è poco stimata perché non riesce a dare risposte alla crisi… Non ha né la forza né gli strumenti. Una delle cause maggiormente indicate come responsabile dell’attuale crisi globale è la finanziarizzazione dell’economia: ciò non è causato dal destino, ma da scelte politiche che hanno scritto queste regole e che hanno liberato la finanza da ogni controllo politico.
Occorre ripartire da questa considerazione: la crisi dei partiti deriva dalla loro sostanziale inutilità nel dare una risposta in questo senso.
Senza risposte non c’è un dopo. Occorre capire e decidere da che parte deve stare il Pd; si viene da un ventennio in cui si è creduto che gli obiettivi e le agende politiche di destra e sinistra fossero comuni e ci fossero solo risposte un po’ diverse per arrivare agli stessi obiettivi. La realtà non è questa: occorre decidere quale parte rappresentare.
Rapporto tra il Pd e la società civile: caso Cda Rai, la società civile è comunque quella più vicina e capace di organizzarsi. Occorre comunque andare a ricreare contatti e interessi di chi sta in periferia rispetto alla società civile.
Il partito serve se può cambiare equilibri di potere e di ricchezza: quello che in sostanza condiziona la vita dei cittadini.
La visione autonoma di un partito nasce se il partito è solido e vive di partecipazione.
“Sono contrario alle preferenze, le primarie con i parlamentari sono la stessa cosa, forse occorre riflettere. Fare le primarie è un palliativo: è il segno che un partito non funziona” afferma Orfini.
Sergio Materia condivide tutto quello che ha detto la Urbinati, in parte anche le considerazioni di Orfini. I partiti sono forti, sono prepotenti, hanno conquistato il proprio potere e non vogliono lasciarlo, ma sono molto deboli.
Micaela Wolser, filosofo americano, dice, parlando dei movimenti di protesta (ad es. occupy wall strett, indignados…), che hanno il limite della mancanza di proposte, ma la proposta dovrebbe toccare alla politica, soprattutto ai democratici (americani).
La crisi economica così grave è un fenomeno che i partiti fanno fatica ad affrontare.
Le nostre critiche nascono dalla delusione e dalla rabbia nel vedere questa forza democratica smarrirsi e non fare bene politica. Anche a livello italiano, quale dei grossi problemi che affliggono la nostra società è stato ad oggi affrontato? C’è un deficit culturale e di elaborazione, ad esempio la crisi della giustizia, la crisi della pubblica amministrazione, l’immigrazione…il partito e’ estremamente debole rispetto a questi temi, non è autorevole. La società civile, l’agorà, come la chiama Zigmound Baumann, dovrebbe essere una fonte per il partito.
Il partito e’ tentato di sentirsi istituzione e non cinghia di trasmissione. Domandiamoci perché’ siamo arrivati a questo punto, e’ un problema di uomini o no? Forse molto deriva dal tempo della guerra fredda; in quell’epoca DC e PCI erano e rappresentavano molto di più di due partiti ; erano strutture che sembravano rispondere a qualcosa di superiore rispetto ad un partito. La DC si era fatta istituzione (basti ricordare come esponenti di questo partito, durante le trattative per i sequestri Moro e Cirillo, si muovevano per conto dello Stato e per conto del partito).Il PCI rispondeva a una diversa Chiesa. La politica ha poi seguito una serie di emergenze, terrorismo, crisi economiche, Tangentopoli e il Berlusconismo, e forse non c’è stato il tempo e l’impegno per organizzarsi ed elaborare.
I partiti si sentono istituzione e questo viene da lontano. Il contributo della società civile per questo è essenziale. Gli anni ’60 e ’70 sono stati contraddistinti da grandi conquiste civili riformiste: domandiamoci che cosa, forse, abbia inciso in questa capacità riformatrice. In quegli anni all’interno dei partiti e in Parlamento, lavorarono un gruppo di intellettuali di altissimo livello.
Forse quelle ricchezze, provenienti dall’agorà della società civile, furono determinanti: ricordiamo per primo Ferruccio Parri, Galante Garrone, Antonio Cederna, Ossicini, Fiori, Gozzini, Rodotà, Guido Rossi, Strheler e Cesare Terranova, Alfiero Spinelli e molti altri ancora. Così si evita di diventare oligarchia. Il partito deve aprirsi sempre di più all’esterno, all’agorà: diverrà così sempre meno istituzione. La riforma della Costituzione: non c’è alcun motivo effettivo e reale per riformarla.
Già nel merito, rispetto al ddl presentato in Parlamento, potremmo osservare delle indecenti prospettive istituzionali, basti pensare ai poteri spropositati che vengono assegnati al Presidente del Consiglio e lo svuotamento dei poteri dell’organo supremo di garanzia, ossia del Presidente della Repubblica.
Ma oltre a queste “technicalityes” riflettiamo a fondo se è possibile poter parlare di riforme istituzionali con i berlusconiani?
Si può dimenticare di che cosa sia stata capace questa parte politica e il suo guru?
L’ultimo intervento è di Claudio Martini, che richiama con grande precisione la necessità di lavorare per arrivare ad un partito con una precisa identità culturale; un partito più colto, non nel senso di mero intellettualismo, ma ricco di una sua propria cultura. Capace di poter dare proprie risposte alle domande che la società tutta le rivolge. Fino ad oggi questa capacità è mancata al Pd per vari motivi, ma oggi un tipo di elaborazione di questo tipo non può essere più procrastinata.

 

2 commenti

  • l’assenza di riflessione critica sui nodi della crisi, che determina la sterilità delle proposte politiche, è sotto gli occhi di tutti. Indispensabile marciare sulla linea del rispetto dell’art. 49 ( concordo pienamente ). E’ la via per accogliere energie intellettuali dall’esterno e metabolizzarle in proposte. Resta il nodo della riforma elettorale : ormai è chiari il gioco delle parti; ciascun partito tira acqua al suo mulino e non c’è capacità di pensare all’interesse generale ( rigoroso rispetto della sovranità popolare ). Non è forse il caso di sollecitare con una proposta di legge popolare ?

  • Il PD non riesce a comprendere che i giovani si allontanano dalla politica poichè la casta continua ad autoproteggersi! Perchè i componenti del Parlamento, della Corte Costituzionale , Corte dei Conti ecc….in Italia sono così anziani, non solo, ma ogni componente ha vari incarichi e quando decide di pensionarsi prende una buonauscita che potrebbe salvare una intera azienda? Quando il PD si muoverà, quando sarà troppo tardi? Dimenticavo la classe dirigente del partito non ha mai lavorato, sono nati come politici di razza e come tali moriranno.

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