Le velleità presidenzialistiche e la saggezza di Napolitano

C’è voluto un intervento del Presidente della Repubblica, che ha messo l’accento sui rischi di una ipotesi presindenzialistica per gli “equilibri” istituzionali e sulla necessità di mantenere al vertice dello Stato “una figura neutra, imparziale, estranea al conflitto tra le forze politiche”, per gettare un po’ di acqua sul fuoco dell’ultima “uscita” berlusconiana e sui “guardoni” che all’interno del PD hanno dichiarato la necessità di “andare a vedere” ed espresso giudizi positivi sul “semipresidenzialismo” francese e sul fatto che Berlusconi sarebbe confluito sulle posizioni del PD. Naturalmente non manca il richiamo al pastrocchio che fu tentato nella Commissione bicamerale D’Alema, dove il semipresidenzialismo fu adottato in conseguenza del voto corsaro dei componenti leghisti che fin lì avevano disertato i lavori. Che di pastrocchio all’italiana si trattasse era confermato dalle parole con le quali il relatore Salvi definiva l’essenza della forma di governo, consistente nel “garantire l’evoluzione naturale della dinamica politico-parlamentare e il funzionamento regolare delle istituzioni attraverso il ruolo più o meno attivo, più o meno garante, più o meno compartecipe dell’indirizzo politico, del Presidente” (corsivo mio). Insomma un’ambiguità assoluta, a fronte della quale, così come delle suggestioni di qualche dirigente del PD di avere un Presidente neutro, alla finlandese o all’austriaca, va ribadito che nel contesto italiano l’elezione popolare del Capo dello Stato non potrebbe che portare ad una sua politicizzazione estrema e sarebbe riservata ai principali leader di partito o di schieramento. Tant’è che viene messo dal senatore Ceccanti l’accento sul fatto che solo l’elezione popolare del Presidente consentirebbe la “coerenza nazionale” e la “governabilità” del sistema maggioritario a doppio turno per l’elezione del Parlamento.
Venti anni di “Seconda Repubblica”, tutta basata sulla ricerca spasmodica del leader investito dal popolo (Primo ministro o Presidente che fosse), che ha dato vita a partiti personali o padronali e ha assestato colpi tremendi a tutti i corpi intermedi, a cominciare dal Parlamento, non hanno insegnato nulla ai nostri apprendisti stregoni. Ma pensano veramente di poter uscire da una crisi del sistema politico che rischia di essere distruttiva  riproponendo la ricetta dell’ “uomo solo al comando”? E pensano che la questione sia oggi al centro dell’attenzione degli italiani? Non si rendono conto che quel che questo Parlamento, doppiamente delegittimato sia dalla nomina dall’alto dei suoi membri sia dal distacco crescente dal corpo elettorale, dovrebbe limitarsi a fare sono le leggi (ordinarie) di riforma del sistema elettorale, sulla corruzione e sul finanziamento pubblico della politica? Che poi la proposta venga da un leader politico ormai sul viale del tramonto che tenta l’ennesimo, e si spera l’ultimo, coup de théâtre per rientrare in scena, dovrebbe far riflettere.
Ma andando al merito della proposta, per favore non riesumate, come qualcuno sta facendo, la Repubblica presidenziale che fu sostenuta da illustri costituenti (come Calamandrei ed Einaudi) che aveva come suo riferimento il “presidenzialismo” autentico, all’americana, basato su pesi e contrappesi (e su un Parlamento particolarmente forte), nel quale il Presidente non ha alcun potere di scioglimento delle Camere e queste non possono sfiduciarlo (ma possono metterlo in stato d’accusa e destituirlo anche solo per aver mentito al Congresso!). Il “semipresidenzialismo” alla francese è tutta un’altra cosa e appare come un sistema certamente democratico, ma fortemente squilibrato a vantaggio di un Presidente che possa contare su una maggioranza parlamentare a lui favorevole e quindi libero di governare e di prendere in perfetta solitudine decisioni fondamentali, come lo scioglimento del Parlamento, senza essere soggetto a nessuna vera ipotesi di responsabilità politica (tanto che nel programma di Hollande si propone di introdurre cambiamenti nello status presidenziale). E non si consideri come contrappeso ideale l’eventuale verificarsi della “coabitazione” del Presidente con una maggioranza parlamentare, e quindi con un governo, di segno politico opposto, ipotesi che in Italia può essere auspicata solo da chi voglia bloccare definitivamente ogni possibilità di governare il paese. Ma i nostri semipresidenzialisti sottolineano come il fatto che dal 2001 le elezioni parlamentari siano state posposte di poco a quelle presidenziali serva per l’appunto a scongiurare la coabitazione. Sì, ma a prezzo di rendere il Parlamento geneticamente subalterno al Presidente (come dimostra il fatto che nel 2002 e nel 2007 alle elezioni parlamentari abbia partecipato il 20% in meno di quelli che erano andati a votare due mesi prima per il Presidente). Quanto al ruolo e ai poteri del Parlamento, nel 2008 vi è stata un’ampia riforma della Costituzione, su iniziativa di Sarkozy, il quale (udite udite!) sottolineò l’esigenza di “riequilibrare i rapporti tra il Parlamento e l’esecutivo”, e su proposta del Comitato Balladur, che mise l’accento sulla “singolarità francese poco invidiabile in riferimento ai principi stessi della democrazia”. Non è un caso che la questione della debolezza del Parlamento continua ad essere oggetto di riflessione da parte degli studiosi francesi e di proposte contenute nel programma di Hollande.
Ma torniamo al contesto italiano. Colpisce che i nostri riformatori costituzionali (e questa è una ragione in più per non toccare la Costituzione in questa legislatura, ma attendere nella prossima revisioni serie e ragionate da parte di un Parlamento ri-legittimato) passino con disinvoltura, considerandole equivalenti, da proposte di razionalizzazione della forma di governo parlamentare, riprese (solo) in parte dal modello tedesco, a suggestioni presidenzialistiche. Evidentemente quel che interessa è avere un capo dell’esecutivo forte, senza preoccuparsi minimamente dell’esigenza di rafforzare un Parlamento che ormai non legifera e non esercita alcun controllo significativo sul Governo e quindi della necessità di avere un solido equilibrio tra i poteri. Naturalmente, come sostiene Ceccanti, quel che conta è la coerenza del modello! Forse è per questo che è stato proposto un sistema elettorale “ispano-tedesco” che finisce per stravolgere il modello tedesco introducendovi “perle” di saggezza, come l’indicazione nella scheda elettorale dei leader di partito, il premio di maggioranza non si sa se al primo o ai primi due partiti (ma attenzione al Movimento Cinque Stelle, che potrebbe contendere il secondo posto al PDL!), il diritto di tribuna e chi più ne ha più ne metta.
E infine si vuole davvero correre il rischio di rinunciare al (o di pregiudicare il) ruolo fondamentale di un Presidente della Repubblica posto al di fuori della mischia politica, che in questi venti ultimi anni è stato una delle poche istituzioni che ha salvaguardato il paese dai pericoli derivanti da un bipolarismo coattivo e muscolare privo di adeguate mediazioni? Speriamo che anche agli occhi dei più inavvertiti la sortita berlusconiana appaia per quello che è: un gioco d’azzardo sulla pelle del paese e della democrazia parlamentare. Altrimenti bisognerebbe ammettere che qualche comico (alla Crozza) riesce a interpretare la realtà molto meglio di quelli che dovrebbero rappresentarci.

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