Costituzione: l’avventurismo di un referendum sconosciuto

Io lo so che ormai tutto è tattica e che non ci si dovrebbe scandalizzare per le quotidiane bassezze ed i baratti parlamentari, ma per gli dei, lasciate la Costituzione fuori dai vostri giochini!
Grande è il discredito che scende sulla classe politica e sul ceto degli esperti quando vengono messi in circolazione testi e proposte di legge nei quali l’avventurismo e la pericolosità fanno a gara con la piattezza e la sciatteria. Mi riferisco al ddl costituzionale per il quale è in corso la raccolta delle firme di adesione (si può leggerne il testo sul sito di Astrid) che ha come primi firmatari non due peones ma il costituzionalista Ceccanti e il vice-presidente del Senato Chiti.
Il ddl cost.citato si espone ad una serie numerosa di dure critiche (spero argomentate) sia sul piano del metodo che su quello del merito. Va ribadito, ancora una volta, che non è lecito utilizzare lo strumento del tutto improprio del referendum di indirizzo, sconosciuto alla nostra Costituzione ed usato malamente, e una sola volta nel 1989, per scopi generici e  patetici (“dare più poteri al Parlamento europeo”) quando la Costituzione si può revisionare solo con il lungo e aggravato procedimento dell’art. 138. E da questo non si può scappare…fatti salvi i tentativi di colpetti di Stato. Troppo facile confezionare per gli elettori un quesito-bersaglio del tipo di quello adesso immaginato (“Ritenete che si debba modificare la forma di governo parlamentare della nostra Costituzione”), il cui lessico volutamente disadorno gli attirerebbe subito addosso le nefandezze della prima e della seconda Repubblica, riunite in un generico vituperio, per presentare poi, subito dopo, le proposte alternative, luminose e progressive, ciascuna coi suoi pregi, della forma di governo del primo ministro e della forma di governo semi-presidenziale. (Fra l’altro, perché non passare allora direttamente a quella presidenziale che avrebbe almeno più pregi che difetti: il sistema costituzionale americano con tutti i suoi controlli e bilanciamenti reciproci tra Presidente, Congresso e Corte Suprema insegni!)
Nel disegno di legge che si sta preparando appare del tutto arbitrario il riassunto delle due forme di governo alternative che i presentatori hanno fatto per rendere il quesito iscrivibile in una scheda elettorale. Ma, ovviamente, se il referendum andasse a buon fine (per loro) quegli elementi precisamente indicati diventerebbero cogenti per quanto dovrebbe essere approvato poi. E già così metà del testo costituzionale sarebbe scritto. Mi è già accaduto di affermare che in questa materia i dettagli non solo sono importanti, ma sono decisivi: perché è lì che si nasconde il diavolo.
Per restare alla forma di governo semipresidenziale, prima di approvarla con un sì, vorrei sapere, ad esempio, se quel Presidente della Repubblica al quale do già tantissimi poteri sarebbe ancora il Presidente del C.S.M., conserverebbe il potere di grazia, manterrebbe il potere di nomina di cinque giudici costituzionali e così proseguendo.  Ugualmente, nel caso di forma di governo del primo ministro, va bene che si prenda a piene mani dal testo costituzionale tedesco, ma ci sono tante articolazioni ulteriori che debbono essere precisate e delimitate prima che io elettore mi senta tranquillo nell’affidare al primo ministro la somma di poteri che ha in questo momento la cancelliera Angela Merkl. Lei, infatti, è tallonata da un sistema politico serio, da un’organizzazione costituzionale federale di tutto rispetto, da un Bundestag coi fiocchi e da un Tribunale Costituzionale con i controfiocchi.
Il fatto è che in un sistema costituzionale tutto si tiene e non ci si può presentare davanti ad un elettore – al quale ovviamente sfuggono i raccordi, i controlli, le tecnicalità – con un piatto composto da polenta, fragole e bulloni, lasciandogli solo intravedere che l’alternativa del governo parlamentare si presenta come una ciotola di ceci e frammenti di vetro difficili da ingurgitare con gioia.
Produce vero dolore che una tradizione culturale, giuridica e politica che, come quella del PD è stata sempre alta, potendo vantare ascendenti di notevole grandezza, quali Mortati, Dossetti, Moro, Fanfani, Togliatti, La Pira, Basso, Terracini, Tosato, giù giù fino ad Elia, venga mortificata da una proposta che rasenta la volgarità quale rifulge nell’art. 6 del ddl. citato, coerentemente rubricato “seguito parlamentare”.
Qui, davvero, quel detto impietoso che comincia con “quos Deus vult perdere…”risulterebbe l’unico appropriato. Si è scritto infatti, che una volta che i sì abbiano premiato a maggioranza semplice (si badi!), gli aneliti riformatori, toccherebbe ai Presidenti delle Camere dismettere i panni, che sono loro propri, di imparziali conduttori ed arbitri dei dibattiti e lavori parlamentari per assumere quelli di reggitori per dodici mesi dell’intero processo costituzionale e politico del Paese! Essi infatti “d’intesa tra loro predispongono tempi e strumenti (?! è contemplato l’esercito?) affinchè le Camere approvino (si badi!: non discutano, ma approvino) una legge costituzionale sulla base dei risultati del referendum”.
Un ultimo, ma significativo, cachinno.
Nella fretta di raccogliere le firme per il deposito di tanto pensiero costituzionale gli estensori sono incappati in uno stupendo infortunio tipico del metodo copia e incolla.
Nell’ansia e nella speranza di ripercorrere i sicuri sentieri del referendum d’indirizzo sperimentato sciaguratamente e del tutto vanamente con l.cost. n.2/1989 (ma questo non è tale!) all’art. 4, rubricato “Propaganda elettorale”, si cade nell’infortunio di consentire l’accesso nella campagna elettorale agli enti e associazioni che abbiano interesse positivo o negativo verso la “formazione dell’unità europea e la promozione dell’Europa comunitaria”, così testualmente.
La gatta frettolosa – lo sappiamo- fa i gattini ciechi. Evidentemente un aiutante poco accorto ha fatto la frittata. Ma si auspicherebbe che i nostri riformatori costituzionali non cadessero in simili beffardi infortuni.
Molto altro ci sarebbe da dire, a cominciare dallo smontaggio di quello che viene sbandierato come il  precedente francese del 1945 (messo anche in bocca a Veltroni, nella recente intervista al Corriere).
Quello del 1945 non fu nella Francia postbellica un referendum d’indirizzo, bensì uno decisorio, sui poteri costituenti o no del Parlamento. Dunque, non è un precedente utilizzabile a sostegno della categoria – si ripete: vuota – dei referendum d’indirizzo.
Del resto, sia in Francia che in Italia, quelli erano altri tempi, ed altri erano gli uomini che li impersonavano. Allo stesso modo, en passant, un velo pietoso va steso sulla bislacca proposta di chiamare federale il Senato adesso reimpostato con la modifica dell’art.57 Cost.
E’ tempo che sull’intera vicenda delle pseudo riforme male abborracciate e peggio assortite cali il sipario.

* Enzo Balboni  è Docente di “Diritto costituzionale” nella Facoltà di Giurisprudenza e di “Istituzioni di Diritto pubblico” nella Facoltà di Economia dell’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

7 commenti

  • Dato che il referendum di indirizzo è sconosciuto alla nostra Costituzione, non c’è la possibilità di ricorrere alla Corte Costituzionale per bloccare tutta questa avventurosa procedura e la smania di riforme frettolose e azzardate?

  • Immediata è sta la reazione di disgusto per una minestra strampalata. Un appello al popolo bue su riforme costituzionali alternative. Sulla prima una pseudo maggioranza di oltre i 2/3 dei senatori si era appassionatamente e in gran silenzio (anche della stampa) compattata. La seconda nasceva da un tipico rovesciamento del tavolo a cui il B. ha abituato i suoi avversari-amici non appena un calcolo degli umori correnti gli suggeriva di aver avuto partita vinta avendoli condotti a un accordo impresentabile offrendo una soluzione che elide la precedente. Traditi e malmenati i tapini vorrebbero rivolgersi al popolo. A nulla è servita la lettera di critica dei 12 costituzionalisti, a nulla qualche limpido articolo demolitore pubblicato da qualche quotidiano, senz’altro commento di redazione, peraltro (Azzariti su Il Manifesto, De Siervo su La Stampa, Rodotà su La Repubblica, salvo altri). I traditi hanno espresso solo dolore e sconcerto per il “tradimento”. Adesso Basta pasticciare con una Costituzione che ha resistito egregiamente alle malefatte dei partiti, ai rivolgimenti sociali, al terrorismo, alla fine della guerra fredda, cadendo solo ultimamente nel tranello teso dalla UE che ha chiesto e ottenuto in un battibaleno la riforma dell’art. 81. Non c’è bisogno di scrivere che sottoscrivo parola per parola per parola il giudizio del prof. Balboni.

  • Approvo le sue critiche contenute nel suo post, aggiungo che in Italia si deve attuare un radicale cambiamento. La nostra pseudo Democrazia rappresentativa, è oggi improponibile per via degli assurdi costi e il grande alone di corruttela della quale è impregnata e va sostituita con l’unica forma di reale e concreta democrazia in cui il Popolo è sovrano: la “DEMOCRAZIA DIRETTA”, ne abbiamo un ottimo esempio nella vicina Repubblica Federale Svizzera, la cui Costituzione è scritta anche in Italiano.
    Cito a proposito questo breve scritto:

    Joseph Deiss, presidente della Confederazione
    Svizzera nel 2004, rispose così a questa perplessità:
    “La democrazia diretta richiede una cittadinanza
    matura e responsabile. Visto dall’esterno può causare
    perplessità il fatto che in Svizzera la gente sia
    consultata di routine su decisioni a volte anche estremamente
    complesse. La risposta è che in Svizzera
    comprendiamo che la democrazia diretta è sempre
    un processo di apprendimento collettivo. Facendo
    parte del processo politico ed essendo coinvolti nel
    pubblico dibattito, gli elettori diventano più responsabili
    ed esercitano la loro respondabilità più attentamente.”
    -
    Com’è in Svizzera:
    In Svizzera, a livello nazionale, sono previsti tre
    strumenti principali di democrazia diretta.
    1. Referendum obbligatorio: se il parlamento
    vuole aggiungere, modificare o togliere una
    norma della costituzione, tale modifica deve
    essere approvata con referendum.
    2. Referendum opzionale o facoltativo: qualsiasi
    nuova legge o modifica di legge esistente,
    approvata dal parlamento è soggetta a referendum
    facoltativo se 50.000 cittadini supportano
    con le loro firme questa richiesta.
    3. Iniziativa dei cittadini: i cittadini hanno il diritto
    di fare proposte di legge da sottoporre a referendum
    se la loro proposta raccoglie almeno
    100.000 firme.

  • Non sono costituzionalista e da cittadina con la terza media rilevo soltanto lo spocchioso intervento del prof Balboni che spara a zero sui suoi amici/nemici colleghi di università.
    Leggo molti quotidiani e sui problemi costituzionali , cambiare si cambiare no , ne ho viste di tutti colori.
    E’ materia difficile che si scontra anche con antiche rivalità politiche accademiche , nelle lettere ho notato come B non può mancare e questo mortifica un discorso che doivrebbe essere serio e tecnico e con vivaddio anche opinioni differenti.
    Insomma da cittadina qualunque resto perplessa.

  • @renatafranchi: i cittadini tutti hanno diritto di parola indipendentemente dal titolo di studio, ma lei è sicura, con la terza media, di orientarsi in un discorso tecnico al punto di poterne inferire “rivalità politiche accademiche”? No, perché io che ho quasi una laurea in giurisprudenza non me ne sono accorto, e anche spogliandomi di tutte le mie (poche) competenze, mettendomi nei panni del classico bambino di due anni, non riesco a trovare né la generica spocchia né lo specifico passaggio dove il prof. Balboni “spara a zero” (!) “sui suoi amici/nemici” (!) “colleghi di università”. Forse, anzi sicuramente, il cretino sono io, ma non è obbligatorio commentare, sa?

  • Basta leggere la pagina del Prof. Balboni (avendola capita e, a maggior ragione se non la si riesce a capire), per rendersi conto della complessità e della delicatezza della materia.

    Abbiamo eletto in parlamento dei parlamentari delegando loro ad esercitare il POTERE LEGISLATIVO. A fare, cioè, ciò per cui il semplice cittadino-elettore non ha competetenza specifica sufficientemente profonda.

    Se non si ritengono in grado di avere delle LORO idee precise in merito e/o non si sentono capaci di sostenerle nè di elaborare proposte articolate e convincenti, riconoscono con ciò di non saper fare ciò che sono stati da noi delegati a fare (e a tale scopo, lautamente retribuiti). In tal caso, si dimettano e lascino il posto ad altri più professionali di loro.

  • Con infinita , doverosa , straordinaria prudenza ( necessaria peraltro ) ho rilevato quanto ho letto e leggo quotidianamente sulle differenze ( !? ) che i nostri costituzionalisti ci hanno dato in questi anni : tutto legittimo ma molte super differenze accidenti e con belle dispute accademiche e colpi bassi.
    Andate a leggere quotidiani, rivedere dispute televisive , e quindi mi sono permessa di notare un tono secco e sferzante che peraltro è adottato da un po’ tutti i professori .Inoltre non ci sono state ad oggi proposte condivise e certamente anche per colpa dei politici che fanno conti nella loro bottega . Guardi il porcellum che aspetta dal 2005 di essere cambiato e l’opposizione oggi 2012 ( sette anni sono pochi ? ) non ha ancora un progetto certo .
    Non mi tratti male ,quasi dottore Andremay, la terza elementare mi consente leggere e farmi una opinione : sbaglio ma desidero commentare con la mia testa . Grazie per l’attenzione RF

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