Chi riempirà i vuoti della Destra

La domanda sorge spontanea di fronte ai risultati dei ballottaggi: ma i partiti e il sistema politico che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni – e insomma la Seconda Repubblica – sopravviveranno all’ondata di piena che li ha investiti? Il quadro uscito dalle urne ha certamente esasperato le tendenze del primo turno: emblematica la vittoria dei grillini a Parma; accentuato il crollo del centrodestra e del Pdl; totale, in sette ballottaggi su sette, la sconfitta della Lega; e la tenuta del Pd, secondo come la si guardi, si può considerare accettabile o striminzita, dal momento che Bersani a Genova vince con un candidato che non era suo e a Palermo soccombe al plebiscitario ritorno di Orlando. Eppure, a dispetto anche delle prime reazioni emotive ai numeri e alle percentuali, non è detto che il virus che ha aggredito la politica italiana debba per forza essere considerato letale. Anzi, a sorpresa, e in vista della prossima e ravvicinata scadenza delle elezioni politiche del 2013, potrebbe rivelarsi un male curabile.

Seppure imprevedibile in queste dimensioni, la vittoria del Movimento 5 stelle non prelude a un’Italia governata da Grillo, che tra l’altro è il primo a non avere obiettivi del genere.

E fuori dalle principali città in cui s’è votato, non è affatto trascurabile il risultato del Pd al Nord, in centri come Monza, Como e Asti, strappati al centrodestra, e più in generale su tutto il territorio nazionale. Quando canta vittoria, Bersani certo esagera, ma la sua ditta non è in cattiva salute. Almeno uno dei due schieramenti che si contenderanno la guida del Paese è in condizioni di correre. Quanto a vincere, si vedrà, specie se l’alleanza con Nichi Vendola e la sinistra radicale si rivelerà determinante.

La malattia ha invece avuto conseguenze devastanti nell’altra metà. Il Pdl è in rotta da Nord a Sud. E se parte del suo elettorato a Parma ha incredibilmente votato per Federico Pizzarotti – portandolo alla vittoria e apprezzandone la natura tranquilla, da ceto medio, il contrario esatto di quella del suo leader Beppe Grillo -, il resto dell’esercito berlusconiano è disorientato. In maggioranza ha preferito disertare le urne. Non crede più nell’alleanza con la Lega: tutto quel che è emerso su Bossi e i suoi familiari e famigli è perfino più inaccettabile per gli elettori berlusconiani del Nord che non per quelli leghisti. I quali, a ogni buon conto, alla favola di Bossi vittima di una congiura della moglie e dei figli si sono rifiutati di credere e stanno ancora aspettando che Maroni dica una volta e per tutte cosa intende fare del Fondatore travolto dallo scandalo.

Inoltre, un Paese in cui quasi metà degli elettori (e occorrerà vedere quanti di centrodestra e quanti di centrosinistra) disertano i seggi, si rivela straordinariamente simile, una volta tanto, all’immagine che tutte le settimane ne diffondono i sondaggi. La gente non ne può più. Anche se non è vero, s’è convinta che i tecnici al governo continuino ad aumentare le tasse perché i politici non intendono rinunciare ai loro privilegi. E più sente parlare a vanvera di tagli del numero dei parlamentari e dei rimborsi ai partiti, senza vedere nulla che si concretizzi, più continua a ritenere che sia così. Malgrado ciò, non si può certo credere che la metà di un elettorato che stavolta s’è protestato assente se ne resti a casa anche alle prossime politiche, quando si tratterà di decidere chi deve governare il Paese. Non è possibile. Gli astensionisti, com’è sempre successo, torneranno a votare. E sarà il modo in cui torneranno e il loro numero a decidere gli equilibri del 2013.

Per certi versi, anche se le analogie negli ultimi tempi sono diventate pericolose, siamo in una situazione simile a quella del 1993. Il vecchio gruppo di comando berlusconiano è collassato, come Andreotti e Craxi vent’anni fa. E quel che è più grave, si tratta di un collasso politico, non giudiziario. C’è un governo tecnico (che somiglia, ma somiglia soltanto, a quello di Ciampi), alle prese con difficoltà peggiori di quelle d’allora e con l’appoggio sempre più intermittente dei partiti della sua maggioranza. Anche adesso il centrosinistra regge, ha qualche falla aperta nel suo fianco destro e in quello sinistro, ma è sopravvissuto, finora, alla tempesta che sembrava voler inghiottire tutto il sistema. C’è infine una fortissima spinta di protesta, che non è esclusivamente estremista (vedi Parma), e solo in condizioni eccezionali (vedi Palermo) può puntare al governo. Ma può anche essere recuperata, o addirittura diventare determinante, nella vittoria di uno o dell’altro schieramento.

Fin qui, tutto quasi come alla fine della Prima Repubblica. Ma a questa similitudine, per essere completa, manca Berlusconi. Lui o un altro, uno nuovo, che non è detto che ci sia, ma potrebbe saltar fuori all’ultimo momento, esattamente come nel ’94. Così se il centrodestra vuol tornare in campo deve solo decidere cosa fare: o manda in pensione il vecchio Silvio (e con lui il Pdl, ormai evidentemente in stato di liquidazione), o lo richiama in servizio. Il rischio è altissimo in entrambi i casi. E non è affatto sicuro che anche stavolta la sorpresa, la novità a destra, basti a fermare le ambizioni di un centrosinistra in lenta ma costante avanzata. Ma per risvegliare gli elettori moderati sonnolenti o disgustati per quel che sta accadendo – non c’è altra scelta.

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