Brindisi Italia

Non sappiamo chi abbia progettato e messo in atto l’orrendo attentato contro la scuola di Brindisi. Ci sono alcuni dati: la recente operazione contro la criminalità organizzata nel brindisino; l’allarme recente lanciato da alcuni parlamentari; la tappa della marcia per la legalità; il ventesimo anniversario dell’attentato al giudice Falcone; il premio vinto proprio da quella scuola in un concorso sulla legalità.
Ma soprattutto, e purtroppo, sappiamo chi erano gli obiettivi e chi sono le vittime dell’orrendo attentato: una scuola, una scuola di donne, una scuola intitolata ad una donna morta per la difesa della legalità. Dunque i giovani, i giovani che studiano, i giovani che si educano alla partecipazione alla vita civile della società nel segno del rispetto per gli altri. Delle ragazze inermi  hanno perso la vita o l’integrità fisica, del tutto immeritatamente e senza ragione, una mattina andando a svolgere il loro quotidiano compito di formazione.
E tanto ci basta: perché quelle vittime  indicano a noi – a noi che odiamo l’illegalità, il terrorismo e la violenza in tutte le sue forme e manifestazioni – la strada che il nostro paese deve prendere per avere un futuro. Dobbiamo mettere al primo posto la difesa dei giovani e delle giovani donne, del loro diritto allo studio e ad una vita migliore, dobbiamo fare di tutto perché l’illegalità organizzata venga spazzata via dal quadro della loro vita.
Non sarà facile: il messaggio dell’orrendo attentato è anzitutto un’affermazione di potere, una dichiarazione di guerra, forse una richiesta di qualcosa a noi incomprensibile. Ma bisogna trovare il coraggio e la coesione sociale necessari per reagire fattivamente e collettivamente: non solo per individuare e punire gli assassini, ma anzitutto per tornare a rivolgere l’attenzione, e la tensione del paese, alla cura dei nostri giovani,  del loro benessere e del loro diritto a divenire protagonisti attivi della vita politica del paese.
Oggi siamo tutti di Brindisi: quello che è successo parla a tutto il paese, non solo per il dolore che provoca in tutti noi, ma perché  investe le nostre possibilità di sviluppo e ci chiama tutti a difendere le nostre risorse umane più preziose.

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