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Comunicato stampa

Sì alla riforma elettorale no alla riforma della Costituzione

15 maggio 2012 - 20 Commenti »
La presidenza di LeG

AltanDisaffezione politica e riforma elettorale
Il risultato delle elezioni amministrative, con la conferma dell’elevata disaffezione degli elettori per gli attuali partiti, rende sempre più indispensabile l’approvazione di una nuova legge elettorale, che quantomeno ripristini la possibilità per i cittadini di scegliere i loro rappresentanti. Si tratta di restituire agli elettori una concreta possibilità di partecipazione alla vita politica, che è stata loro sottratta nelle due precedenti tornate elettorali.

Libertà e Giustizia ritiene questo passaggio una vera e propria precondizione per riavere un Parlamento all’altezza della “disciplina ed onore” richiesti dalla Costituzione e in grado di affrontare le emergenze del paese con l’autorevolezza che è necessaria. D’altro canto, le recenti elezioni amministrative hanno dimostrato senz’ombra di dubbio ciò che da tempo avrebbe dovuto essere sotto gli occhi di tutti: il Parlamento attuale e i cittadini sono distanti l’uno dagli altri, quanto forse non è mai accaduto nei trascorsi decenni di vita repubblicana. In questa condizione di difetto di rappresentatività, non è pensabile che i partiti in Parlamento si arroghino il compito di intervenire sulle strutture istituzionali del paese modificando la Costituzione, addirittura puntando a ottenere quella maggioranza dei due terzi che impedirebbe il ricorso al referendum confermativo.

L’abuso di maggioranza contro il referendum. L’esclusione del referendum quando le Camere si pronunciano a maggioranza dei due terzi è stata prevista e vale in base alla presunzione che a un sì largo consenso parlamentare corrisponda necessariamente un consenso tra gli elettori tanto diffuso da rendere superflua la loro consultazione. Presuppone cioè un certo grado di rappresentatività delle Camere. Se ciò viene a mancare, la modifica della Costituzione con esclusione del referendum costituisce un’espropriazione di democrazia. Perché sia possibile questa verifica, ecco che occorre prima rinnovare il Parlamento, applicando nuove regole elettorali.

Come rispondere a chi dice: se il Parlamento non ha l’autorità per riformare la Costituzione, perché l’avrebbe per cambiare la legge elettorale? Perché la riforma elettorale non è una riforma come tutte le altre. Si tratta dell’adempimento d’un dovere democratico: la restituzione ai cittadini elettori di quella sovranità, che oligarchie di partito hanno voluto trasferire a se stesse, trasformando gli eletti in Parlamento in loro appendici. Per mettere fine a un abuso che si è commesso, non c’è bisogno di avere chissà quale autorità. Basta e avanza il riconoscimento dell’abuso commesso e della perdita di autorità che ne è conseguita. La riforma elettorale deve essere intesa come doveroso atto d’umiltà e sottomissione, quell’umiltà e quella sottomissione ai diritti dei cittadini che ogni vera riforma della politica in senso democratico presuppone.

Al contrario, la riforma della Costituzione – prima ancora che se ne discutano i contenuti – comporta un esercizio di sovranità che necessita d’un Parlamento in sintonia con i cittadini: necessita d’un Parlamento che non abbia da fare nessun atto di contrizione e che sia, al contrario, pienamente legittimato dal voto popolare, espresso secondo una legge elettorale accettabile, che non faccia a pugni con la democrazia.

20 interventi a “Sì alla riforma elettorale no alla riforma della Costituzione”

  1. rossella ciani scrive:

    difendo lacostituzione

  2. IL PARLAMENTO BLOCCHI LA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE ITALIANA UNA DELLE MIGLIORI COSTITUZIONI SCRITTE IN EUROPA FRUTTO DEL LAVORO DI GRANDI DONNE E UOMINI

  3. nilla celi scrive:

    questo parlamento non è leggittimato dagli italiani quindi per nessun motivo può toccare e modificare la Costituzioe

  4. Vittorio Lopez scrive:

    Questi hanno gia’ dimenticato le “batoste” ricevute da tutti gli attuali occupanti del nostro parlamento. Oppure, sapendo che “spariranno”, tentano di realizzare quanto possibile nel tempo che resta. Inoltre, credo che non vogliano fare alcuna modifica all’attuale legge elettorale per avere la possibilita’ di essere eletti, anche se in numero esiguo, per la presenza delle liste bloccate.

  5. Antonio Giovanni Erittu scrive:

    Innovazioni delle regole basilari della nostra democrazia non possono essere oggetto delle solite furbate o di frettolosi artifizi di “ingegneria costituzionale” in un contesto come l’attuale in Italia dove una classe politica povera.. anche di rappresentatività dovrebbe riconoscere i propri limiti e chiudere la legislatura ritrovando un minimo di dignità.

  6. Aldo Acuto scrive:

    Credo che alla approvazione di una nuova legge elettorale ,se si arriverà ,si dovrà aspettare l’ultimissimo periodo prima della fine della legislatura
    poichè se ciò avvenisse adesso,i leaders dei partiti si troverebbero non
    più in grado di imporre le loro decisioni ai parlamentari ormai certi di aver
    perso i loro referenti per una loro rielezione.

  7. Franco Ragusa scrive:

    Lettera al Senato della Repubblica del prof. Gianni Ferrara, per conto e in nome dell’Associazione “Per la democrazia costituzionale”, sulle questioni riguardanti la riforma costituzionale in discussione nella I Commissione del Senato.

    Onorevole Senatrice, Onorevole Senatore,
    la ragion d’essere dell’Associazione “Per la democrazia costituzionale” ci impone di esprimere un giudizio meditato ma allarmato sul progetto di “Revisione di alcune norme della Costituzione” presentato dal senatore Vizzini il 12 aprile scorso. Ne riassumiamo i motivi.

    Il superamento del bicameralismo perfetto, auspicato da tutte le parti politiche e da gran parte degli studiosi delle istituzioni non risulta realizzato. Dal testo emerge una netta conferma di tale tipo di articolazione della rappresentanza politica. La diminuzione del numero dei parlamentari è stata ridotta a contrazione della composizione dei due organi, a riduzione quindi del potenziale rappresentativo complessivo del Parlamento invece che a differenziata rappresentatività dei due organi, che avrebbe comportato che a comporre il Senato sarebbe stato o un componente per Regione o due. La configurazione di questo ramo del Parlamento che invece si propone è contorta.
    Delle due forme di espressione della rappresentanza territoriale esistenti al mondo, quella della scelta popolare dei componenti l’organo rappresentativo e quella espressa dagli enti esponenziali delle realtà territoriali (Stati, Länder, Regioni, Comunità) si è recepita … la metà dei caratteri dell’una e dell’altra con conseguenze francamente sconcertanti. Della prima delle due forme, si sceglie l’elezione diretta, senza però la connessa eguaglianza del numero dei rappresentanti (due negli USA) per ciascuna entità territoriale. Della seconda, la sola derivazione territoriale, con la conseguenza che ciascun Ente-Regione è declassato a mera circoscrizione elettorale. L’escamotage della Commissione paritetica per le questioni regionali, composta dai venti rappresentanti delle assemblee elettive e da un egual numero di senatori da istituire presso il Senato, affidataria di una funzione consultiva sui progetti di legge all’esame di quel ramo del Parlamento, non può assolvere al compito di composizione degli interessi regionali e di quelli nazionali. Dispone di due potenzialità opposte e perverse, quella di blocco degli effetti dell’attività consultiva o quella di deriva separatista.

    Maggiore preoccupazione e ancora più netta contrarietà desta la distribuzione delle competenze legislative tra i due rami del Parlamento a seconda che il disegno di legge riguardi le materie di competenza esclusiva o concorrente dello stato. Spaccare la fonte di produzione delle leggi, atti aventi eguale valore, efficacia e forza normativa, non soltanto spezza, comprime, declassa la rappresentanza come tale nella sua potenzialità assuntiva della potestà del soggetto-stato e come sede di ultima istanza delle garanzie costituzionali. Ma incide profondamente sulla unitarietà dell’ordinamento legislativo, tanto più che, in caso di dissenso parziale o totale della Camera “del riesame”, la decisione ultima sulla approvazione di una legge spetterebbe a quella delle due Camere che dovrebbe essere scelta con “decisione insindacabile” (anche da parte della Corte costituzionale ?) dai due Presidenti in base alla prevalenza del suo contenuto, se di competenza esclusiva o concorrente dello stato.
    Ma è il criterio della ripartizione che inquieta. Dieci e più anni di giurisprudenza costituzionale testimoniano lo sforzo, enormemente encomiabile, della Corte di estrarre, più con intuizioni che con impossibili deduzioni, più con integrazioni felici che con esegesi fruttuose, un senso accettabile dal testo della Legge costituzionale 2001 n. 3 recante il vigente Titolo V della Costituzione. Ignorare tale vicenda dell’esperienza costituzionale e fondare su quel testo, su quel catalogo delle materie tanto rigido quanto lacunoso il riparto delle competenze tra le due Camere del Parlamento, imporre volta a volta ai Presidenti delle due Camere di ripercorrere il vasto, complesso, articolato ridisegno normativo compiuto dalla Corte è segno di disinvoltura inaudita. A quale dei due rami del Parlamento affideranno i progetti di legge sulle materie-non materie che la Corte ha dovuto sollevare dal profondo dell’ordinamento per colmare i vuoti anche lessicali di quel testo ? A quale delle due Camere attribuiranno i progetti di legge “riguardanti” gli interessi unitari dell’ordinamento ?

    Anche le innovazioni che si intenderebbero apportare al procedimento legislativo allarmano per la ridondanza che le caratterizza senza alcuna reale esigenza istituzionale confessabile. Il comma nono della proposta di modifica dell’articolo72 della Costituzione ha ad oggetto poteri già disponibili nel nostro ordinamento per la maggioranza parlamentare, quella sulla cui fiducia si basa la composizione, la direzione, l’azione, la stessa esistenza di un determinato Governo. Non v’è chi non sappia che un qualsiasi progetto di legge, tanto più se di iniziativa governativa, può benissimo essere iscritto con priorità, anche assoluta, all’ordine del giorno della Camera o del Senato. Anche la determinazione del termine del procedimento di formazione di una legge è nella possibilità di tale maggioranza. Decorso lo stesso termine la stessa maggioranza può sempre respingere emendamenti, articoli aggiuntivi e quant’altro dispiaccia al Governo. Perché allora attribuirgli poteri tipici delle Assemblee parlamentari? Se per richiamare la propria maggioranza alla coerenza col programma di governo concordato in occasione dell’instaurazione del rapporto di fiducia, il Governo può ben servirsi della “questione di fiducia” della quale, per la verità, già fa un uso scandaloso, specie se combinata a maxiemendamenti ai testi dei decreti-legge. Non basta tale uso, si intende legittimare costituzionalmente l’abuso di potere di intervento del Governo nel processo di formazione delle leggi, l’appropriazione surrettizia del potere legislativo a danno del Parlamento ?

    Sulle modifiche alla forma di governo prescritta dalla Costituzione vigente, le riserve non possono che accentuarsi. Da parte dei proponenti si afferma che con le modifiche che si vogliono apportate si miri a rafforzare Governo e Parlamento.
    Dal testo elaborato dal Presidente della I Commissione del Senato non risulta. Risulta l’opposto. A rafforzarsi dalla scelta di sostituire il Presidente del Consiglio all’intero governo come destinatario della fiducia parlamentare non è né il Parlamento, né il Governo. Non è il Parlamento cui viene sottratto il giudizio sulle qualità politiche dei singoli responsabili dei vari dicasteri e sulla intera compagine governativa. Non è il Governo cui mancherà la forza politica che solo la fiducia del Parlamento espressa al suo insieme può conferirgli. A rafforzarsi sarà solo l’incaricato di formare il governo …. prima ancora di formarlo. Quindi non in ragione dell’intera configurazione personale dell’organo governo che intende presiedere e che è chiamato a comporre, il cui profilo più o meno alto, costituisce sintomo probante della sua attitudine di leader che ambisce a diventare statista. Ma solo per compiacere i pasdaran della nefasta ideologia della personalizzazione del potere.
    Alla stessa ideologia si iscrive il meccanismo predisposto per la sfiducia. Lo si aggrava sia aumentando da un decimo ad un terzo dei membri di ciascuna Camera la sottoscrizione della mozione di sfiducia, sia stabilendo che debba contenere il nome del nuovo Presidente del Consiglio, sia prescrivendo che possa essere approvata solo con la maggioranza assoluta dei membri di ciascuna delle due Camere. Alle quali, da una parte, si imporrebbe di riunirsi in seduta comune, dall’altra, si esclude che possano agire come collegio. Per la validità dell’approvazione della mozione di sfiducia, infatti, è richiesto il voto della metà più uno dei componenti di ciascuna delle due Assemblee che si vedrebbero costrette a votare nella stessa riunione ma separatamente. Perché si vuol prescrivere allora che la sfiducia debba essere approvata dal Parlamento in seduta comune? C’è solo da ipotizzare che si voglia in tal modo … sceneggiare una sorta di Apocalisse.
    Alla stessa ideologia appartiene la previsione che, qualora una delle due Camere neghi la fiducia, il Presidente del Consiglio sfiduciato ne possa chiedere lo scioglimento al Presidente della Repubblica eventualmente assieme a quello dell’altra Camera. L’uso del termine “chiedere” invece che quello di “proporre” identifica l’atto. Il destinatario della richiesta non può che provvedervi accogliendola o respingendola. Per respingerla dovrà disporre di ineccepibili motivazioni. La compressione del potere di scioglimento che l’art. 88 della Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica è evidente.
    Altrettanto evidente è l’intento di munire il Presidente del Consiglio di uno strumento forte di intimidazione nei confronti del Parlamento. Non attenuato certo dal divieto di scioglimento delle Camere se, entro venti giorni dalla richiesta da parte del Presidente del Consiglio, il Parlamento in seduta comune dovesse indicare a maggioranza assoluta dei membri di ciascuna di esse il nome di un nuovo Presidente del Consiglio.
    Che alcuni di questi dispositivi siano stati desunti dalla Legge fondamentale della Repubblica federale tedesca e che, adottati per assicurare la stabilità governativa, in quel contesto istituzionale e politico abbiano dato buona prova non è contestabile. Ma è del pari incontestabile che non è, da soli, che tali dispositivi abbiano determinato il buon rendimento di quella forma specifica di governo parlamentare. La stabilità è solo una condizione strumentale ma non indefettibile degli effetti virtuosi che può produrre una forma di governo. È l’efficienza invece la condizione indefettibile del successo di un sistema di governo. A produrla non può che essere la forza politica che i governi riescono ad esercitare e che deriva solo dall’ampiezza e dalla densità della rappresentanza di cui dispongono. A palesarlo è la natura rappresentativa dello stato contemporaneo, perché è rappresentativa la democrazia moderna. O non è.
    Non da altro, non da artifizi di ingegneria istituzionale più o meno reclamizzati deriva quindi il rendimento di un sistema di governo. Scambiare lo strumento per obiettivo è deleterio. Lo dimostra l’esperienza dei venti anni della cosiddetta “seconda repubblica”. La stabilità o non ha retto per l’eterogeneità politica delle coalizioni affastellate solo allo scopo di godere delle distorsioni del sistema elettorale maggioritario con o senza premio di maggioranza, o ha addirittura bloccato la dinamica politica con governi inefficienti o perversi. Insistere sulla stabilità senza rappresentanza o con rappresentanza degli interessi del solo leader di maggioranza distruggerebbe irrimediabilmente la democrazia italiana.

    Onorevole Senatrice, Onorevole Senatore,
    abbiamo ritenuto di esprimere le nostre valutazioni senza infingimenti, lo stile esplicito col quale ci siamo espressi è dovuto solo alla passione per la democrazia parlamentare che ci anima e che ci induce a chiederLe l’onore dell’attenzione che vorrà concedere alle nostre riflessioni.
    Con la più alta considerazione

    Prof. Gianni Ferrara, Presidente dell’Associazione “Per la democrazia costituzionale”

  8. Sandro Gentili scrive:

    Riflettere sul comunicato di LeG mi ha fatto pensare che, oggi, rispetto all’antichissimo dibattito fra legge maturale e legge civile, oggi si sia realizzata una sottrazione di facoltà e, rispetto al dato elettorale si realizzi una sorta di lex partitica, una sorta di jus innaturale ed incivile, perché jus sottratto sia a quell’ambito come a questo. Una sottrazione, in ultima analisi a qualsiasi diritto, una usurpazione, un abominio della norma, una negazione di qualsiasi fondamento etico, sociale… aggiungete voi. Il tutto perpetrato nella più rigida applicazione della norma: come dire che una legge senza umanità, sia essa una legge che viene dalla tradizione (mores) o dall’accordo fra coloro che ne sono soggetti (cives), è una legge contro l’uomo. Per ricordare e parafrasare il vangelo di Cristo: un sabato per l’uomo, non mai l’uomo per il sabato…
    … è per questa ragione che l’unico mezzo per non far compiere nuovi danni a questa classe politica priva di ogni rappresentatività, occorre semplicemente annullare, abolire il Porcellum e far rivivere la legge precedente (come diceva LeG e il referendum). Un articolo solo che sancisca ciò. E io credo che, per fare ciò, sia titolato anche il Governo, che non sarebbe, in quanto “tecnico” titolato ad una soluzione “politica”, ma ad una “tecnica” che restauri lo status quo ante e tolga dal tavolo questa patata bollente… bé, sarebbe il caso che Monti e soci, ma almeno quella “parte civile” chiamata al Governo, ma non aliena al referendum bocciato dalla Consulta, ma sostanzialmente in questa linea… ebbene potrebbero farsi avanti e procedere, non dico per decretazione d’urgenza (ci sarebbero comunque tutte le condizioni, sia pure con qualche dubbio sulla “materia” del decretare), ma almeno con un disegno di legge…: “E’ abrogata la legge … e trova applicazione la legge…” Punto a capo. Da poter scegliere nel 2013, o quando prima occorra.

    Sandro

  9. Dario scrive:

    Facciamo parte di una comunità democratica occidentale e non di una comunità dove impera la stoltezza. Il massimo della stessa è stato raggiunto, stando alle parole dell’ideatore, con la legge elettorale suina. Sarebbe il caso con un bel colpo di reni di rimediare al maltolto in termini di democrazia autentica. I mediocri, occorre che vengano sostituiti in Parlamento con figure presentabili, di assoluta ineccepibilità. Si può ridere una volta di noi: facciamo in modo che sia anche l’ultima. Proviamoci,mettiamocela tutta.

  10. Giancarlo Nobile scrive:

    Occorre dare socranità ai cittadini ma anche governabilità per tale motivo occorre ore e subito la riforma elettorale ed andare al voto prima di parlare di qualsiasi riforma costituzionale in quanto questo parlamento non è rappresentativo della volontà dei cittadini. Ma quale modello elettorale? Violante con gli altri consoci sta cucinando un altro suo capovaloro un ritorno indietro di trant’anni, un modello che tutto il potere al centro che diviene l’ago della bilancia per tutti gli affari e clientele, occupazione dello stato e espoliazione della sovranità decisionale. Unica vera riforma elettorale oggi è quella maggiopritaria alla francese che annichilisce il centro blob, da chiarezza nella distinzione tra destra e sinistra dunque tra due alternative politiche certe e verificabili e nel contempo permette a tutte le forze partitiche di misurarsi elettoralmente per poi convergere in una unità programmatica e di leaderscip.

  11. Le costituzioni sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le costituzioni. Alla faciloneria ignorante di chi vorrebbe cambiare le regole per meglio conseguire i propri interessi non va contrapposta, simmetricamente, la difesa manichea e sacrale delle istituzioni. Tutte le costituzioni possono essere rese viventi adeguandole all’evoluzione culturale delle società, a condizione di mantenerec la barra al centro sui principi fondativi. Tra questi l’universalità del diritto di voto che può oggi liberarsi dall’ultimo vincolo dell’età. Occorre dare voce al futuro tramite la partecipazione responsabile dei loro naturali rappresentanti, i giovani, comprendendo nella riforma costituzionale l’estensione del diritto di voto ai minorenni, in forme da definirsi anche secondo le esperienze già esistenti, come in Austria.

  12. La riforma elettorale è urgentissima per liberare l’Italia in 4 mosse:

    http://paologls.blogspot.it/2012/04/libera-litalia-in-4-mosse.html

    Cordiali saluti
    Paolo Giunta La Spada

  13. giulio scrive:

    A ME PENSIONATO ULTRASETTANTENNE CAPITA QUOTIDIANAMENTE ANDARE IN GIRO, INTERLOQUIRE CON LE PERSONE, DISCUTERE DEI PROBLEMI ODIERNI, DI POLITICA E DEI POLITICI. EBBENE, NELLA GENTE IN GENERE E NEI GIOVANI IN PARTICOLARE, C’E’ QUASI UN RIGETTO, UNA REPULSIONE NEI CONFRONTI DELLA POLITICA. INSOMMA UNA COSA HO CAPITO: QUESTA CLASSE POLITICA-DIRIGENZIALE DEVE ANDARE PER UN BEL PO’ IN VACANZA.
    gilbtg

  14. Paolo Barbieri scrive:

    La Carta Costituzionale e la Qualità della Democrazia non si difendono coi bei discorsi retorici, coi bei propositi o con l’attesa che “altri” provvedano, ma ESERCITANDO CONCRETAMENTE LA COSTITUZIONE REPUBBLICANA nata dalla Resistenza, togliendola dalla bacheca dove rispettosi la conserviamo brandendola efficacemente contro inetti, incapaci, indegni.

    Tocca Direttamente a Noi Cittadini fare la Nuova Legge Elettorale a nostra misura, perchè i partiti la faranno, ancora una volta, come loro aggrada (personalmente amo il sistema francese che coniuga molto bene pluralismo al 1° turno, costringendo alla sintesi bipolare e quindi la governabilità al sencondo e l’alternanza nel tempo). Come? Esercitando la Carta Costituzionale agli articoli:

    Art. 1 La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

    art. 71 Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli.

    art. 50 Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità.

    art. 40 Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.

    L’art. 71 è il randello che avrebbe dovuto tenere i nostri delegati al Parlamento costantemente sulla corda, costantemente tesi a far bene il loro dovere. Invece lo spolveriamo ogni tanto lasciandolo poi sostanzialmente inoperoso. Perchè non diamo sufficiente consistenza alla volontà popolare che lo supporta. Perchè non può definirsi “volontà popolare” quella di un manipolo di cittadini, fossero 50 mila o 400 mila. Diversamente se raggiungessero una dimensione plurimilionaria. Ma c’è un numero perfetto che si può desumere indirettamente dall’art. 75 della Carta: un referendum è valido se partecipa al voto il 50%+ 1 degli elettori. E il referendum passa, sconfessando il Parlamento, se il 25% + 1 vota sì anche se il 25% – 1 vta no. E’ questa la perfetta espressione della “Sovrana Volontà Popolare”: il 25% + 1 degli aventi diritto al voto. Siamo all’incirca a 12 milioni di firme che possono essere raccolte nella forma semplificata dell’art.50, dopo aver soddisfatto la norma che ne vuole almeno 50mila raccolte in Comune o dal notaio. E non ditemi che sono troppe in tempi in cui quasi ogni giorno migliaia di persone consumano suole e speranze in manifestazioni pulviscolari, purtroppo sempre fini a se stesse (quando va bene), non ditemi quando il 13 febbraio eravamo un milione, non quando in 28 milioni siamo andati al voto referendario, ne quando alla parola “rivoluzione” su FB rispondono decine e decine di comunità, ne quando l’aventino elettorale lucido e razionale vale almeno una dozzina di milioni di voti (Demos), ne quando la sfiducia e il disprezzo per la casta politica supera il 95% della cittadinanza, ne quando il PD e Bersani dissero di averne raccolte 10 milioni in pochi giorni per una inutile petizione contro il governo b. un po’ di mesi fà.

    E potremo abbinarne altre importanti proposte di legge che la petizione varrebbe per tutte: anticorruzione, anti privilegi, dimezzamento rimborsi ai partiti, ecc..

    Dibattiamo su questi temi già avallati da esperti di diritto e “costringiamo” L&G ad agire in questo senso.

  15. Nando scrive:

    Risulta davvero paradossale che un Parlamento screditato e agonizzante, la cui maggioranza tripartita ha già inferto un vulnus micidiale introducendo il pareggio di bilancio con la riforma dell’articolo 81, si arroghi il diritto di stravolgere l’assetto democratico della Costituzione in nome di una presunta riforma dello Stato che invece segnerebbe un significativo arretramento per quanto concerne la difesa dei diritti acquisti, nonchè un pericoloso scivolamento verso le sabbie mobili di una Repubblica presidenziale di stampo autoritario che rappresenterebbe la negazione di fatto di quella che abbiamo ereditato dalla Resistenza

  16. Paolo Barbieri scrive:

    Tocca Direttamente a Noi Cittadini fare la Nuova Legge Elettorale a nostra misura, perchè i partiti la faranno, ancora una volta, come loro aggrada (personalmente amo il sistema francese che coniuga molto bene pluralismo al 1° turno, costringendo alla sintesi bipolare e quindi la governabilità al sencondo e l’alternanza nel tempo). Come? Esercitando la Carta Costituzionale agli articoli:

    Art. 1 La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

    art. 71 Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli.

    art. 50 Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità.

    art. 40 Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.

    L’art. 71 è il randello che avrebbe dovuto tenere i nostri delegati al Parlamento costantemente sulla corda, costantemente tesi a far bene il loro dovere. Invece lo spolveriamo ogni tanto lasciandolo poi sostanzialmente inoperoso. Perchè non diamo sufficiente consistenza alla volontà popolare che lo supporta. Perchè non può definirsi “volontà popolare” quella di un manipolo di cittadini, fossero 50 mila o 400 mila. Diversamente se raggiungessero una dimensione plurimilionaria. Ma c’è un numero perfetto che si può desumere indirettamente dall’art. 75 della Carta: un referendum è valido se partecipa al voto il 50%+ 1 degli elettori. E il referendum passa, sconfessando il Parlamento, se il 25% + 1 vota sì anche se il 25% – 1 vta no. E’ questa la perfetta espressione della “Sovrana Volontà Popolare”: il 25% + 1 degli aventi diritto al voto. Siamo all’incirca a 12 milioni di firme che possono essere raccolte nella forma semplificata dell’art.50, dopo aver soddisfatto la norma che ne vuole almeno 50mila raccolte in Comune o dal notaio. E non ditemi che sono troppe in tempi in cui quasi ogni giorno migliaia di persone consumano suole e speranze in manifestazioni pulviscolari, purtroppo sempre fini a se stesse (quando va bene), non ditemi quando il 13 febbraio eravamo un milione, non quando in 28 milioni siamo andati al voto referendario, ne quando alla parola “rivoluzione” su FB rispondono decine e decine di comunità, ne quando l’aventino elettorale lucido e razionale vale almeno una dozzina di milioni di voti (Demos), ne quando la sfiducia e il disprezzo per la casta politica supera il 95% della cittadinanza, ne quando il PD e Bersani dissero di averne raccolte 10 milioni in pochi giorni per una inutile petizione contro il governo b. un po’ di mesi fà.

    E potremo abbinarne altre importanti proposte di legge che la petizione varrebbe per tutte: anticorruzione, anti privilegi, dimezzamento rimborsi ai partiti, ecc..

    La Qualità della Democrazia non si difende coi bei discorsi retorici, coi bei propositi o con l’attesa che “altri” provvedano, ma ESERCITANDO CONCRETAMENTE LA COSTITUZIONE REPUBBLICANA nata dalla Resistenza, togliendola dalla bacheca dove rispettosi la conserviamo e brandendola efficacemente contro inetti, incapaci, indegni.

    Dibattiamo su questi temi già avallati da esperti di diritto e “costringiamo” L&G ad agire in questo senso!

  17. g.r.c. tessera lg 4706 scrive:

    io sono uno di quei cittadini che capiscono che la legge elettorale può essere modificata solo dal parlamento, comunque questo sia stato eletto o, per meglio dire, nominato.
    io sono uno di quei cittadini che ritengono che definire preventivamente la coalizione porti una forma di vincolo di mandato per i parlamentari, vincolo attualmente escluso dalla costituzione.
    detto questo, sono del tutto convinto che la cosiddetta riforma violante sia l’ennesima dimostrazione della saggezza del detto popolare che trova il tacòn peggiore del buso.
    capisco che i capoccia dei partiti preferiscano nominare al parlamento i loro fedeli, piuttosto che vedersi invadere le camere dai rappresentanti scelti dai cittadini, ma vivaddio, questa è la democrazia!

  18. Algernon scrive:

    No alla riforma elettorale no alla riforma della Costituzione. sono tra quei cittadini che dicono “se il Parlamento non ha l’autorità per riformare la Costituzione, perché l’avrebbe per cambiare la legge elettorale?” e la risposta non mi soddisfa. il Porcellum è brutto ma il Superporcellum di Violante benedetto dalla grande coalizione Alfano Bersani Casini è anche peggio. non ripristina le preferenze e lascia ai partiti la libertà di accordarsi dopo il voto. una riforma così delicata la può fare solo un parlamento rinnovato.

  19. Vittorio Lopez scrive:

    Domanda: La modifica costituzionale relativa all’inserimento della parita’ di bilancio ha bisogno o no del secondo passaggio parlamentare, trascorsi sei mesi dalla prima approvazione ??
    Se si, visto che si tratta di una modifica suicida, perche’ non facciamo pressione per evidenziare a tutti i livelli e CONTINUAMENTE i concetti espressi in questo articolo ?
    Gradirei tanto una risposta (vittlop@tin.it)