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30 novembre -0001 - Commenti disabilitati

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  1. jb Mirabile-caruso scrive:

    Claudio Territo: “A me pare che tutti vogliono la verità, ma poi ciascuno
    ……………tira fuori i pezzi che vuole. Mah!!!
    ……………Poi quando arrivano le assoluzioni tutti a gridare al complotto e
    ……………agli insabbiamenti”…………………………………………………………………….

    A me sembra invece, Signor Territo, che quasi nessuno di noi voglia la verità,
    perché – ad un livello che va dal pienamente conscio al totale inconscio – quasi tutti ce ne sentiamo conniventi e, quindi, corresponsabili.

    Quanto poi al nostro “gridare al complotto e agli insabbiamenti”, beh… quello
    è parte insita del nostro carattere circense riconosciutoci da tutto il mondo!

    Viva l’omertà: lo sport nazionale Italico!

    Molto cordialmente.

  2. Claudio Territo scrive:

    Non ritiene utile l’autrice del pezzo specificare che quella lettera è nota perché Napolitano stesso volle renderla pubblica? Era una corrispondenza privata, poteva conservarla e non dover rendere conto a nessuno della stessa. Vi pare che se una lettera riconduce a “qualche segreto della Repubblica”, a “qualche pagina oscura”, uno la diffonde urbi et orbi?
    A me pare che tutti vogliono la verità, ma poi ciascuno tira fuori i pezzi che vuole. Mah!!!
    Poi quando arrivano le assoluzioni tutti a gridare al complotto e agli insabbiamenti.

  3. Andrea B scrive:

    “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” (Giulio Andreotti).
    La trama potrebbe essere questa: nel 1993, nel cuore della Trattativa Stato-mafia, GIORGIO Napolitano (allora Presidente della Camera) è minacciato di morte insieme a GIOVANNI Spadolini (allora Presidente del Senato) dalla mafia, che ha commesso nella notte tra il 27 e il 28 luglio gli attentati dinamitardi a Roma nelle chiese di San GIORGIO in Velabro e San GIOVANNI in Laterano, la coincidenza dei nomi è una chiara minaccia; dal giugno 1992 Nicola Mancino è Ministro dell’Interno del governo Amato, quindi capo della polizia; nel giugno 1993 viene riconfermato Ministro dell’Interno del governo tecnico Ciampi, unico uomo politico di un dicastero tecnico.
    Passano 19 anni, siamo nel 2012: Nicola Mancino (ormai in pensione, ma coinvolto nelle indagini sulla Trattativa e imputato di falsa testimonianza) telefona insistentemente al Quirinale, sembra – leggendo le intercettazioni – allo scopo di risolvere i suoi problemi giudiziari, parlando sia con Giorgio Napolitano (Presidente della Repubblica) che con il suo consigliere Loris D’Ambrosio (che si autodefinisce “utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”). Cosa si sono detti Mancino e Napolitano al telefono? E come si poteva permettere un comune cittadino come Mancino di mettere sotto pressione il Quirinale per risolvere le sue faccende personali? Lo possiamo solo sospettare, difficilmente lo sapremo, perchè registrazioni delle telefonate di Nicola Mancino a Giorgio Napolitano sono state frettolosamente distrutte esattamente il giorno dopo la rielezione di Napolitano alla Presidenza della Repubblica il 20 arile 2013 (quante similitudini con lo scandalo Watergate negli Stati Uniti di Nixon).
    Passano due anni, siamo nel 2014: i magistrati che indagano sulla Trattativa chiedono a Giorgio Napolitano di testimoniare. Il Quirinale accampa scuse, rinvia, ma alla fine è costretto a cedere: l’udienza è fissata per il 28 ottobre 2014. Ma ecco il colpo di scena: prima, i due principali imputati ed ex capi mafia Toto’ Riina e Leoluca Bagarella chiedono (come loro sacrosanto diritto) di assistere all’interrogatorio di Napolitano; poi la Corte di Assise di Palermo rigetta la richiesta degli imputati e di Nicola Mancino di assistere alla deposizione del Capo dello Stato. Ma gli imputati hanno sempre il diritto di assistere alle testimonianze a loro carico! E come la mettiamo se l’intero processo sulla Trattativa salta perchè non è stato consentito agli imputati di assistere a questa deposizione?!
    “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” (Giulio Andreotti).

  4. Antonio Palese scrive:

    Commento del 18.10.2014
    Ritengo che chi non sia addentro nelle segrete cose di Cosa Nostra (l’oligarchia) abbia avuto l’impressione che sia impossibile liberare la Repubblica dal privilegio e dal malaffare. Si è detto in sintesi:
    a) la corruzione inficia l’immagine delle nostre istituzioni, con risvolti sulla convivenza civile e la vita democratica.
    Non esiste vita democratica in Italia. La situazione in cui il capo del Governo è capo di partito e capo della maggioranza parlamentare e, quindi, in grado di condizionare ogni ambito della vita pubblica, fa impallidire il principio della divisione dei poteri ed è incompatibile con la democrazia. O forse dobbiamo ritenere che la recente assoluzione di Berlusconi significa che il capo del Governo e il funzionario di polizia nella vicenda Ruby si comportarono con “disciplina e onore”?
    b) tanti servitori dello Stato con la loro lealtà e senso del dovere hanno salvaguardato la democrazia, anche a prezzo della propria vita.
    Primo, non potevano salvare una democrazia che non esiste; secondo, quegli eroi in una democrazia non sarebbero stati ammazzati.
    c) sono da criticare coloro che ritengono che il potere sia “immoralità, inquinamento, disonestà, forza malefica e contaminante… un male inesorabile cui conviene rassegnarsi… nella gestione della cosa pubblica prevalga la legge del vantaggio personale…la corruzione sia l’humus naturale che regola la pubblica amministrazione… trasgredire la legge sia un male necessario… senza corruzione non si gestirebbero imprese, non si vincerebbero appalti, non si otterrebbero posti di lavoro, non si farebbero affari… tutti rubano … ragione per cui l’evasione e l’elusione fiscale, la corruzione, il clientelismo illegale, il malaffare, l’illegalità risultano normali o quantomeno giustificabili”.
    L’atteggiamento criticato è comprensibile. Non si può criticare l’imprenditore costretto a chiudere la fabbrica o il lavoratore licenziato che sono indotti al suicidio dalla politica criminale del Governo; oppure la vedova con un reddito di € 10.000 costretta a pagare la stessa imposta, per identico appartamento, richiesta al barbiere del Senato che gode di una profumata retribuzione; eccetera;
    d) non è sufficiente descrivere e denunciare il fenomeno, occorre andare alla radice del problema, agire sulle cause… Spetta alle componenti più consapevoli operare per ribaltare logiche consolidate e pratiche inveterate per affermare condizioni di legalità diffusa e di normalizzazione della vita civile… Dalla soluzione della “questione morale” dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, l’effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico… la Repubblica regge … È necessario un nuovo inizio che… riparta dai principi e dai valori della nostra Costituzione.
    Giusto andare alla radice del problema e affermare condizioni di legalità diffusa, ma non dipende dalla soluzione della questione morale la ripresa di fiducia nelle istituzioni. Il criminale se ne infischia della morale, è la legalità il potere dei deboli. La Repubblica democratica fondata sul lavoro esiste solo sulla carta. Il Sovrano dovrà dimettere l’alta autorità che tollera l’illegalità. Riporto parzialmente la lettera inviata al direttore del Corriere della Sera in replica alla lettera del ministro Madia, pubblicata il 12 ottobre.
    “Il legislatore. L’oligarchia repubblicana ha mantenuto innumerevoli norme incostituzionali dell’ordinamento monarchico, dimostrando di non avere alcuna intenzione di trasformare gli ex sudditi del Re in cittadini della Repubblica. Le norme sull’abuso d’ufficio, sulla prescrizione del reato e sul processo mirano manifestamente a proteggere interessi della classe dirigente. Il Parlamento ha costruito un mostruoso ordinamento la cui unica cosa certa, constatabile da chiunque, è l’incertezza del diritto.
    La pubblica amministrazione. Consiglio di Stato, A.P., 2/1975: “In base ai principi, l’atto amministrativo deve reputarsi esistente (ancorché eventualmente viziato) quando provenga da un’autorità investita di potestà amministrativa nella materia ed abbia un oggetto astrattamente idoneo a subire gli effetti dell’atto”.
    In base a quei principi costituisce reato l’appropriazione di un salame esposto nel banco di un supermercato, ma non l’erogazione all’A.D. di una società pubblica della somma di € 4.564.139,00 “in palese disprezzo a ogni elementare criterio di buona amministrazione e di economicità, un rilevantissimo importo ‘a gratifica’ in nessun modo dovuto, non previsto da obblighi negoziali e del tutto sfornito di qualsiasi presupposto logico-economico” (Corte dei Conti, Lazio, 1399/2010). L’illegalità è nella legge, ne dava conferma il PNA Pietro Grasso, oggi presidente del Senato: “Oggi sembra di assistere alla presenza di una rete criminale in cui c’è uno scambio di favori talmente complicato che non rientra nei nostri modelli giuridici, in particolare nel nostro modello di reato di corruzione”.
    La magistratura. La giustizia è il più importante bene comune, perché la legalità è l’unico potere dei deboli contro il privilegio e il malaffare. La violazione della legge da parte del giudice è il crimine più odioso. La Costituzione afferma che il giudice è soggetto soltanto alla legge. “… la posizione del giudice di fronte alla legge non è diversa dalla posizione in cui può trovarsi di fronte alla legge qualsiasi funzionario di Stato investito di un pubblico ufficio che pur non abbia natura giudiziaria, o anche, per dirla più genericamente, qualunque privato cittadino che si trovi ad essere destinatario di una concreta volontà di legge sostanziale” (P. Calamandrei). Ma questo non vale nella Repubblica del privilegio e del malaffare, in cui i pubblici poteri si proteggono vicendevolmente, in barba al principio di divisione dei poteri. Ed infatti il Capo dello Stato e il ministro della Giustizia volsero il capo dall’altra parte dinanzi alle seguenti vicende: il Tribunale di Milano che respinge la domanda di un lavoratore (10366/1998) ed accoglie identica domanda di altro lavoratore (6634/1999); la Corte di Cassazione che “abroga” la legge 1108/1955 e applica una norma inesistente (15293/2001); dichiara che l’applicazione di una norma inesistente non costituisce errore di fatto, ma di diritto (6840/2004); accoglie la domanda di un lavoratore (6733/2001) e respinge identica domanda di altro lavoratore (13937/2002); vìola il giudicato, dichiarando “sorretta da una motivazione puntuale, completa e convincente” la sentenza del giudice di rinvio che aveva ritenuto “di condividere pienamente gli argomenti svolti dal tribunale ” nella sentenza cassata “perché non sorretta da alcuna motivazione” (4499/2007).
    Il ministro Madia mostra di definire democratico il Paese in cui: a) alla maggior parte dei cittadini è negato il diritto alla tutela giurisdizionale; b) alla magistratura è affidato il compito di stabilire, dopo anni o lustri e con decisioni contrastanti, il giudice competente a conoscere la causa promossa dal privato contro la PA o dal procuratore pubblico; c) non sono previste sanzioni penali per la condotta illecita di amministratori di società pubblica, definita da un giurista “una strana vacca, che mangia nella greppia del pubblico e fa il latte nel secchio del privato”; c) il Parlamento si appresta a condannare tremila lavoratori al licenziamento ingiusto, gettando nella disperazione altrettante famiglie, mentre mantiene in servizio decine di migliaia di dipendenti pubblici infedeli; i nemici della Repubblica più pericolosi sono le alte cariche dello Stato. Ecc., ecc., ecc.”

  5. Alfredo Codarin scrive:

    Il mio è un discorso chiaramente utopico anche se sarebbe facilmente realizzabile. Con le prossime elezioni tagliamo tutte le prebende dei ns\i cosi detti rappresentanti politici, rimborsiamo le spese e indenizziamo il mancato guadago per il periodo dell’attività politica. Detta brutalmente che non ci sia interesse economico nell’attività politica.Si corre il rischio di un parlamento oligarchico ma credo che si potrebbe tenerlo sotto controllo con una attenta verifica delle proposte di legge. E’ utopia, lo ho già detto ma ci saranno persone oneste anche in Italia, altrimenti datemi la possibilità di rubare anche a me. Ora ridete pure, non mi offendo da una fesseria può spuntare qualcosa di utile e soliso. alfredo

  6. francesco R. scrive:

    A proposito di “indicibili accordi ” mi richiamo alla frase . ” Lei sa ciò che ho scritto di recente anche su richiesta di Maria Falcone ” ( frase contenuta nella lettera inviata dal consigliere D?Ambrosioall’attuale pdr Giorgio Napolitano.
    Sarà una coincidenza che solo qualche giorno addietro il pdr giorgio Napolitano abbia insignito una sua personale onorificenza alla sig.ra Maria Falcone , sorella del giudice ?
    E’ solo una coincidenza che in tale occasione il pdr abbia ricordato il “metodo Falcone ” quale metodologia per condurre inchieste giudiziarie presso la procura di Palermo ?
    Sempre a proposito di “indicibili accordi ” il patto del Nazareno stipulato in gra segreto fra Renzi e Berlusconi rientra in questa tipologia di accordi ?
    Le dimissioni del presidente della Corte d’appello che ha assolto Berlusconi hanno a che vedere con certi accordi indicibili ?
    Sono tanti gli interrogativi che attendono risposta .

  7. salvo scrive:

    Gentile Signora Bonsanti,abbiamo fatto male a suo tempo ad eleggere in fiducia l’Assemblea che elaborò la Costituzione in atto,facendo del Capo dello Stato un dòmino,anche sulla Magistratura,esente da ogni responsabilità nei suoi atti,che non sia tradimento “alto” della Repubblica e della sua Costituzione.

  8. bonsanti scrive:

    cara Roberta e cari voi che state intervenendo, il mio era solo un breve commento a un fatto importantissimo che dovrebbe avvenire da qui a poco. Forse interessa solo una parte ristretta degli italiani, ma ripeto il luogo comune che non si capisce il presente se non si conosce la nostra storia: il patto del Nazareno non ci sarebbe stato senza quella storia. E mentre altrove si tratta di una storia finita, da noi è infinita…

  9. amv46 scrive:

    Verissimo quando il processo non tradisce il fine della stagnazione culturale in relazione all’evento stragista e delittuoso proposto, con tutte le miserie che ancora vi gravitano attorno. AMV

  10. maria patrizia scrive:

    condivido il timore mi pare si stiano già portando avanti coi lavori di boicottaggio. Infatti costui è alle corde e come la ‘giri’ sarà una cocuzza (in abruzzo si dice così): se ‘parla’ (eventualità nemmeno considerata)…; se non ‘parla’, allora la domanda si sposta dal terreno giudiziario a quello politico-istituzionale e la faccia (o quel che a mio avviso ne resta) è persa: e Voscienza, Presidente della Repubblica Italiana, di fronte a quelle parole così inquietanti cui era addirittura premesso un “Lei sa…”, nulla ha chiesto a chi gliele aveva scritte e della cui funzione istituzionale Voscienza si serviva? NULLA interessava sapere, al PRESIDENTE della REPUBBLICA che già non sapesse, di quegli ‘indicibili accordi’ riguardanti la Repubblica di cui egli è Presidente? GRAZIE PER L’INTERESSAMENTO, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA! e con quale autorità morale ‘monita’ alla Nazione un tal presidente?

  11. jb Mirabile-caruso scrive:

    Il Signor orazio: “Pensare che lo Stato possa fare a meno della mafia è una
    ………………pia illusione. Mi consola di più pensare che entrambi possano al fin
    ………………trovare profittevole concedere a questo nostro Paese un barlume
    ………………di civiltà”………………………………………………………………………………………..

    Signor orazio,

    possiamo chiamare la Sua, rassegnazione? Oppure fatalismo? Oppure arresa?

    Non importa quale termine Lei preferirebbe per esprimere questa Sua presa di posizione, la domanda che io vorrei porLe – tra settantenni, Lei all’inizio di questo nostro decennio ed io a percorso ben inoltrato – se un Cittadino che perviene alla conclusione a cui Lei è pervenuto non debba, come requisito civico di base, dignitosamente rinunziare al diritto del voto elettorale.

    La saluto molto cordialmente.