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La crisi

I rischi che corriamo

2 maggio 2012 - 1 Commento »

E’ un errore pensare che la crisi economico-finanziaria che colpisce in maniera devastante l’Europa tutta, ma in particolare alcuni paesi come la Grecia, la Spagna, il Portogallo e anche l’Italia, sia ormai superata. Non è così, nonostante i sacrifici, le tasse elevate, i tagli ai bilanci che i cittadini sopportano ormai da mesi: il baratro è ancora vicino, davanti a noi. Pessimisti? Il capo del governo Monti ha affermato una settimana fa: ” Ci battiamo ogni giorno per evitare il drammatico destino della Grecia. Famiglie, lavoratori e imprese stanno pagando un prezzo altissimo per le misure approvate. Ma se l’Italia fosse arrivata al fallimento, sarebbe stato peggio, molto peggio per tutti”.
Ma siamo ancora così vicini al default, e i provvedimenti del governo “strano” sono irrinunciabili per risanare la situazione dell’Italia? Comprese le misure annunciate (spending review) alla vigilia del 1 maggio dal presidente Monti sulla revisione, razionalizzazione e ristrutturazione della spesa pubblica? Ne parlo con Pier Carlo Padoan, capo economista e vicesegretario generale dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, sede a Parigi, segretario generale Angel Gurrìa). E’ stato anche direttore esecutivo italiano al FMI.
“La strategia del governo Monti è davvero a tutto campo. Unisce il risanamento finanziario alla ripresa della crescita, soprattutto tramite misure strutturali “mi dice Padoan. “Il compito del governo è molto difficile, perché deve affrontare problemi che si sono accumulati in decenni. Ma questa è anche la sua forza, perché problemi che sono durati tanto a lungo, possono portare a benefici significativi una volta affrontati. Senza questa svolta l’Italia si troverebbe oggi di fronte ad una situazione molto più drammatica, rispetto a quella, pur difficile, in cui si trova oggi”.
Padoan aveva già detto giorni fa, in modo ugualmente chiaro che “sarebbe una vera tragedia se si arrestasse il vasto programma di riforme che questo governo ha messo in pratica e che va nella direzione giusta”.
In queste ore Padoan si trova a Roma per partecipare ad una conferenza internazionale organizzata da due Fondazioni europee (Feps e Ipd) e da Italianieuropei, per discutere di crescita ed occupazione in tempo di crisi. Partecipano il premier Monti, il premio nobel per l’economia Stiglitz, Giuliano Amato, Massimo
D’Alema e altri, riuniti presso la sala del Tempio di Adriano.
Nel ricordare i vari momenti della crisi, Padoan mi dice: “Nel novembre scorso i mercati finanziari avevano preso di mira il debito italiano, e si stava maturando l’idea che fosse divenuto insostenibile, a causa sia della sua gigantesca dimensione sia della assenza di crescita, che durava da più di un decennio. Mancava poco a un’ accelerazione ulteriore della situazione, che avrebbe portato a un circolo vizioso di aumento dello spread e di aspettative di default che rischiavano di autorealizzarsi.”
Secondo il vicesegretario dell’Ocse ci “siamo dimenticati che il nostro paese ha un rapporto debito-pil al 120 %”. Tale situazione non poteva andare avanti “senza limiti”  (prima o poi, i debiti e i titoli di Stato vanno rimborsati).  Così i mercati, già nell’estate scorsa hanno detto che l’Italia “non poteva più permettersi questa condizione e hanno iniziato a pretendere tassi molto alti, da non essere sostenibili. Ecco perché oggi c’è questo importante e utile, anche se penoso e difficile, processo di riforme”. Ora lo spread tra i nostri titoli e i bund tedeschi (che determina il livello dei tassi di interesse) è attorno ai 400 pb, poco più poco meno, ma non ha mai più raggiunto i 575 pb di novembre 2011, al momento delle dimissioni di Berlusconi.
Cioè: non dobbiamo mai dimenticare qual è il punto di crisi dal quale siamo partiti.
Uno degli interventi del governo, più doloroso e contestato è la tassa sulle abitazioni, Imu (“Abolire l’Ici fu uno sbaglio” di Berlusconi, dice Monti). Certamente è un balzello pesante e sgradito per tutti. Ora centinaia di sindaci (istigati dalla Lega) pensano perfino di attuare una rivolta fiscale per non pagare la tassa: si può immaginare quali saranno i giudizi di Germania e Francia verso l’Italia, paese già ben noto per l’evasione fiscale (una picconata alla nostra credibilità internazionale, malgrado Monti!). E’ necessario chiedersi: ma negli altri paesi europei il patrimonio immobiliare (anche dei piccoli proprietari) a quale imposizione fiscale è soggetto? Esistono tasse come l’Imu o l’Ici? Sembra quasi che solo gli italiani siano colpiti da questa richiesta di uno Stato esoso… è davvero così?
“Le imposte sul patrimonio immobiliare sono applicate in molti paesi”, dice Padoan. ” Come dimostra un’ampia evidenza empirica, queste sono imposte che colpiscono la crescita molto meno delle imposte sul lavoro e sul capitale. A parità di gettito è, quindi, più utile alla crescita un maggior peso di imposte sul patrimonio e un minore peso, per esempio, del “cuneo fiscale”.
Il rigore, la disciplina di bilancio con l’obiettivo del pareggio (Trattato fiscal compact) la riduzione del deficit, non bastano per uscire dalla crisi: ci vuole -è quasi un’ovvietà- la crescita dell’economia nazionale. Come conciliare queste esigenze, nel momento in cui mancano i fondi per lo sviluppo?
“La crescita in Europa può essere rilanciata da un insieme di diverse misure a livello nazionale ed europeo. L’ OCSE ha calcolato che per la maggior parte dei paesi dell’ area euro, il pil nei prossimi dieci anni potrebbe essere aumentato di 15 punti percentuali  da un pacchetto di liberalizzazioni del mercato dei prodotti e del lavoro, da investimenti in capitale umano e tecnologia, e da una struttura della tassazione piu favorevole alla crescita. Ci sono poi benefici molto importanti che si potrebbero ottenere dal completamento del mercato interno”.
La creazione degli eurobond (per opere infrastrutturali o per ridurre il debito pubblico) può essere una proposta utile? Dopo le elezioni francesi, se all’Eliseo andrà Hollande, si potranno aprire trattative per superare la diffidenza della Merkel sugli eurobond? E si potrà rinegoziare il fiscal compact, per abbinare i tagli nei bilanci alla crescita? D’altronde, il Cancelliere tedesco, anche qualche giorno fa, ha difeso la scelta dell’austerità ed invitato i paesi a non vivere più al di sopra dei propri mezzi (quindi a ridurre il debito pubblico). Si può darle torto?
“Gli eurobond potrebbero essere utili alla crescita come elemento di stabilizzazione del mercato dei titoli europei e come strumento per finanziare i grandi progetti infrastrutturali. Ma richiedono come precondizione un rafforzamento della disciplina fiscale e quindi della fiducia reciproca, che il fiscal compact dovreb- be essere in grado di garantire”.
Sempre più frequentemente si va diffondendo l’idea azzardata che per risolvere la crisi sarebbe meglio abbandonare la moneta unica, l’ euro (tesi sostenuta anche da venerati economisti come Paul Krugman), per tornare alla lira o alla dracma. Ma quali sarebbero le conseguenze di una simile scelta sul nostro debito pubblico (ricalcolato in lire!), sui risparmi, sugli stipendi, sulle importazioni di petrolio e gas, sull’intero sistema economico nazionale?
“Il prezzo sarebbe altissimo per i singoli paesi e per il futuro dell’ integrazione europea. I costi del ritorno ad una valuta nazionale soprattutto per un paese fortemente indebitato come il nostro, sarebbero notevolmente superiori ai benefici di una valuta nazionale fortemente svalutata”.

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Un intervento a “I rischi che corriamo”

  1. Carlo Torino scrive:

    L’ipotesi del professor Krugman costituisce una singolare fantasia. Paesi come l’Italia, il Portogallo e la Spagna risentirebbero di livelli inflazionistici tali da rendere impossibile per le aziende qualsiasi processo di pianificazione degli investimenti. Un’elevata inflazione ha un effetto esiziale sul meccanismo di formazione delle aspettative delle famiglie e degli operatori economici. La dissoluzione della moneta unica non si limiterebbe dunque a consentire ai paesi debitori una svalutazione del loro debito, ma si andrebbe a riverberare sull’economia reale in maniera negativa a causa dell’inflazione. Mi permetto di aggiungere che una proporzione significhevole delle obbligazioni emesse dagli stati sovrani segue disposizioni di diritto internazionale: le quali non contemplano un mutamento di valuta del titolo. Si creerebbe una situazione paradossale in cui ci troveremmo a un tempo ad avere una Lira profondamente svalutata e a dover pagare una parte non esigua del nostro debito in Euro. Verrebbe posto in essere un meccanismo denominato PSI (partecipazione del settore privato) in seno al processo di ristrutturazione del debito: non dissimile da ciò che e’ accaduto con la Grecia. Un caos le cui conseguenze sociali sono inimmaginabili.

    Ma permettetemi di ritornare sulla crescita. Concordo con il signor Padoan: l’Italia di oggi non mostra similitudine alcuna con la Grecia. Il Portogallo non è tecnicamente in grado di accedere al mercato dei capitali per finanziare il suo debito: e non lo sarà prima del 2014; la sua sorte dipende in maniera esclusiva dal programma congiunto di aiuti UE-FMI: ciò facendo professione di ottimismo circa la tenuta del suo sistema bancario. E opportuno però ricordare che le banche portoghesi non risentono, come quelle spagnole, di un’esposizione preoccupante verso il mercato immobiliare locale. Non vi fu mai in Portogallo, come invece accadde in Spagna, una bolla nei prezzi delle abitazioni: e ad ogni buon conto esiste il Fondo di Stabilità europeo, che con una capitalizzazione di ottanta miliardi dovrebbe garantire eventuali esigenze di copertura qualora si verificassero perdite ingenti nel sistema finanziario portoghese (stimate intorno ai venti miliardi).
    L’Italia presenterà invece un avanzo primario nel 2012, e la traiettoria del rapporto debito pubblico PIL potrà stabilizzarsi (per poi iniziare a decrescere gradualmente) a partire dal 2015. I costi per interessi sul debito ammontano oggi al 4.7 per cento del prodotto interno lordo, un dato altissimo: è essenziale infondere fiducia negli investitori internazionali. Il nostro debito pubblico deve essere percepito come sicuro e affidabile.
    Non abbandoniamoci ad una vacua critica del rigore e del processo di consolidamento fiscale: quest’ultimo deve essere accompagnato da un programma di riforme strutturali che stimolino in maniera più incisiva la competizione nel settore dei prodotti e dei servizi e incrementino la produttività. Abbattiamo assurdi privilegi che inibiscono l’iniziativa privata. Creiamo un mercato del lavoro più flessibile e inclusivo. E’ questo il modo in cui crea crescita sostenibile, che d’altronde giova alla stabilizzazione della dinamica del debito.

    Carlo Torino