Crisi “dei” partiti o crisi “nei” partiti?

I molteplici scandali che hanno coinvolto vari esponenti di primo piano dei principali partiti dell’arco costituzionale, unitamente al malcontento collegato agli effetti delle rigide misure assunte dal Governo per contrastare la crisi economica in atto, hanno contribuito ad alimentare la già crescente sfiducia dei cittadini verso il sistema politico nel suo complesso, a favorire il diffondersi di quella sensazione di lontananza della politica dalla società civile di cui si alimenta il tanto evocato fantasma dell’antipolitica.
Dinanzi alla desolante girandola di case acquistate “all’insaputa” del proprietario, di diamanti e lingotti d’oro in transito tra Pontida e la Tanzania, di vacanze offerte al potente di turno da imprenditori compiacenti, sotto accusa è finito non solo il “sistema dei partiti” – ormai incapaci di interpretare le istanze che si manifestano in seno alla società civile – ma l’idea stessa di partito, descritto come una vuota sovrastruttura da rottamare ora a favore di questa o quella “lista del sindaco”, ora a favore del tecnico illuminato, ora a favore del manipolo di indignados costituitisi in “movimento”, spesso ispirati dalle predicazioni di un ex giullare riscopertosi guru della protesta civica.
Ad essere messa in discussione è dunque l’idea di partito, nel quadro di una teorizzazione complessiva di una “politica senza partiti”. Ma, occorre chiedersi, quale modello di partito rischia oggi di implodere? O meglio, di quale modello di partito si invoca l’archiviazione?
Spostando le lancette del tempo indietro di vent’anni, è facile rievocare le “grandi speranze” che accompagnarono il tracollo del CAF e l’incedere di Tangentopoli: la speranza di liberare il Paese dalla zavorra di corruzione e malaffare che – allora come ora – rischiava di trascinare l’economia nazionale verso il baratro di una crisi irreversibile; la speranza di vedere spazzati via quei partiti che Berlinguer aveva descritto come “macchine di potere e di clientela”; la speranza di vedere realizzato il sogno affidato da Giorgio Ambrosoli alla sua struggente lettera testamento: fare politica per il Paese, e non per un partito.
Ma le grandi speranze che avevano scandito il crepuscolo della Prima Repubblica non si concretizzarono in un ritorno all’idea di partito inteso come strumento di partecipazione dei cittadini alla vita politica della Nazione, come struttura in grado di procedere alla formazione ed alla selezione della classe dirigente. No, quelle grandi speranze si infransero contro l’affermarsi del partito personale, lanciato da Berlusconi in una sera di gennaio dal grigiore di un supermercato della Bassa Padana.
Da Forza Italia alla Lega Nord, dall’IDV alla stessa SEL passando per lo schema “leggero” del PD di Veltroni (rinnegato in fretta e furia da Bersani), il modello del partito personale ha dominato la scena politica della Seconda Repubblica. La politica si è trasformata in un rapporto diretto tra leader e popolo, la partecipazione si è ridotta al rilascio di una sorta di delega in bianco, i militanti hanno finito col riconoscersi non in un’idea ma nell’icona  del leader, secondo una fidelizzazione destinata spesso a scadere nelle logiche del tifo da stadio.
Anche a causa delle deformazioni di una legge elettorale inconcepibile presso qualunque democrazia occidentale, il rapporto tra partito e leader è stato radicalmente capovolto: il leader non è più la massima espressione del progetto politico di cui il partito è portatore, ma è il partito a rappresentare il “cerchio magico” preposto alla diffusione ed all’attuazione delle determinazioni del Capo.    Ecco: con Scajola e Belsito, con Bossi e Formigoni, è proprio la logica del “cerchio magico” ad essere prossima all’implosione: la stessa la logica che paradossalmente ispira quanti – tra il sostegno a liste di sindaci e l’adorazione di guru improvvisati -  oggi dei partiti invocano la rottamazione.
Ma se si tiene conto di questa contraddizione in termini, appare evidente come la crisi di cui “l’antipolitica” si alimenta non può essere definita come una crisi “dei” partiti (intesi come struttura preposte all’esercizio dell’attività politica), ma come una crisi che vive “nei” partiti, e che nasce proprio dalla tendenza alla destrutturazione degli stessi messa in atto dai teorici della politica lieve. Una crisi non di strumento, ma di (de)struttura, dalla quale i partiti stessi possono uscire solo ritornando alla Costituzione, riacquistando – attraverso misure volte a garantire l’assoluta trasparenza della loro gestione economica, attraverso l’adozione di codici etici rigorosi che impediscano la candidatura di soggetti rinviati a giudizio per delitti (diversi dai reati d’opinione) punibili con pena superiore ai due anni di reclusione, attraverso l’approvazione di una legge elettorale che attribuisca ai cittadini la possibilità di attribuire la preferenza ai candidati in lista – la loro funzione di apparati preposti a permettere ai cittadini di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Ritornare alla Costituzione, dunque: all’idea tradizionale del partito inteso come centro di formazione e selezione della classe dirigente, ad un idea “berlingueriana” di partito che può ancora prevalere sulle ceneri del cerchio magico.

* L’autore è coordinatore di LeG Cagliari

1 commento

  • Nobili propositi, un po’ astratti… il ritorno ai partiti presenti alla mente dei Padri Costituenti a me pare, purtroppo, irrealizzabile, per tante ragioni che sono state abbondantemente esplorate dal pensiero politologico; una via alternativa potrebbe forse essere, come già si teorizzava negli anni ’80 (Cotturri), dare rilievo costituzionale ad altri strumenti associativi di concorso alla determinazione della politica nazionale; ho il sospetto, tuttavia, che questa ed altre possibili soluzioni rischino di risultare comunque velleitarie nel tumultuoso clima politico dei giorni nostri; a questo riguardo, eviterei in ogni modo atteggiamenti di superiorità verso i movimenti spontanei della società civile; ad esempio, a titolo personale, critico aspramente Grillo e talune sue esternazioni (ultima in ordine di tempo, quella sulle tasse peggiori del “pizzo” mafioso…), ma considero errato definirlo spregiativamente un “ex giullare” (se non altro, perché a suo tempo pagò con un lungo ostracismo dalla RAI la feroce satira nei confronti dei potenti dell’epoca); forse quello attuale è il tempo necessario dell’iconoclastia, il nuovo verrà dopo…

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