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La crisi

Ma l’austerità produce ripresa economica?

26 aprile 2012 - 7 Commenti »
Roberto Vacca *

Quasi tutti siamo convinti che il Governo Monti sia molto meglio del Governo Berlusconi. Solo qualche fastidioso critica aspetti formali: l’eccessiva sobrietà, la freddezza. Numeri crescenti di cittadini obiettano agli aumenti delle imposte e dei prezzi. Nei sondaggi la popolarità del Professore e del suo governo declina lentamente. Incontrai il Prof. Monti in aereo il 29 ottobre scorso. Mi presentai e gli dissi: “La prego: accetti la Presidenza del Consiglio dei Ministri.” Rispose gentilmente: “Ma non sono nemmeno in politica.” Dissi: “Questo è un dettaglio: abbiamo bisogno di lei.” Ha fatto bene Monti ad accettare l’incarico. Però ha fatto bene anche Giampaolino, presidente della Corte dei Conti, a criticare (il 23 aprile) il Documento Economia e Finanza 2012: “La somma di entrate e spese pubbliche supera il 90% del PIL: è un drenaggio incompatibile con un’efficace rilancio dell’Economia” – “L’impianto del Documento … non appare adeguato a ridurre la pressione fiscale e le spese primarie e a rilanciare gli investimenti pubblici, privati e nelle infrastrutture.”
Per rilanciare l’economia non servono più tasse, ma più equità e creazione di posti di lavoro che si ottiene con investimenti privati e pubblici. Il PIL consiste in Consumi + Investimenti + Spese Governative. Dovrebbe essere ovvio che: chi non guadagna non consuma – se non si investe, non si acquista mercato e non si crea lavoro. Se i governi non investono, manca un fattore essenziale della crescita. Sono concetti che ripete da anni Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia, [La Repubblica pubblica i suoi editoriali del NY Times, ma pochi li leggono]. Cercatelo su Internet: dimostra falsa la dottrina che l’austerità crei fiducia nei mercati e lo documenta. Dice: “50 anni fa ogni studente che avesse letto il manuale ECONOMICS di Paul Samuelson, sapeva che ricorrere all’austerità durante una depressione è una cattiva idea”
Il Presidente Roosevelt dal Maggio 1937 al Giugno 1938 adottò politiche fiscali pesanti, tagliò le spese e restrinse il credito – mirando a ridurre il deficit e bloccò la modesta ripresa che c’era stata e il numero dei disoccupati tornò al 19%. Poi ci ripensò: fece partire un programma di edilizia pubblica sovvenzionata realizzando una piccola ripresa dal 1939 al 1941. L’economia statunitense riprese energicamente (arrivando al pieno impiego) negli anni di guerra. I consumi, razionati, si ridussero drasticamente, ma il prodotto interno lordo cresceva energicamente per la produzione di armi nuove. Ricerca e sviluppo militari scatenarono l’innovazione del dopoguerra e per decenni ci fu un’espansione economica mai vista, interrotta da depressioni brevi e leggere.
Paradosso: dopo il successo dei socialisti francesi nel primo turno delle elezioni presidenziali, le borse vanno giù. Si teme che con Hollande la Francia diventi meno austera. Ma proprio l’aumento delle spese creerebbe occupazione e aiuterebbe l’economia. Per la ripresa, però, non bastano investimenti in opere e prodotti tradizionali. Ci vuole innovazione i cui prerequisiti sono creazione e diffusione di cultura – ma non se ne parla. Ripetiamo la frase del cancelliere svedese Axel Oxenstierna (1645) “Vedrai, figlio mio, con quanto poca sapienza sia governato il mondo.”

* L’autore, ingegnere, docente e scrittore è socio LeG di Roma

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7 interventi a “Ma l’austerità produce ripresa economica?”

  1. Il Prof. Vacca ha assolutamente ragione nella lucida analisi del problema, il rigore richiesto e necessario è relativo alla solidità recepita dai mercati in ordine alla nostra capacità di onorare puntualmente le obbligazioni assunte; quanto al pareggio di bilancio è meglio derogare di uno o due anni annunciando però politiche credibili di nuovi investimenti pubblici produttivi, annuncio che deve essere dato da un governo forte! Purtroppo la scadenza naturale della legislatura non permette questo orizzonte di impegni. Non potendo ricorrere, come facevano i nostri antenati romani, all’istituto del “dictator” per affrontare i periodi particolarmente critici, la cosa migliore da fare è usare il machete nel taglio della spesa pubblica accompagnato da politiche serie di snellimento e recupero efficienza della PA unitamente, INDEROGABILE, a coraggiose riforme di deregulation nel settore del lavoro e dell’impresa, tale da rendere il paese oggettivamente più competitivo nonché attrattivo per gli investimenti stranieri…

    Concludendo, ma è alla fine una questione antropologica, dobbiamo diventare più cinesi per la produzione industriale, più scandinavi per il welfare e più anglosassoni per le politiche economiche! Ma purtroppo, ed è un ricorso storico, l’Italia ha sempre avuto bisogno dell’uomo forte, del leader carismatico, del Dux, per diventare protagonista attiva e non succube nello scenario internazionale…

    INVITO il prof. Monti ad avere più coraggio, cuore da leone e mano da chirurgo, per diventare lui il nuovo uomo forte di cui ha bisogno il paese, ben conscio che egli, come Cincinnato, riconsegnerà il potere nelle mani delle istituzioni democratiche ordinarie una volta portata a termine la sua ardua missione.

    Dio benedica l’Italia e tutti gli italiani coraggiosi.

  2. g.r.c. tessera lg 4706 scrive:

    Io non sono così sicuro che i mercati ci chiedano austerità, austerità, austerità. Anzi: io sono ragionevolmente sicuro che i mercati sarebbero ben felici di un’Italia in crescita, che generasse innovazione in prodotti e servizi, e che gli Italiani avessero un sacco di euro da spendere qui e altrove.
    Volevo quasi scrivere una paccata di miliardi, ma poi ci ho ripensato.
    Certo, dopo un decennio di Berlusconi è difficile presentarsi a dare lezioni in sede di Unione Europea, tuttavia un po’ più di coraggio da parte dei nostri governanti non guasterebbe. Nessuno sano di mente invoca un default (controllato o meno) se non per ragioni tattiche (provare a fare le scarpe al vicino), però è necessario che lo Stato trovi le risorse da dedicare alla crescita del Paese. Dove? Come?
    Ma se non lo sanno loro, che sono pure Professori, chi lo deve sapere? Si diano da fare, si facciano aiutare, ma facciano qualcosa in quel senso.
    Se no, cosa li paghiamo a fare?

  3. Carlo Torino scrive:

    Caro Roberto,

    convengo pienamente sulla necessita’ di una maggiore equita’ distributiva e sull’esigenza di attuare politiche che stimolino una ripresa occupazionale.

    Mi permetta di esprimere il mio dissenso sulle soluzioni, in materia di finanza pubblica e di rilancio della crescita, che Lei propone. L’attuale congiuntura economica internazionale, le condizioni nelle quali versano i mercati finanziari, non ci consentono di implementare politiche fiscali espansive che influiscano in maniera negativa sull’indebitamnto delle amministrazioni (deficit). Le decisione di politica ecomica di un paese membro dell’Unione Europea vanno inserite in un piu’ ampio quadro di relazioni istituzionali comunitarie. E altresi’ importante tenere presente le conseguenze che un abbandono della politica di austerita’ (che preferisco definire di consolidamento fiscale) genererebbe nei mercati internazionali. I differenziali di rendimento aumenterebbero vertiginosamente a detrimento del bilancio dello stato, creando degli squilibri significativi.

    Il vero problema risiede nell’ammontare di debito pubblico. Il recente bolletino economico della Banca d’Italia, stima che esso ammonti al 120.4 per cento del prodotto interno lordo. Tra i piu’ alti al mondo. Un peso insostenibile che trasferiamo sulle generazioni future. Sui giovani.
    La strategia di riduzione del rapporto tra il debito e il PIL, passa ineluttabilmente attraverso la generazione di un avanzo primario sufficiente a coprire gli interessi sul debito. Cio’ che e’ essenziale comprendere sono le interconnessioni profonde tra questa dinamica di riduzione del debito e i suoi riflessi sull’economia reale. Le nostre imprese oggi sono penalizzate sui mercati obbligazionari nella loro raccolta di capitale di debito (necessario a finanziare investimenti), scontando l’effetto del debito sovrano. Le nostra banche avvertono crescenti difficolta ad accedere al mercato obbligazionario all’ingrosso: e cio’ genera un incremento nel costo della loro raccolta, e di coseguenza una riduzione del credito all’economia. Le cause di queste distorsioni economiche strutturali hanno tutte un’origine comune e nefasta: una massa di 1.800 miliardi di debito pubblico.

    Non sono un cieco assertore
    dell’austerita’ di bilancio. Ho profonda coscienza che essenziale stimolare la crescita. Ma in che modo? Attraverso un incremento della produttivita’ industriale: che e’ rimasta stagnante, mentre in Germania ha fatto registrare continui progressi.
    Liberalizzando alcuni settori dei servizi; stimolando l’internazionalizzazione delle nostre imprese. E questo e’ un ulteriore capitolo da approfondire: le nostre imprese non hanno investito in tecnologia, in apertura sui mercati esteri, in crescita dimensionale. Non possiamo pensare ragionevolmente di impostare le nostre strategie industriali su una competizione di prezzo; vi sono paesi che strutturalmente hanno costi di manodopera sensibilmente inferiore; avremmo perduto in partenza. Una critica al Governo andrebbe mossa sul capitolo inerente lo sblocco dei debiti che le amministrazioni pubbliche hanno nei confronti del sistema delle imprese.

    Lei giustamente cita gli investimenti pubblici e privati, affermando che essi sono essenziali ad una crescita del prodotto. Ne sono profondamente persuaso. A tal proposito una riforma della giustizia efficiente e una legge anticorruzione efficace stimolerebbero maggiori investimenti esteri. Si e’ molto parlato dell’emissione di titoli di debito europei per il finanziamento di opere infrastrutturali. Ritengo esso costituisca un modo efficiente di finanziare grandi progetti pubblici che stimolino una ripresa occupazionale.

    L’attuale Ministero ha svolto un compito eccellente in questi ultimi mesi. Ne difendo in pieno i risultati. L’abbattimento del debito rimane la nostra priorita’ di fondo per la creazione di un’economia sociale di mercato inclusiva.

    Carlo Torino
    carlo.torino@hotmail.com

  4. Francesco Scamuzzi scrive:

    Io penso che l’austerità potrebbe essere valida solo se applicata simmetricamente sia alle entrate che alle uscite dello Stato, perché l’evasione fiscale e la cattiva spesa pubblica sono due facce dello stesso problema, e tendono a legittimarsi reciprocamente.
    Riuscire a tagliare la spesa pubblica improduttiva e’ certamente molto difficile, ma credo sia assolutamente necessario per poter rilanciare l’economia.

  5. Vittorio Lopez scrive:

    Secondo me, ritenendo molto sbagliata la modifica costituzionale realtiva al pareggio di bilancio, e visto che abbiamo un pu di tempo, bisognerebbe martellare il mondo politico e il governo al fine di recedere da questo proposito. Martellare con interventi continui sugli organi di stampa e televisivi, dichiarazioni delle persolalita’ affiliate a L&G, dibattiti televisivi e non, ecc.

  6. Dario Maggi scrive:

    Credo che la posizione di R.Vacca abbia, oltre a qualche ragione, anche qualche punto debole:
    - non tiene conto del contesto interno in cui agisce il governo Monti, e cioè che il suo appoggio parlamentare viene da una maggioranza composta di fatto in un certo modo;
    - non tiene conto soprattutto del contesto internazionale: dato che partivamo da una situazione di estrema debolezza sul piano finanziario, non potevamo (e non possiamo) non tener conto di quanto richiestoci dagli investitori internazionali (anche se ci possono stare antipatici e anche se le critiche alla strapotere della finanza sono assolutamente fondate) e dai governi europei, ad esempio quello tedesco. E’ chiaro che ad esempio le critiche alla politica rigida di rigore di bilancio di un Krugman o di uno Stiglitz possono essere fondate, ma si tratta di vedere da quale posizione – di forza o di debolezza – si riesce a difenderle. Insomma si tratta di tener conto del principio di realtà. Uno stato con il bilancio in ordine ha più titoli per sostenere in modo credibile una diversa politica economica. Ripetere, come fanno molti e anche Vacca, il mantra “più equità e creazione di posti di lavoro che si ottiene con investimenti privati e pubblici” rischia di essere una pia illusione se non ci si adegua a ciò che gli investitori internazionali ci domandano. E del resto pare che in questi ultimi giorni qualcosa si stia muovendo, nella linea del governo tedesco;
    - non tiene conto che il disagio delle classi più povere sarebbe stato molto peggiore in caso di default (con prevedibile inflazione annessa), con buona pace dell’onorevole Vendola e di parecchi altri, che all’esplodere della crisi (se non ricordo male) sostenevano che il default era inevitabile e non poi così malefico;
    Cordiali saluti.

  7. dario cambi scrive:

    Sono solo parzialmente d’accordo con l’autore del post. Oggi l’Italia non si può permettere una ripresa della spesa pubblica e degli investimenti in deficit. Priorità delle priorità è stato, ma non è ancora stabilizzato il risultato, ridare credibilità ai nostri conti pubblici ( a costo purtroppo dei grossi sacrifici, anche non del tutto equi vista la difficoltà di produrre immediatamente gettito nuovo attraverso una patrimoniale per la già diseguale distribuzione di ricchezza e per gli ostacoli di natura politica), che dovranno produrre i risultati sperati. Ma la più importante azione del Governo Monti, quella che realmente potrà produrre contemporaneamente il doppio miracolo dell’aumento delle risorse da investire per la crescita ( sempre che si riesca ad individuare i settori strategici) ed una prima redistribuzione di ricchezza a vantaggio dei redditi medio-bassi, non può che essere la strenua e ben organizzata lotta all’evasione ed alla corruzione da parte dello Stato nei prossimi 5 anni. In tal modo si potranno davvero reinvestire i proventi in defiscalizzazione per ceti medi e medio bassi, per le imprese e coloro che dovranno rimettere in moto il binomio investimenti-consumi, decisivo per la ripresa della crescita e dell’occupazione. Se lo Stato saprà andare oltre le stime più caute e metterà in moto un’insieme di misure organiche e straordinarie contro questi flagelli che da soli drenano risorse pubbliche per circa 180 miliardi/anno, potremo finalmente iniziare una seria e costruttiva opera di rilancio. Certo non potranno essere da sole sufficienti le misure approvate dal Governo sulle liberalizzazioni, sul mercato del lavoro ecc. se non si mettono a disposizione dello Stato, forti risparmi di spesa pubblica ed entrate da recupero di imposte e tasse evase e se non si provvederà a finalizzare lo sforzo collettivo e culturale per una drastica riduzione dei costi della politica, degli sprechi della pubblica amministrazione insieme ad un’opera importante di recupero di competitività della stessa e del sistema economico in generale, soprattutto passando per una ferrea legge anticorruzione.