La lezione di Tina

Cara Sandra, gli 85 anni di Tina Anselmi li voglio festeggiare con te e – idealmente – con due amici scomparsi, Giovanni Ferrara, il “tuo” Giovanni (che tanto le era affezionato) e Gabriella Smith, giornalista di rango che alla P2 e ai suoi misteri dedicò anni di lavoro, sempre sperando – quasi un assillo – di scoprire un giorno il cifrario di quei segreti. Per noi, per me, Tina Anselmi è prima di tutto un esempio di vita. Coscienza critica. Ha saputo da che parte stare. Il potere non l’ha ipnotizzata. Le minacce – o il fuoco amico – non l’hanno piegata. Rocciosa. Coraggiosa. Gli uomini della Dc un po’ l’ammiravano, un po’ la temevano. Certo Moro pensò a lei quando si trattò di esplorare i sulfurei parentaggi della Dc siciliana. Certo Zaccagnini affidò a lei delicate missioni nei giorni della rabbia e del dolore, quando Moro era prigioniero di una banda di terroristi Br dal nebuloso album di famiglia. In quegli stessi giorni vertici dello stato, che avrebbero dovuto vigilare sulla vita di moro e sulla democrazia assediata, tramavano proprio con la confraternita di Gelli. E proprio a Tina, anni dopo, fu affidato dai presidenti delle camere il compito di guidare la commissione d’inchiesta sulla P2. Che la P2 avrebbe generato metastasi già si capiva. Spiegò in commissione un ex gran maestro massone: Gelli non distruggerebbe mai il letto in cui dorme. In sostanza Gelli non era un “golpista”, non mirava a scardinare le istituzioni, come amava semplificare qualcuno a sinistra. Puntava piuttosto a manipolarle, possederle, usarle. Affari, carriere, persino “opere di bene”. Diavolo e acquasanta. Storia di un sistema di potere intossicato e tossico. Così attuale forse perchè questo paese non ha saputo riattivare gli anticorpi. Storia che sta dentro migliaia di carte, audizioni, indagini di una commissione parlamentare che buona parte del Palazzo mal digeriva. Questa lo scenario politico in cui, per tanti anni, lavorò ostinatamente Tina Anselmi. La stessa ostinazione di un gruppetto di giornalisti (quasi tutte donne) che ogni giorno seguì l’inchiesta, ufficiale e ufficiosa, anche con approfondimenti e indagini parallele. Abbiamo fatto il nostro mestiere. Non fu cosa semplice e di sicuro non portò onori e carriere. Anzi. Non sempre in redazione si capiva l’importanza di non mollare, di tenere viva l’attenzione sulla commissione. E poi c’erano i “consigli” pelosi di lasciar perdere. Gli avvertimenti “benedetti” da oltretevere a proposito dei segreti del club Marcinkus. Gli avvisi della banda della Magliana. Io poi, lavorando a Paese sera, avevo un problema in più: il caso dell’Ambrosiano. Roberto Calvi non era solo il banchiere di dio. E con gusto maligno lo ricordò proprio a noi due un giorno a New York (eravamo al seguito della commissione che doveva interrogare Sindona in carcere) Francesco Pazienza, cosiddetto faccendiere con entrature d’alto bordo nei servizi segreti. “non dimenticate che sono uno scorpioncino”, ci disse, cara Sandra. E non era un riferimento allo zodiaco. Comunque per me non scattarono né censure, né autocensure. Paese sera purtroppo entrò in crisi e morì dopo una sofferta agonia.

Ho incontrato Tina l’ultima volta a Caorle, a una festa della Margherita, alla presentazione di un libro. Era il 2006. Un pomeriggio torrido di settembre, con noi l’amico comune Sergio Mattarella. Emozionate tutte e due, dopo tanti anni. Un abbraccio. Poche parole. Indimenticabile Tina. La sua lezione? Onestà e coerenza prima di tutto. Ancora grazie.

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