“Emiliano e le cozze? Ma il vero problema è il conflitto d’interessi”

«Non voglio e non posso essere candidato governatore della Puglia». L’ipotesi di Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato, senatore del Pd, come successore di Nichi Vendola alla regione Puglia è durata soltanto un giorno. «Un giorno lunghissimo. Ho ricevuto decine di telefonate, messaggi, offerte di sostegno elettorale. Per carità, fermiamo tutto».

Più che una smentita, pare un rifiuto. Insomma, le avevano chiesto di candidarsi? «Sì e non è neppure la prima volta. Ma non sono un amministratore. Sono entrato in parlamento per dare un contributo d’idee. Altro è un lavoro totalizzante come il governatore di una regione. Non ne sarei capace. Sono fedele alla massima di Leopardi: il modo migliore per non mostrare i propri limiti è di non superarli» Questo il “non voglio”. Il “non posso” è riferito al fatto che uno dei due pm dell’inchiesta sul gruppo Degennaro, dove sono spuntate le cozze di Emiliano, si chiama Francesca Romana Pirrelli ed è sua moglie? «E’ ovvio».

Non per tutti. Di magistrati e parenti di magistrati candidati al posto dei politici indagati si conta ormai vasta casistica.

«Perché dunque incrementarla? Io avevo smesso di fare il magistrato un anno prima di candidarmi al Senato» Naturalmente non può e non vuole parlare dell’inchiesta. Ma del fenomeno, della Bari di potere che s’intravvede dietro questa storia, con la sua classe dirigente ai frutti di mare? «E’ una storia italiana, non locale. Bari ci mette in più quel tratto di esibizionismo della città, se vogliamo di colore, le cozze pelose, gli spigoloni. Oltre questi particolari gustosi ma irrilevanti, c’è la fotografia del livello raggiunto dai conflitti d’interesse, una vicinanza fra politica e affari vissuta ormai come normale, anche dalla “buona” politica. Che male c’è? Lo fanno tutti».

I politici rispondono soltanto dei reati, non di comportamenti contrari all’etica pubblica, intende questo? «La presenza eventuale di un illecito penale crea ormai un’illusione ottica per la quale si perde di vista l’oggetto vero, la responsabilità politica».

E’ tragicamente vero che lo fanno tutti. Per restare al caso barese, alle ultime elezioni regionali i Degennaro, costruttori e principali appaltatori di lavori pubblici in Puglia, hanno candidato quattro componenti della famiglia, due nel centrodestra e due nel centrosinistra, per non sbagliare. Uno nel Pdl e l’altro nel Pd, più un Degennaro nella lista civica “Pugliesi per Palese” e uno nella lista “Puglia per Vendola”. Non è grottesco che oggi i partiti pugliesi gridino al lobbismo per le sole cozze del sindaco Emiliano? «La verità è che si sta perdendo un’altra occasione per discutere fra tutti, destra e sinistra, il problema colossale del conflitto d’interessi. Anche adesso che Berlusconi non è più in grado di porre veti e la presenza del governo Monti offre un’occasione straordinaria per riformare la politica». Non pensa che il governo Monti stia già nei fatti riformando una politica incapace di riformare sé stessa? «Si continua a parlare di governo tecnico, ma si tratta di un governo ultra politico. Una specie di adattamento ai tempi, di evoluzione darwiniana della politica italiana verso nuove forme. Perchéè chiaro che di questo passo la vecchia politica e anche la vecchia antipolitica rischiano l’estinzione. E non sarà certo con espedienti come le liste civiche, spesso maschere di lobbismo, che si uscirà dalla crisi. In questo purtroppo Bari si è confermato un laboratorio politico».

Vendola lascerà l’anno prossimo la regione per andare a Roma, Emiliano scende nei sondaggi e lei non si candiderà. Il centrosinistra rischia di perdere ovunque. La primavera barese è finita? «Sarebbe triste, perché alla fine Bari e la Puglia sono migliorate.

Fra passi avanti e retromarce, la somma algebrica rimane positiva. Forse cade soltanto l’illusione che certe conquiste fossero acquisite. Bari è una città che è andata avanti remando contro la corrente, basta riposarsi un momento per venire risucchiati indietro». Che cosa non ha funzionato nella cosiddetta primavera barese? Quali erano i limiti dell’esperimento? «Il leaderismo come soluzione alla crisi dei partiti. Il personalismo, il narcisismo, tutte forme di una fondamentale immaturità della classe dirigente. L’immagine usata da Emiliano è significativa: ero un ragazzo. Si potrebbe parlare di un’adolescenza civile della società barese. Il tutto arroventato al sole di un culto dell’apparenza ossessivo. Le racconto un piccolo episodio personale.

Quando smisi di indagare sulle mafie, chiesi naturalmente che mi venisse revocata la scorta.

Avrebbe dovuto vedere le facce dei funzionari: ma qui a Bari nessuno ce l’ha mai chiesto! La scorta inutile, le feste con ospiti importanti, la vicinanza esibita con le famiglie di potere, i regali vistosi, non erano fonte d’imbarazzo o anche di ridicolo, ma motivo di vanto, prova di successo».

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