Ultimo tentativo

Difficile sottrarsi all’impressione che il governo abbia, se non i giorni, le settimane contate; e che la stessa legislatura finirà all’inizio del 2012. Il ridimensionamento degli orizzonti temporali del centrodestra ne è la prova. Ormai nessuno, nel Pdl, si azzarda più a sostenere che Silvio Berlusconi durerà molto. Realisticamente, ci si accontenta di arrivare a Natale per gestire le elezioni anticipate da Palazzo Chigi. Il problema è che ormai perfino la trincea natalizia appare troppo esposta: rischia di essere travolta dalla speculazione finanziaria. La risposta continua ad essere una disperata difesa dello status quo. Ma sono soltanto il G20 di oggi a Cannes e la paura dei mercati a tenere in piedi la maggioranza. La sfilata di delegazioni di partito al Quirinale trasmette l’immagine di una situazione di pre crisi; e il rinvio ad oggi dell’incontro, chiesto da un Pdl impantanato sulle misure anti crisi, mostra un premier sospettoso per lo smarcamento scientifico del suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti; e ossessionato dal ruolo del Quirinale, di cui teme l’ostilità. Il risultato è che ieri sera il Consiglio dei ministri ha tardato a lungo prima di esaminare e approvare i provvedimenti pretesi dall’Europa e presentati al vertice di oggi. I sondaggi informali che sta facendo il capo dello Stato cercano di diradare l’incertezza. E capire cosa succederebbe se cadesse Berlusconi. Il rifiuto del Cavaliere a farsi da parte risponde al calcolo di usare le misure anti crisi come grimaldello per ottenere l’ennesimo «sì». Il nomadismo parlamentare di alcune schegge berlusconiane, però, fa capire che il suo blocco di voti comincia ad erodersi. Angelino Alfano, segretario del Pdl, teme di perdere deputati. Sa che, se l’operazione riesce, toglierebbe a Berlusconi l’ultimo alibi: quello di numeri parlamentari blindati. L’incubo del Cavaliere è la nascita di un altro governo. Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, ieri ha spiegato di non avere fatto a Napolitano nomi di candidati a Palazzo Chigi, perché «non erano consultazioni formali». Ma la precisazione fa pensare che il momento della crisi si sta avvicinando. Gli avversari si rifiutano di aiutare il centrodestra, a meno che Berlusconi non si dimetta. Riproporre la strategia della sopravvivenza finisce così per evidenziare la pericolosità dello stallo, su uno sfondo che i mercati hanno cambiato drammaticamente. Di questo immobilismo Umberto Bossi, con le sue pernacchie e il dito medio alzato, è una metafora perfetta. Al di là della volgarità crescente delle sue reazioni, è l’emblema di un centrodestra consapevole che la parabola berlusconiana si sta concludendo; ma, nonostante questo, incline alla stizza quando è chiamato a guardare in faccia il vuoto di governo che da tempo Pdl e Lega riflettono. Eppure, prima lo affrontano e ne traggono le conseguenze, prima metteranno la loro alleanza al riparo da un giudizio negativo inevitabile.] Difficile sottrarsi all’impressione che il governo abbia, se non i giorni, le settimane contate; e che la stessa legislatura finirà all’inizio del 2012. Il ridimensionamento degli orizzonti temporali del centrodestra ne è la prova. Ormai nessuno, nel Pdl, si azzarda più a sostenere che Silvio Berlusconi durerà molto. Realisticamente, ci si accontenta di arrivare a Natale per gestire le elezioni anticipate da Palazzo Chigi. Il problema è che ormai perfino la trincea natalizia appare troppo esposta: rischia di essere travolta dalla speculazione finanziaria.

La risposta continua ad essere una disperata difesa dello status quo. Ma sono soltanto il G20 di oggi a Cannes e la paura dei mercati a tenere in piedi la maggioranza. La sfilata di delegazioni di partito al Quirinale trasmette l’immagine di una situazione di pre crisi; e il rinvio ad oggi dell’incontro, chiesto da un Pdl impantanato sulle misure anti crisi, mostra un premier sospettoso per lo smarcamento scientifico del suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti; e ossessionato dal ruolo del Quirinale, di cui teme l’ostilità. Il risultato è che ieri sera il Consiglio dei ministri ha tardato a lungo prima di esaminare e approvare i provvedimenti pretesi dall’Europa e presentati al vertice di oggi.

I sondaggi informali che sta facendo il capo dello Stato cercano di diradare l’incertezza. E capire cosa succederebbe se cadesse Berlusconi. Il rifiuto del Cavaliere a farsi da parte risponde al calcolo di usare le misure anti crisi come grimaldello per ottenere l’ennesimo «sì». Il nomadismo parlamentare di alcune schegge berlusconiane, però, fa capire che il suo blocco di voti comincia ad erodersi. Angelino Alfano, segretario del Pdl, teme di perdere deputati. Sa che, se l’operazione riesce, toglierebbe a Berlusconi l’ultimo alibi: quello di numeri parlamentari blindati.

L’incubo del Cavaliere è la nascita di un altro governo. Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, ieri ha spiegato di non avere fatto a Napolitano nomi di candidati a Palazzo Chigi, perché «non erano consultazioni formali». Ma la precisazione fa pensare che il momento della crisi si sta avvicinando. Gli avversari si rifiutano di aiutare il centrodestra, a meno che Berlusconi non si dimetta. Riproporre la strategia della sopravvivenza finisce così per evidenziare la pericolosità dello stallo, su uno sfondo che i mercati hanno cambiato drammaticamente.

Di questo immobilismo Umberto Bossi, con le sue pernacchie e il dito medio alzato, è una metafora perfetta. Al di là della volgarità crescente delle sue reazioni, è l’emblema di un centrodestra consapevole che la parabola berlusconiana si sta concludendo; ma, nonostante questo, incline alla stizza quando è chiamato a guardare in faccia il vuoto di governo che da tempo Pdl e Lega riflettono. Eppure, prima lo affrontano e ne traggono le conseguenze, prima metteranno la loro alleanza al riparo da un giudizio negativo inevitabile.

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