Comanda la paura

Iniziare il Consiglio dei ministri straordinario con oltre un’ora di ritardo vuole dire ufficializzare lo scontro tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi sulla riforma delle pensioni, chiesta dagli alleati europei. Ma significa anche mediare tra posizioni agli antipodi. In apparenza, l’esito di questo contrasto è inevitabile. Logica vorrebbe che si aprisse una crisi di governo: sarebbe la «discontinuità» che le opposizioni chiedono come condizione per appoggiare i provvedimenti invocati da Bruxelles; e che il caos nel centrodestra giustificherebbe da tempo.

Il corollario sarebbe un voto anticipato affrontato dalla Lega come se fosse una variante della secessione. Ma per quanto tentato da una rottura che potrebbe sfruttare in campagna elettorale, il Carroccio sembra diviso fra voglia di voltare pagina e paura dello strappo: due pulsioni parallele che sta vivendo da mesi. Per questo si tratta e si rinvia a oggi, affidando a Berlusconi il compito di parlare all’Europa. D’altronde, la polemica con gli alleati dell’Unione è un elemento che accomuna Bossi e Palazzo Chigi, seppure con toni diversi. Il comunicato col quale ieri il premier rifiuta «lezioni» e polemizza con le nazioni che «si autonominano commissari», è tardivo ma chiaro.

Si tratta di una risposta allo sgarbo plateale di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel domenica a Bruxelles. Tende a sottolineare soprattutto l’arroganza del capo di Stato francese, perché la Germania ha corretto la brutta impressione data in conferenza stampa con i sorrisi complici e irridenti per Berlusconi. L’Italia rifiuta, giustamente, di essere il capro espiatorio delle magagne europee. Ma non può neppure usare quanto è successo come alibi per nascondere le sue mancanze. Il catastrofismo che il centrodestra condanna è il sottoprodotto naturale delle pecche del governo.

Senza l’improvvisazione e le esitazioni di cui Berlusconi ha dato prova, l’Italia non si ritroverebbe in questa posizione sacrificale; e Sarkozy avrebbe qualche problema a fare la voce grossa. Quanto è avvenuto replica su un altro piano il « lapsus » col quale alcune settimane fa il presidente Usa, Barack Obama, non citò il governo di Roma fra i Paesi in prima linea per sconfiggere Gheddafi. Gaffe anche quella, ma soprattutto il segno di un isolamento e di un’irrilevanza crescenti dell’Italia: a dispetto delle lodi convinte che Berlusconi fa a se stesso.

È il costo di una strategia della sopravvivenza che il premier sta perseguendo con disperata ostinazione. Il prezzo è alto per l’Italia, ma anche per lui. La scommessa di riuscire a resistere il più a lungo possibile confida in una forza parlamentare numerica, ormai in bilico. E sottovaluta l’ostilità dei mercati finanziari. In una situazione del genere, durare diventa il contrario di governare. E crea le premesse non per un normale cambio di schieramento e di premier ma per una cacciata senza appello: una débâcle per Berlusconi e un’ipoteca sul futuro del centrodestra.

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