Libertà e Giustizia scavalca Rep. e chiama alla seconda adunata

Ritornano quelli del Palasharp, ma il circo antiparlamentarista e professoralmente sedizioso di Libertà e Giustizia è stato deportato al gran completo, Gustavo Zagrebelsky incluso, da Repubblica al Fatto Quotidiano. Così ieri si poteva leggere sul bollettino delle procure di Antonio Padellaro un proclama siglato Zagrebelsky: l’8 ottobre tutti a Milano (di nuovo) ma stavolta all’Arco della Pace, zona piazza Sempione, per costringere Giorgio Napolitano a sciogliere il Parlamento che purtroppo a mandare via Silvio Berlusconi non ci pensa nemmeno. Un attacco duro a Napolitano, garante della Costituzione, da parte delle élite moraliste. Questo il senso del pronunciamento carlodebenedettiano: il rapporto di rappresentanza tra cittadini e istituzioni è stato spezzato – scrive Zagrebelsky – da un Parlamento che continua a sostenere Berlusconi “al di là di ogni dignità personale dei suoi membri”. Dunque, ne consegue che questo sia un Parlamento illegittimo. Mica poco. Stavolta, a differenza del Palasharp di un anno fa, pare che a Milano Libertà e Giustizia non abuserà di tribuni minorenni per battere i pugnetti sullo scranno dei comizianti; e non parteciperanno nemmeno lettori distratti e compunti di Immanuel Kant (ma mai dire mai). La platea è tuttavia quasi la solita, tra gli altri: Valerio Onida, Paul Ginsborg, Salvatore Veca con l’innesto (pop, considerato il tasso di chiccheria) di Marco Travaglio, il vice di Padellaro al Fatto, chiamato, al termine della prolusione dei professoroni, per divertire la platea con i suoi giochi di parole. Come a dire: dopo la fissione nucleare, tutti al teatrino del Vernacoliere. Sorprende che il proclama sia apparso sul Fatto e non sul giornale di Carlo De Benedetti, che è anche il fondatore moral-finanziario di Libertà & Giustizia. Ma il mistero è presto svelato: dopo il durissimo appello con il quale, il 18 settembre scorso, Eugenio Scalfari chiedeva senza eufemismi, e stimolando l’entusiasmo di Antonio Di Pietro, a Napolitano di liberare lui l’Italia da Berlusconi, il quotidiano di Ezio Mauro ha deciso di rallentare (ma solo un po’). Esiste infatti ancora, da qualche parte, nei ripostigli di Repubblica, una lievissima reminiscenza dello stile di Carlo Caracciolo. D’altra parte Scalfari aveva provocato, diciamo così, fastidio nel Quirinale, come aveva avuto modo di rendere esplicito Emanuele Macaluso, vecchio compagno del presidente, con i suoi fondi pubblicati dal Riformista. E a Repubblica – a differenza del Fatto (“il Quirinale degli inciuci”, tra i titoli dedicati al capo dello stato) – inclinano a tenerselo buono Napolitano. Ma ieri il presidente della Repubblica è sembrato rispondere all’aggressione antiparlamentarista dei TTB (tutto tranne Berlusconi). Il capo dello stato lo ha fatto parlando all’Università di Napoli della riforma elettorale, da lui individuata come l’unica soluzione costituzionalmente legittima al declino di fiducia nelle istituzioni, e insistendo (in polemica con la Lega) sul principio costituzionale della “sovranità che spetta al popolo”. Dove si dimostra che il popolo è sovrano, ma si dimostra pure che è il Parlamento, democraticamente eletto, a esserne interprete della volontà. Insomma, una cosa è chiara a tutti, tranne che agli azionisti alleati dei manettari convocati a Milano: non c’è nessun populismo possibile in Giorgio Napolitano.

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