Se il cane da guardia non morde

Cane da guardia della democrazia. Questo è il ruolo che la stampa svolge (deve svolgere, deve poter svolgere) in una società democratica, secondo una formula ripetutamente utilizzata, con lessico anglosassone, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’immagine è ricca di indicazioni. Il buon cane da guardia gira libero attorno a casa, orecchie tese e naso al vento. E abbaia, anche più forte del necessario e qualche volta deve mordere. Così la stampa.

La libertà di espressione è uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e vale non soltanto per le informazioni o le idee accolte con favore o che sono inoffensive o indifferenti, ma proprio e specialmente per quelle che urtano e inquietano. Sulle questioni di interesse per il dibattito pubblico, al diritto di diffondere informazioni e opinioni corrisponde quello del pubblico di riceverle. Certo è possibile prevedere limiti alla libertà di espressione, quando siano in pericolo la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico o occorra difendere la morale o la reputazione altrui, oppure si debba impedire la divulgazione di segreti o sia necessario proteggere l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario. Riprendo dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo questa elencazione di ipotesi di restrizioni legittime. Ma anche in quei casi solo una necessità imperativa può giustificare le limitazioni.

Alle ristrette possibilità di cui dispone l’autorità pubblica nel limitare la libertà di informazione si accompagna però il richiamo ai doveri professionali e alla responsabilità di chi, esponendo i fatti ed esprimendo il suo pensiero, si avvale della libertà di espressione.

Questo quadro di principi costituisce un tratto identitario della civiltà europea e occidentale. Nessuna società europea può distaccarsene, nessun governo può rifiutarlo o forzarlo.

Ma da tempo in Italia si discute aspramente di limitazioni da imporre alla possibilità di pubblicare (e quindi commentare) informazioni tratte dalle indagini giudiziarie. Si parla quasi solo delle intercettazioni telefoniche, ma si tratta di tutte le informazioni, anche quelle che si ricavano dalle testimonianze, da documenti, ecc. L’argomento che si usa è legato al diritto, anch’esso fondamentale, che le persone hanno al rispetto della propria reputazione e alla riservatezza della vita privata. L’occasione contingente della presente, acuta sensibilità rispetto a questo diritto delle persone spinge spesso ad assimilare il potente di turno a ciascuno di noi. Egli infatti dice: difendo la mia vita privata, ma lo faccio perché la nostra, di noi tutti, è in pericolo. Chi fosse impressionato dall’argomento, dovrebbe però considerare che non siamo tutti eguali e che meritano di essere conosciuti e commentati anche aspetti della cosiddetta vita privata dell’uomo politico, proprio perché egli si è candidato e si candiderà a essere eletto dai cittadini. Egli non «fa i fatti suoi», ma si occupa «dei fatti nostri» e si è esposto volontariamente all’esame del pubblico.

Dovendo tener conto della libertà di informazione, si dice spesso da parte governativa che si dovrebbe poter pubblicare solo quello che ha «rilievo penale». Purtroppo anche dall’opposizione si tende a seguire questa strada, come se fosse possibile stabilire ciò che in una conversazione è penalmente rilevante e come se questo fosse il vero discrimine tra ciò che è pubblicabile e ciò che non lo è.

Raramente una conversazione è in sé penalmente rilevante. Può esserlo se esprime minaccia o ingiuria, oppure rivela informazioni che devono rimaner segrete. Ma altrimenti il suo significato in un processo penale deriva dal contesto generale delle prove. La più innocente delle conversazioni telefoniche prova almeno che i due si conoscono. Non solo, ma ciò che ora sembra irrilevante può assumere altro senso e importanza in seguito, quando altre prove illumineranno diversamente la scena. E infine, occorrerà attendere il giudizio definitivo per costatare che questa o quella informazione, questa o quella frase hanno avuto peso nella decisione del giudice? I tempi di un’efficace informazione non corrispondono a quelli propri della giustizia penale.

Ma quello della rilevanza penale non è solo un criterio inutilizzabile in pratica. Più radicalmente è un criterio sbagliato. Da una parte, proprio perché una notizia riguarda un fatto rilevante per l’indagine o il processo penale, la protezione dell’efficacia della indagine può richiedere di impedirne o ritardarne la divulgazione. E dall’altra e soprattutto, perché il dibattito che legittimamente e doverosamente si svolge nella società democratica, considera un ambito di fatti che va ben oltre ciò che è «penalmente rilevante». L’opinione pubblica si interessa e si forma su ciò che è socialmente, culturalmente, economicamente, politicamente significativo. Il giudizio su ciò che è significativo e ciò che non lo è deve restare prevalentemente nelle mani di chi fa uso della libertà di espressione che la Costituzione e le convenzioni internazionali gli assicurano. E si tratta di un giudizio legato alla specificità del caso concreto, che mal sopporta regole generali e astratte, come sono quelle che impongono le leggi.

Non dunque il rilievo «penale», ma il rilievo «sociale» spinge il giornale e il giornalista a pubblicare o a trascurare una notizia e ancor prima, nel giornalismo di inchiesta, a cercarla, fino a forzare il segreto che altri è interessato ad assicurare.

I confini del lecito e dell’illecito nell’attività giornalistica sono inevitabilmente incerti. Esigenze e interessi diversi e opposti si contrappongono. Un bilanciamento è necessario: uno prevale e l’altro soffre. La violazione dei limiti imposti dalle leggi e dalla deontologia professionale è nell’ordine delle cose possibili. Ma anche quando ciò avvenga e sia quindi legittima una reazione repressiva o si imponga il risarcimento dei danni morali procurati ad altri, la protezione della libertà di stampa in generale richiede che la sanzione sia equilibrata. E che essa non produca un effetto di generale intimidazione alla libera stampa: giornalisti, giornali e editori. Dalle decisioni della Corte europea i parlamenti nazionali e i giudici ricavano che una sanzione penale detentiva è giustificata solo quando si sia di fronte a discorsi che incitano alla violenza o all’odio razziale, mentre anche le sanzioni economiche non devono essere eccessive. Ma di tutto ciò è scarso l’eco nel dibattito politico, né nei progetti che il parlamento è chiamato a discutere. Forte è invece la preoccupazione di assicurarsi che il cane da guardia non morda e sia prudente nell’abbaiare. Insomma, che non disturbi.

3 commenti

  • Le pregevoli riflessioni del nostro Presidente sulla vecchia questione della funzione dell’informazione come cane da guardia che impedisce al potere politico di giocare con le carte truccate creando le premesse del dispotismo oligarchico a danno della collettività,si sarebbero dovute fare ed imporre pubblicamente negli anni in cui,a seguito della caduta del muro e della crisi in Italia della legalità democratica prodotta dalla diffusa corruttela degli uomini posti ai vertici dei artiti,in particolare quelli coalizzati nel governo del Paese,allorchè si preparava l’arrivo sui muri di città e campagne del grande faccione su tazebau 10 metri per 6,la cui illegalità costituzionale era evidente anche ai ciechi (nei sistemi democratici parlamentari come quello italiano il capo dell’esecutivo è scelto dal parlamento e non dagli elettori. Ma nessuno evidenziò il pericolo per l’Italia, uscita dal disastro di vent’anni di dittatura,nascosto dietro quel faccione). TANTO PIU’ CHE QUEL FACCIONE NON NASCONDEVA LE SUE INTENZIONI PROPRIETARIE (DI ISPIRAZIONE MASSONICA DEVIATA ALTRESI’) IN MATERIA DI INFORMAZIONE,TELEVISIVA IN SPECIE,COME EBBE A DICHIARARE TELEFONICAMENTE A SANTORO NEL CORSO DI UNA SAMARCANDA CONDOTTA DA QUEST’ULTIMO,DURANTE LA QUALE TRA UNA BATTUTA E L’ALTRA EBBE AD AFFERMARE IL SUO PROPOSITO DI ACQUISIRE ANCHE LO SPAZIO DELLE FREQUENZE OCCUPATE IN REGIME DI MONOPOLIO DALLA RAI. PREVIA APPOSITA LEGGE SU MISURA IN MATERIA DI TUTELA GOVERNATIVA DELLA SUA GESTIONE E CONSEGUENTE AVVIO DELLA PRIVATIZZAZIONE DELLA MEDESIMA NONCHE’ DECREMENTO DEL SUO VALORE MEDIANTE ACCONCE OPERAZIONI DI SFOLLAMENTO DEI MAGGIORI PRODUTTORI DI REDDITO
    E’ CIO’ CHE AVVIENE OGGI SOTTO I NOSTRI OCCHI,,DOPO VENT’ANNI DI ATTESA E DI MANOVRE STRATEGICHE,MENTRE DALL’ALTRA PARTE ATTENDONO SOTTO L’ARCO DI TITO COME ANDRA’ A FINIRE,SPERANDO IN QUALCHE OSSO RESIDUO.
    Apoteòsi !.

  • Errata relata.
    Disse in verità che avrebbe acquistato la Rai ma non come.
    Il come lo abbiamo visto in questi vent’anni circa e continuiamo ancora a vedercelo rifilare sotto il naso.
    Chissà quale parte sta svolgendo nella spartizione delle spoglie la monarchia d’Oltretevere.

  • Pingback: c/o Pertini Libertà di informazione » La Repubblica siamo noi

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