Il referendum elettorale e gli amici di Gulliver

In un Paese dove ci hanno abituato a guardare ogni mattina le percentuali del consenso e da un mese lo spread ci è più familiare dell’ultima trovata pubblicitaria, non si dovrebbe fare molta fatica ad accorgersi che in questo momento il futuro dell’Italia sembra essere ancorato soltanto ai numeri. Questo per gli esperti. Per gli italiani comuni forse è anche tutt’altra cosa.
Per coloro che adottano la logica della razionalità, l’intera commedia, che per un giorno è andata in tournee anche a Bruxelles, è irrazionale, incomprensibile, irresponsabile.
Aggrappati al velluto liscio degli scranni di un esecutivo cucinato a fuoco lento dai satrapi, in questo momento i piccoli parlamentari, gli sconosciuti, gli impreparati, quelli che se interrogati con i questionari degli studenti di liceo risulterebbero bocciati, valgono più dell’oro. In un paese il cui vento d’autunno annuncia tempeste sociali, sarà difficile resistere al desiderio di portare a casa le briciole di un lauto pranzo che negli ultimi anni è diventato un banchetto per avvoltoi. Nei mesi scorsi ognuno tra gli alleati di governo, con in testa la Lega, ha portato a casa qualcosa. Nei pochi mesi di legislatura che rimangono, perché forse saranno pochi, dopo che la carcassa è stata spolpata e addirittura non si ha più il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, chiedendo all’Europa di dirci cosa fare per avere l’ultimo alibi scagionatorio, il governo sarà sottoposto a pressioni indicibili. Si chiederà tutto per avere molto. Si chiederà l’impossibile per ottenere il probabile. E ciò perché, al netto dei suoi guai personali annodati come i grani del rosario, il premier sarà costretto a rimanere fermo al suo posto per soddisfare la tenuta di una cordata che, una volta fuoriuscito il suo capofila, rischia di precipitare nell’abisso. Pur non volendolo, l’enorme Gulliver è ostaggio di uomini piccoli. E la dialettica servo-padrone di Hegel è ancora una volta storicamente provata.
Molti in segreto hanno già preso le distanze, molti si sottraggono al dibattito pubblico, pochi sono usciti allo scoperto togliendo il piede dall’acceleratore prima di lanciare la macchina nel vuoto. I piccoli invece attendono: sono impauriti dalla promessa del dimezzamento dei posti in parlamento, temono l’eventuale prossima legge elettorale, che comunque li vedrebbe fuori, perché le sinapsi che li legano al territorio sono ormai atrofizzate. Sono ostaggi volenterosi di un potere che li designò un tempo satrapi di provincie senza terra e senza popoli, contenti di foraggiarsi soltanto nelle greppie di una ricchissima Italia. Adesso tremano, quei tapini, e ognuno porge per interesse, per paura, per debito una mano, una delle ultime, per sostenere il peso di un premier dalla consistenza internazionale nulla e dall’appeal nazionale in caduta libera.
Tutto sommato loro si salveranno: coi loro appannaggi, con le loro piccole rendite accumulate, con le loro reti di conoscenze acquisite, con la loro lauta pensione. I più lontani tra gli sherpa non li riconosceremo nemmeno per strada. Non sapremo mai i loro nomi e i loro cognomi. Si dissolveranno come nebbia, non prima di avere avvolto il nostro paese in decisioni enormi e gravissime, così come hanno fatto in passato con i noti casi di cronaca rosa, con le mancate autorizzazioni a procedere e con le leggi ad personam. Questa massa vischiosa, eletta a casta dalle blindature partitiche, con il suo ossequioso rispetto ai capi offende ancora di più l’Italia. In tempi passati, l’anonimia del signor Rossi e del signor Bianchi era sinonimo di un italiano qualunque, ma per bene. Oggi, questa massa di anonimi potenti rischia di tramutare l’Italia anonima dei cittadini normali, ma per bene, in una nazione senza volto, senza identità, senza rispetto per se stessa. Abbiamo perso la memoria dei molti ignoti italiani che diedero la loro vita per tirare fuori il nostro Paese da una dittatura per donarci la libertà. Avremo almeno in futuro il coraggio di eclissare per sempre quel manipolo di uomini che, abrogando sistematicamente la loro coscienza, ha attentato ogni giorno alla dignità di un intero Paese? O, avendone la possibilità, li rieleggeremo?
Basterebbe soltanto questo a indicare la strada che l’Italia non deve ripercorrere. Basterebbe anche un accenno di quella “ipocrisia” democratica richiesta a chi si accinge a rappresentare un intero popolo per riaggiustare la rotta. Per tutto ciò a chi in questi giorni chiede ai banchetti di LeG a che punto stanno i numeri delle firme è da rispondere che la firma per quel referendum è l’ennesimo richiamo all’orgoglio di esercitare il nostro diritto ad esistere come cittadini. Quella firma non ci fa essere più anonimi.

* Salvatore Vasta, PhD, Researcher – University of Catania è socio di LeG

2 commenti

  • Non ho firmato e non firmerò nonostante sia da sempre un sostenitore della democrazia diretta in tutte le sue forme e manifestazioni considerandolo il momento di massima espressione democratica e di assunzione di responsabilità personale. Non ho firmato e non firmerò con molto rammarico perchè dietro questo referendum non c’è nessuna proposta! Niente di niente per cui il massimo risultato raggiungibile sarebbe il rispristino del “Mattarellum” che sarebbe come dire “una truffa più dolce” rispetto alla vergogna della “truffa porcellum”. Senso di responsabilità, azione propositiva e non di semplice rifiuto, una proposta chiara che finalmente togliesse il potere alle lobby mafiose che in questi anni hanno avuto in mano la politica e riconsegnasse il potere al cittadino, dovevano far precedere il momento della raccolta firme ad un serie ed articolato dibattito. Ed ad una proposta credibile, seria ed attuabile…. ma tutto questo non c’è! Ed è una nuova occasione persa!

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