Libertà dall’assoggettamento nella Wollstonecraft e in Mill

Pubblichiamo uno stralcio della lezione della professoressa Urbinati per la Scuola di formazione politica di LeG a Poppi, nell’aretino. Libertà e uguaglianza nel pensiero moderno e contemporaneo è il titolo del seminario che comprende anche questa lezione.

In questa presentazione mi soffermerò principalmente sul pensiero politico di John Stuart Mill (1806-1873) in relazione al quale introdurrò le idee sull’emancipazione di Mary Wollstonecraft (1759-1797). La scelta è motivata da una considerazione teorica, dal fatto cioè che è a Mill che si deve la concettualizzazione della libertà come libertà dall’assoggettamento e il suo impiego nella definizione della libertà individuale. Se Mary Wollstonecraft aprì il contenzioso con il pensiero repubblicano del suo tempo (in particolare quello di Jean-Jacques Rousseau e Thomas Paine) rivendicando l’inclusione della donna nella cittadinanza, Mill affrontò direttamente il tema del carattere della libertà dei moderni – per parafrasare Benjamin Constant – , proponendone un’interpretazione ricca e articolata nella quale trovavano posto sia le istanze liberali (libertà come non-interferenza) sia quelle repubblicane (libertà come non-servitù o non-dominazione). Ciò che è particolarmente importante nel caso di Mill è che egli ha sviluppato la consapevolezza della nozione di libertà come non-soggezione attraverso l’analisi critica di due condizioni di deprivazione della libertà che nascono o si mostrano nella società moderna: quella propria dei lavoratori salariati e quella propria delle donne nella sfera domestica. La prima è senza dubbio nuova, peculiare alla società industriale e a un’economica di mercato. La seconda è antica, anzi la più antica forma di assoggettamento; ma è solo con la moderna acquisizione dell’universalità del valore dell’individuo e del significato emancipatore del diritto che essa acquista un significato dirompente. Antico e accettato per secoli come condizione naturale di rapporto tra i sessi, dell’assoggettamento della donna sono i moderni a prendere coscienza (non è un caso se Mill, ammiratore della civiltà antica, indicasse tre fattori rispetto ai quali i moderni erano senz’altro superiori agli antichi: l’abolizione del lavoro schiavo, il governo rappresentativo, e l’eguaglianza dei sessi).

La concezione della libertà come libertà dall’assoggettamento radicalizza il femminismo di Mill e fa di The Subjection of Women (1869) un testo non confinato a una politica liberale. Il farne un testo di emancipazione liberale ha decretato la fortuna e la sfortuna del femminismo di Mill perché vi ha trasferito i virtù e i vizi del liberalismo dei diritti: argomentazione astratta; eccessivo rilievo dato alla legge come se essa da sola bastasse a cambiare le abitudini mentali e le consuetudini sociali; non sufficiente attenzione ai fattori culturali e sociali della subordinazione di genere. Trattando la soggezione delle donne come un caso di impedimento delle scelte individuali, sostengono i suoi critici, Mill si è imprigionato in un discorso politico che confina la libertà alle opportunità precludendosi la strada alla comprensione dei “mutamenti enormi che sono necessari nella vita sentimentale e delle emozioni degli individui perché l’eguaglianza sessuale diventi una realtà”. Infine, la lettura liberale fa di quello di Mill un femminismo zoppo a causa di una irrisolta contraddizione fra le sue teorie (radicali) e le sue proposte pratiche (timidamente riformatrici). La sua psicologia associazionistica amplifica la debolezza del suo egualitarismo perché da un lato presuppone individui che sono agenti razionali e dall’altro definisce le donne come esseri essenzialmente emotivi e passionali. Tutto considerato, The Subjecion of Women sembra un grido nel deserto: la sua pars denstruens è tanto radicale quanto la sua pars construens è reticente.
Dagli anni ’80 del ventesimo secolo, gli studiosi di Mill hanno compiuto importanti passi avanti rispetto a questa lettura liberale. Da un lato, hanno insistito sulla rilevanza dell’ideale milliano di matrimonio come relazione di amicizia e cooperazione e messo in evidenza la natura coraggiosamente democratica della sua proposta di rivitalizzare la famiglia; dall’altro, hanno recuperato il suo femminismo proprio attraverso la critica dell’individualismo, una critica che permea tutti i suoi scritti; infine, hanno situato il suo pensiero politico all’interno di una filosofia del progresso morale e civile: la sua “ragione principale per avanzare un mutamento dei codici civili era che tale mutamento costituisce una base sicura di sviluppo morale”. Queste letture hanno radicalizzato il femminismo di Mill e fatto di The Subjecion of Women un testo fi filosofia “morale” con implicazioni che i suoi stessi contemporanei considerarono come sovvertitrici dell’ordine sociale.

The Subjecion of Women è veramente un testo radicale. Tuttavia è radicale non perché traduce la diseguaglianza di genere in una questione morale, ma perché usa categorie politiche per analizzare relazioni umane che non sono direttamente politiche. Il radicalismo del femminismo milliano è normativo perché prende corpo da un’analisi delle relazioni umane come relazioni di potere. Il matrimonio di tipo patriarcale (quello per intenderci che fino al nuovo diritto di famiglia era ancora norma nel nostro paese) trasforma le donne in “schiave domestiche” perché produce un clima di paura che impedisce loro di essere le “giudici” delle loro scelte e azioni, e infine dei loro pensieri. La straordinaria retorica del potere nei testi di Mill è dovuta all’uso che egli fece delle categorie di dispotismo e di polis. Usò la prima per denunciare l’immoralitá assoluta della famiglia patriarcale e usó la seconda per dare un carattere di grandezza morale al modello ideale di matrimonio fondato sulla cooperazione tra eguali-diversi. C’è poca possibilitá di compromesso in una rappresentanzione del matrimonio come dispotismo. Perfino la riforma del codice civile appare insufficiente perché, mentre le garanzie legali alla libertá individuale possono porre limiti al potere assoluto del despota, esse non possono peró trasformare il despota in un cooperatore, o il matrimonio dispotico in una unione fondata sulla mutualitá e il rispetto. Il principio della libertá come non-interferenza (quello che Mill teorizza in On Liberty e che Isaiah Berlin nel 1958 codificò come paradigmatico della “vera” libertà) non potrebbe nè radicalizzare la critica della soggezione delle donne nè ispirare una visione di matrimonio cosí elevata come quella di Mill.
Mill sosteneva che la legge dovrebbe distribuire diritti e doveri tra uomini e donne egualmente, ma non pensava che un’unione matrimoniale basata sull’eguaglianza e sul rispetto morale dei suoi componenti potesse derivare soltanto dai diritti e le leggi. Il suo ideale di matrimonio trascendeva il discorso del diritto e lo stesso liberalismo perché implicava una completa vita etica, un’unità vissuta nella quale avveniva la formazione e la riproduzione di valori e costumi morali. Una giusta legge è necessaria perché l’amore e il rispetto non sono né naturalmente dati né garantiti per la vita.1 Come Hegel, Mill pensava che le norme legali che definiscono la relazione matrimoniale entra in scena quando l’amore tra i coniugi è svanito; ciò significa che la possibilità di stabilire una “comunione mentale” dipende principalmente dal carattere morale e dalla cultura sentimentale dei partner piuttosto che dal fatto che essi sono titolari di diritti (benché l’essere titolare di diritti abitui uomini e donne a concepire e richiedere rapporti egualitari e di rispetto, e in questo senso il diritto sia una componente fondamentale dell’educazione morale). Questo spiega perché Mill chiese molto di più di un’eguale opportunità legale e di un contratto di matrimonio fra eguali quando affrontò la questione della giustizia nelle relazioni tra i sessi. Credeva infatti che le relazioni interpersonali nel matrimonio coinvolgessero una comunità di bisogni e una solidarietà che ha ben poco a che fare con una comunità liberale. Il suo ideale di matrimonio come un’agape di caratteri complementari e di “emulazione amichevole” allude a un modello di comunità che richiama alla mente la sua visione della democrazia ateniese piuttosto che una polis liberale. (…)

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