La tassa occulta che paga il Paese

È stato calcolato che la corruzione in Italia pesa sulle tasche dei cittadini come una tassa occulta da 50-60 miliardi. Un fardello inaccettabile. Che è tuttavia solo una parte del l’enorme danno che deriva al Paese dal degrado morale, dal discredito, dalla dignità ogni giorno offesa delle istituzioni fondanti dello Stato.

Un giornale come Il Sole 24 Ore, che da oltre due mesi racconta ai suoi lettori i giorni più difficili della crisi dei debiti sovrani, dell’impennata degli spread, dei titoli tossici che continuano a inquinare i mercati finanziari, fa quasi fatica a seguire le indiscrezioni sulle telefonate dai contenuti osceni, sulle inchieste che rimbalzano dalle procure di tutta Italia, sui comportamenti indecenti o tout court illeciti di un ceto politico, di maggioranza e opposizione, arrivato ai minimi storici della sua credibilità.

Eppure è importante farlo. Perché è proprio il contrasto tra questi giorni angoscianti per la stabilità economico-finanziaria del Paese e una politica distratta a occuparsi d’altro, che rende la tenuta del quadro complessivo ancora più fragile.

Le telefonate tra il premier e i vertici delle istituzioni europee e finanziarie si intrecciano, sulle linee dei palazzi della presidenza, con quelle al faccendiere Lavitola, in cui si discute di oscenità di varia natura. Il coinvolgimento responsabile, auspicato dal capo dello Stato, dell’opposizione sulla manovra si vanifica in un dibattito interno al Pd sulla necessità della sospensione dell’ex braccio destro di Bersani Filippo Penati, accusato di corruzione.

Un Parlamento impegnato formalmente nella discussione della più difficile manovra economica degli ultimi vent’anni, si affolla (relativamente) di senatori e onorevoli, a loro volta in alcuni casi inquisiti, che dedicano molte più energie e parole all’ultimo gossip sull’ultima intercettazione piuttosto che ai miliardi di Iva in più che gli italiani saranno presto chiamati a pagare. Come non bastasse, gli impegni di maggioranza e opposizione sulla riduzione dei costi della politica vengono disattesi da continue retromarce imbarazzanti e offensive.

Ancora ieri il presidente della Repubblica ha sollecitato, per restare in Europa, «un esame di coscienza che tocchi i comportamenti individuali». Basta leggere i giornali internazionali, del resto, per capire quale danno ulteriore arrechi alla credibilità dell’Italia questa ordalia di un potere fuori controllo. Tra le diplomazie internazionali e sui mercati. Perché istituzioni senza autorevolezza possono costare più punti di differenziale con il BTp di qualche miliardo di euro di copertura della manovra.

In questo senso i prossimi giorni non annunciano niente di buono. Con il Parlamento che sarà chiamato a pronunciarsi sull’arresto dell’ex collaboratore del ministro Tremonti, Marco Milanese, e sull’utilizzabilità delle intercettazioni del premier nel caso Ruby. Di certo le inchieste faranno il loro corso e gli indagati potranno con ragione rivendicare la loro piena correttezza fino a sentenza definitiva. Ma c’è un Paese che assiste attonito alla distruzione, dall’alto, di ogni valore civile e del decoro pubblico.

È sbagliato e pericoloso accreditare la favoletta di una società buona contrapposta a un potere cattivo. Mai come oggi, però, la politica sembra impegnata a distruggere ogni giorno un tassello della sua residua credibilità. Va messo un punto a questa degenerazione. C’è una dignità delle istituzioni che va difesa e rigenerata. Il superamento della peggiore crisi finanziaria ed economica degli ultimi cinquant’anni passa anche da qui.

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