Legge elettorale, perché firmo il referendum

Andrò a firmare per il referendum che vuole abolire l’attuale legge elettorale definita da chi l’ha promossa “una porcata” e poi divenuta, nel linguaggio politichese, il “Porcellum”. Gli effetti della porcata del ministro Calderoli è sotto gli occhi di tutti: in parlamento non siedono i rappresentanti dei cittadini, scelti dai cittadini, ma parlamentari nominati, quando va bene, dalle segreterie dei partiti. Il risultato è che in Parlamento sono entrati da destra, e anche da sinistra, personaggi che in questo modo si sono messi al sicuro dalle inchieste della magistratura (a cominciare dal Presidente del Consiglio, ma non solo ); una schiera di avvocati degli inquisiti (a cominciare dal presidente del Consiglio, ma non solo ); una fitta schiera di amiche (a cominciare dal presidente del Consiglio, ma non solo) e di amici degli amici; un gran numero di “rappresentanti” catapultati dalle alchimie della politica in territori e tra gente con cui non avevano mai avuto alcun rapporto. Il Parlamento uscito dalla “porcata”, c’è poco da dire, sarà anche legittimo perché eletto in base alla legge (“porcata”), ma non rappresenta il popolo non essendo stato scelto dagli elettori. A sanare la grave ferita inferta alla democrazia dovrebbe provvedere questo siffatto Parlamento varando una nuova legge. Possibile? Tutto fa pensare che sia davvero impossibile, non foss’altro perché tanti degli attuali deputati e senatori, varando una legge che metta nelle mani dei cittadini la scelta dei candidati, sanno bene che non sarebbero rieletti e dovrebbero tornarsene a casa loro. E dunque il referendum che tolga di mezzo il “Porcellum” pare l’unica via percorribile.

Un altro nefasto risultato del “Porcellum” è di aver alimentato l’antipolitica: c’è un rapporto stretto tra il modo in cui deputati e senatori sono entrati in Parlamento e il sentimento dei cittadini nei loro confronti , visti come una “casta” che gode di lauti stipendi, privilegi, vitalizi, viaggi, ecc. ecc. L’antipolitica tuttavia non si argina come si sta tantando di fare e in questi giorni con la proposta bipartisan di dimezzare il numero dei parlamentari. Dimezzamento che, a quel che si è detto e letto, è motivato principalmente dalla necessità (sacrosanta) di contenere i costi della politica. Una proposta che sembra unire destra, centro e anche sinistra. Trattare una questione di tale rilevanza, come è stato fatto in questi giorni, solo per tentare di recuperare un minimo di credibilità ha dell’incredibile. Se davvero si vogliono tagliare i costi della politica basterebbe semplicemente dimezzare stipendi e prebende dei parlamentari (e del grasso ne resterebbe ancora tanto) ottenendo lo stesso risultato. Dimezzarne il numero significa invece, innanzi tutto, dimezzare la rappresentanza dei cittadini, delle comunità locali, delle realtà economiche, sociali e culturali del Paese (che furono ben presenti ai padri costituenti al momento di determinarne il numero), con il risultato di allontanare ancora di più la gente dalla politica. Sappiamo che c’è chi ritiene (a cominciare dal presidente del Consiglio) che il Parlamento sia una inutile perdita di tempo e che magari di taglio in taglio, si arrivi poi a toglierlo di mezzo del tutto, ma che anche la sinistra si adagi su questa strada mi sembra davvero un grave errore.

Per tutte queste ragioni vado a firmare per il referendum anti-porcata, nella speranza che si raggiungano nel Paese le 500 mila firme necessarie e di poter prima o poi scegliere chi mandare in Parlamento. Un Parlamento che sia rappresentativo della nazione nelle sue articolazioni geografiche, economiche, culturali, sociali ed etniche.

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