Una giornata al CIE

LasciateCI Entrare

“C’è gente che ha scontato mesi di carcere e poi viene mandato qui… per essere identificato!  Ma scherziamo?”

Furio Colombo manifesta tutta la sua indignazione, quando la delegazione di parlamentari esce dal Centro, ma gli altri (Pardi, Sarubbi, Turco, Villecco e Vita) non sono da meno.
E’ la Villecco a dare le prime informazioni. “La situazione, nonostante l’impegno degli operatori,  è di grande confusione perché è questa normativa ad essere repressiva, con l’aggravante di abbattersi su persone che non hanno nessuno a cui chiedere aiuto e “trattenute” in una condizione di isolamento maggiore di quanto avviene nelle carceri”.
“Ci hanno riempito di lettere – fa la Turco mostrando fogli piene di date, spiegazioni, implorazioni – perché si sentono abbandonati. E noi siamo qui, insieme a voi, perché questa vergogna si sappia”.
“Il problema più serio è la mancanza di un’assistenza legale vera – sottolinea Sarubbi – e noi chiederemo ad avvocati motivati di darci un po’ del loro tempo per aiutare chi non ha nulla”.
Ma perché – chiediamo – la stampa è considerata un “ingombro” dal Ministro Maroni?
“Loro dicono che queste sono le disposizioni a cui devono attenersi – fa Pardi – ma voi potete chiedere un permesso di accesso direttamente al Prefetto, che non lo potrà negare”.
E le donne? fa Gabriella Guido di Primo Marzo, organizzatrice con la FNSI, Articol 21 ed altre associazioni del presidio.
Vorrebbe rispondere la Villecco, ma Colombo è un fiume in piena. “Stanno male. Molte sono state letteralmente deportate dai luoghi dove vivevano, lavoravano, pagavano i contributi. C’è una donna che da Napoli è finita qui e non sa perché”.
“Questo Governo ha completamente sottovalutato la portata del problema – dice Vita – e già che ci siamo, sia ben chiaro che l’ipotesi Maroni capo di un esecutivo d’emergenza è irricevibile”.
Siamo stati più di tre ore sotto il sole davanti all’ingresso sbarrato a gesticolare con i migranti sui tetti, che urlavano “libertà” e agitavano le braccia per salutarci. Un cronista riesce anche a farsi comunicare con le dita il numero del cellulare di migrante e a intervistarlo col telefonino.
Ci salutano dal tetto. Li salutiamo.
L’incontro è finito. L’impegno continua.

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