La vecchia talpa ha scavato

L e ripetute sconfitte di Berlusconi vengono oggi invocate da qualcuno a dimostrazione che il teorema della sua onnipotenza era sbagliato alla radice, così come quello del primato elettorale assicurato dal predominio televisivo. Dunque, tacciano i profeti di sventura, i demonizzatori, i predicatori dell’anomalia, gli allarmisti, i teorizzatori del «regime» . A partire dal mio didascalico libriccino Berlusconi passato alla storia mi è accaduto spesso, in Italia e all’estero, di dover affrontare questo argomento. Tra l’altro ne ho francamente discusso in pubblico, qualche mese fa a Parigi, con Marc Lazar, un po’ risentito delle mie riserve sul suo possibilismo in merito all’evoluzione delle cose politiche in Italia, mantenuto anche nel suo ultimo libro in argomento che risale al 2008, quando si erano ormai toccati quasi i tre lustri di egemonia berlusconiana. La questione si ripropone all’indomani del più largo gesto di dissenso manifestato contro il governo e contro il suo leader nei referendum, evento che fa parlare molti della fine di un’epoca. Come poteva essere un regime quel che finisce allegramente con un pronunciamento di massa degli italiani, senza drammi né traumi, senza l’aviazione che bombarda la folla come in Siria e in Libia? La cosa non è così semplice. A parte il fatto che questa fine non è ancora arrivata, e ancora non sappiamo per quali vie, lineari o tortuose, l’uomo che ha occupato il potere per tanto tempo in maniera tanto perentoria e pervasiva, si deciderà a uscire di scena, occorre distinguere tra il progetto e il grado di successo che esso ha incontrato. Indipendentemente dal consenso che ha saputo mobilitare, dal contesto che lo ha favorito nella crisi italiana degli anni Novanta, dagli elementi innovativi che ha introdotto nelle tecniche e nei linguaggi della politica, quello di Berlusconi— oggi possiamo dirlo con nettezza— è stato il più grande tentativo mai compiuto nel dopoguerra, e forse nella storia politica italiana, di asservire a una logica privata gli interessi della collettività. Potremmo dire, con una formula provocatoria, che egli ha cercato di comprarsi la Repubblica italiana. L’uso dei mezzi di comunicazione, il potere del denaro, la plasmazione della legislazione a fini di interesse privato (le cosiddette leggi ad personam) hanno seguito questa logica. L’immenso amor proprio del leader si è espanso fino a produrre l’utopia di poter manovrare gli ingranaggi dello Stato, persino quelli della politica estera, in questa chiave personale. Molti italiani hanno ammirato in lui precisamente ciò che altri aborrivano, ossia la tendenza a porsi al di sopra della cosa pubblica, a trasformarla in cosa privata, a violare le regole del protocollo, a spostare in casa sua le sedi del potere: lui se lo può permettere. Questo era il disegno e questo è, a me pare, seppur molto semplificato, il profilo di un’epoca. Che poi esso non sia riuscito, o non completamente, è un altro discorso. E qui entra in gioco la parte positiva dell’invito a non esagerare. Per quanto sottoposta al rullo compressore di queste strategie, sostenute da un immenso potere economico e mediatico, la società italiana non è stata spianata. Certo, ha dato segni prolungati di assenso, di acquiescenza. Ma non si è mai interamente appiattita, non si è polverizzata nella passività. Con buona pace di coloro che si sono strappate le vesti contro i demonizzatori di Berlusconi, e malgrado la debolezza e gli errori dell’opposizione ufficiale, ha espresso dal suo interno forme di dissenso, di resistenza, di rifiuto, organizzate e spontanee, capillari, di rete. Non ha lasciato totalmente trionfare il conformismo. Sono state le donne, le nuove generazioni, il popolo viola, il popolo del web, inclusi i seguaci di Grillo da cui si può dissentire ma a cui non si può negare di avere dato voce a uno stuolo di giovani che criticano in modo autentico e convinto la vecchia politica senza essere qualunquisti. Che a differenza dei qualunquisti storici vogliono impegnarsi e informarsi. È qui il motivo di speranza: la malattia è stata grave, ma gli anticorpi sono stati sufficienti e fermarla, forse anche a guarirla. Ora questa resistenza si è coagulata. Sembra anzi essere divenuta, quasi all’improvviso, forza propulsiva, capace di interpretare il bisogno diffuso di una buona politica, il senso ritrovato del bene comune, la stanchezza di un discorso pubblico dominato dall’antinomia dell’amore e dell’odio. Sociologi e politologi non l’avevano prevista. Né maggioranza né opposizione l’avevano intravista, anche se quest’ultima almeno ci sperava e l’attendeva. La vecchia talpa ha scavato, come sempre, prima di uscire allo scoperto. E la storia ha rivelato, una volta di più, la sua imprevedibilità. Essa si occupa di eventi, ossia di qualcosa che non si può interamente prevedere prima che accada, anche se si può ragionevolmente spiegare alla luce delle premesse quando è accaduta. Uno studioso francese, Christoph Mileschi, ha espresso un giudizio improntato al supremo scetticismo: l’Italia non è la repubblica delle banane, ma una democrazia forse più avanti di tutte le altre democrazie occidentali nel cammino verso un mondo nel quale apertamente, senza più schermi né pudori, il denaro sia legittimato a governare direttamente la cosa pubblica, gli affari stiano davanti a tutto, i giochi da circo della televisione e del calcio distraggano le masse dalle loro catene, anzi abbiano addirittura la forza di fargliele amare. I risultati del referendum, benché non bastino per dirci dove finirà questa storia, sembrano smentirlo: ed è quello che lui stesso si augura.

* docente di Storia contemporanea all’Università di Genova

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