La posta in gioco

Tutti dicono che quella di Milano è soltanto un’elezione amministrativa, ma non lo crede nessuno. Per «tutti» intendiamo le parti in causa. Berlusconi ha impostato la prima parte della campagna elettorale di Milano come un referendum su se stesso.

Ma poi, in queste due ultime settimane, ha cambiato registro, dicendo a più riprese che anche in caso di sconfitta per il governo non cambierebbe nulla. Anche Letizia Moratti ha insistito sui temi della città ricordando quanto fatto nei cinque anni trascorsi, soprattutto l’Expo, che porterà benessere a Milano. Anche dopo il risultato negativo del primo turno, i tentativi di recupero da parte del sindaco uscente e dei suoi alleati della Lega avevano tutti a tema gli interessi della città: promessa di togliere l’ecopass, annuncio di una possibile «no tax area» e addirittura di un trasferimento di ministeri a Milano, avvertimento ai milanesi sui rischi di una «zingaropoli» in caso di vittoria di Pisapia.

Il quale una campagna «milanocentrica» l’ha avuta sempre, fin dall’inizio, come precisa strategia. Pisapia ha volutamente lasciato fuori i temi nazionali e ha chiesto e ottenuto ai leader del centrosinistra di fare altrettanto. Il fatto che Bersani sia venuto una volta sola, e rimanendo seduto tra il pubblico, la dice lunga. Sintetizzando un po’ selvaggiamente potremmo dire così: a destra negano una ricaduta nazionale del voto perché hanno paura di perdere; a sinistra la escludono dai loro discorsi perché credono che questa sia la tattica giusta per vincere.

Ma come dicevamo all’inizio, nessuno pensa davvero che la principale posta in gioco sia l’Expo, o l’inquinamento, o le piste ciclabili o le tasse comunali. Nessuno pensa neppure che ci sia davvero un pericolo di islamizzazione di Milano (una moschea che permetta di tenere sotto controllo gli immigrati è auspicata anche da Maroni) e tantomeno di un’invasione di zingari, gay ed estremisti con le molotov e le P38, come preconizzato da qualche giornale.

Viceversa, tutti sanno che il voto di Milano è destinato a cambiare, e non di poco, gli equilibri politici nazionali. Se dopo diciotto anni il centrodestra dovesse perdere il capoluogo lombardo, il primo equilibrio a diventare precario sarebbe quello che tiene dalla stessa parte Berlusconi e la Lega. Lo si è già spiegato a più riprese: Bossi sa che gran parte del suo elettorato è insofferente perché gli contesta di essersi appiattito sulle battaglie personali del Cavaliere. Finora il Senatùr è riuscito a tenere a bada la sua base inquieta spiegando che certe cose si mandano giù per Realpolitik. Ma se dovesse prendere atto che la sua gente sta per abbandonarlo in cabina elettorale, Bossi sarebbe fortemente tentato di rompere la storica alleanza.

La seconda conseguenza sarebbe interna al Pdl. In caso di sconfitta è più che probabile una durissima resa dei conti che coinvolgerebbe le linee di comando del partito e probabilmente non solo del partito. Berlusconi sarebbe a sua volta tentato di sciogliere il Pdl e di rifondarne un altro. Ma con quali alleati, se la Lega dovesse andare per conto proprio, magari dopo aver collaborato a una nuova legge elettorale? E poi: sarebbe ancora certa, nel centrodestra, la leadership del Cavaliere? Quantomeno verrebbe messa in discussione come mai prima. E Fini e Casini, da una sconfitta di Berlusconi a Milano, ricaverebbero speranza e motivazioni per rientrare in gioco.

Quanto alla sinistra, è evidente che considera il voto a Milano come un inatteso match point per liberarsi finalmente di Berlusconi. Basta girare per Milano per vedere quanto grande sia l’attesa, tra bandiere arancioni esposte alle finestre e pronte per essere sventolate. E proprio per questa attesa, in caso di sconfitta anche la sinistra subirebbe conseguenze che andrebbero ben oltre l’amministrazione del Comune di Milano. Perché è vero che, se vince Pisapia, il Pd dovrà fare i conti con la sinistra più radicale. Ma saranno i problemi lievi dei vincitori. Se invece Pisapia perdesse, a sinistra il contraccolpo psicologico sarebbe tremendo. Una sorta di epilogo alla Dorando Petri, con un Berlusconi rilanciato al punto da dare l’impressione di non fermarsi più.

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