L’infedeltà alla Repubblica

Anche i riluttanti sono spinti alla battaglia. Per chi vive in città diverse da quelle dove si voterà, sarebbe normale il distacco dall´esito dei ballottaggi. In fondo, la legge elettorale comunale è la migliore delle leggi elettorali in circolazione da noi. Al primo turno, ha consentito la ricognizione della geografia politica dei luoghi, comprendendo anche la più minuta delle proposte. Con lo spareggio ora impone una semplificazione della politica, temperata dalla sua personalizzazione. Alle qualità di equilibrio e di sintesi del vincitore sarà infatti affidata anche la rappresentanza dei voti dispersi al primo turno: la fisionomia composta della città futura. D´altra parte, dovendo scegliere nel testa a testa, ciascun cittadino potrà riconoscere, come in un esercizio di autocoscienza, quello che nei due programmi di gestione della città, è la sua essenziale richiesta di governo.
Questo logico andamento delle cose subisce però in questi giorni una distorsione violenta. Il capo del governo nazionale si considera personalmente in gara in ognuna delle città del ballottaggio. E fa confusione tra Consiglio dei ministri e Consigli comunali.
Vi è di più. Il tentativo di rovesciare i risultati a lui clamorosamente contrari, specie a Milano, lo ha indotto ad un pacchiano tentativo di spoglio di quella che è la capitale costituzionale della Repubblica. Il comune significato mondiale della parola “capitale” non è puramente simbolico. Implica una serie concreta di strutture e di collegamenti istituzionali (interni ed internazionali) ed è soprattutto, inseparabile dal concetto di unità.
Possiamo anche fare a meno (con melanconia) delle idee del Risorgimento e delle parole famose di Cavour (“Roma, Roma sola deve essere la capitale d´Italia”). Quelle che davvero non si possono mettere da parte sono questioni moderne di efficienza nazionale: così evidenti da essere incontestabili.
Il discorso riguarda in particolare i Dipartimenti della Presidenza del Consiglio la cui irresponsabile delocalizzazione significherebbe rendere strutturalmente schizofrenica la testa di governo, già di così complessa e delicata amministrazione.
Il discorso riguarda anche i costi. Abbiamo nell´Unione Europea due onerosi esempi di doppie capitali. Sono esempi che non fanno testo perché indicano solo la persistenza di necessitate ragioni storiche, che risalgono alla seconda guerra mondiale. Ma il loro peso economico è insopportabile. Persino alla Germania, dove il dualismo Bonn-Berlino costa 23 milioni di euro l´anno. Persino all´Unione europea, costretta a spendere 200 milioni l´anno per l´assurdità della doppia sede Strasburgo-Bruxelles. Chi ha calcolato i costi di Roma-Milano-Napoli?
E, tuttavia, più di queste ragioni istituzionali, pur grandi e gravi, la normalità democratica è ferita dai toni grossolani, con cui questi propositi sono esposti agli elettori di due città di grande storia europea come Milano e Napoli: considerati alla stregua di un pubblico di creduloni last minute.
Si conferma così un´aggressione contro quelle che in fondo dovrebbero essere pacifiche elezioni a sindaco di città, in un Paese di fortissimo pluralismo municipale, radicato da secoli. Il disprezzo per l´intelligenza degli elettori è così più avvilente persino dell´abuso di mezzi pubblici nazionali contro le autonomie comunali: l´esercito-spazzino, la distribuzione patrimoniale dei ministeri, il colpo di mano sul servizio pubblico televisivo, la spendita impropria e minatoria del ruolo stesso di premier.
È questa infedeltà congiunta alla Repubblica – sia nello Stato sia nelle autonomie municipali – e non certo l´ossessione antiberlusconiana, che rendono oggi impossibili indifferenza e distacco anche per chi, per diversa residenza, non potrà votare. E sarà anche questa la spinta essenziale che porterà i cittadini di Milano e di Napoli sulla barricata democratica del “voto contro”, quale che possa essere stata la loro opinione di partenza.

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