L’abbuffata del governo. Il Cav: «Non è finita qui»

Risposta alla disoccupazione? Frustata all’economia? Voilà, nuove auto blu e nuove poltrone: Berlusconi ha sfornato ieri mattina nove nuovi sottosegretari e un proprio consulente, tutti scelti tra i trasformisti che hanno dato una mano generosa e interessatissima alla sopravvivenza del governo di centrodestra. Nomi e origini, anzitutto. Cominciamo dalle poltrone sottoministeriali: all’Agricoltura va Roberto Rosso (ex Pdl, poi transfuga dal Fli), al Welfare Luca Bellotti (idem), allo Sviluppo economico Daniela Melchiorre (ex diniana, LibDem) e Catia Polidori (ex Fli), alle infrastrutture Aurelio Misiti (ex Idv, poi Mpa, infine misto), ai beni culturali Riccardo Villari (ex Pd, poi Coesione nazionale), all’Economia Bruno Cesario (ex Pd) e Antonio Gentile (ex Pdl), all’Ambiente Gianpiero Catone (ex Pdl, ex Fli, poi Responsabili) che fatto sbottare Anna Finocchiaro: «Il suo antico omonimo latino si rivolgerebbe nella tomba». Basta? Nient’affatto: non essendoci al momento ancora posti disponibili (la legge Bassanini è ferrea nello stabilire il numero dei componenti il governo: 65), il Cavaliere ha nominato suo consigliere personale per l’export Massimo Calearo, ex Pd, ex Api di Rutelli, infine capofila dei così detti responsabili. Veramente un modello da esportare…

Ma non basta ancora. Sfidando tanti sarcastici commenti («Ci saranno tante ironie», ha ammesso lui stesso), Berlusconi ha detto chiaro e tondo in apposita conferenza stampa che «non è finita qui» e, due minuti dopo (cronometrati) che il coordinatore dei transfughi Mario Pepe aveva detto che «servono almeno altri dieci sottosegretari», il presidente del Consiglio ha annunciato che sarà presentato un disegno di legge di correzione e aggiornamento della «regola Bassanini» per dare adeguato riconoscimento ai «tanti parlamentari che giustamente ritengono di essere utili nel governo» più che sui semplici scranni di Camera e Senato dove – testuale – «si è costretti a stare senza far niente». Tra i nullafacenti da sistemare c’è l’ex demitiano Francesco Pionati ora leader del minuscolo raggruppamento dei Cristiano popolari, a nome dei quali altri due quidam, con la schiuma alla bocca, hanno «preso atto che gl’impegni assunti con  noi da Berlusconi non sono stati mantenuti».

Le reazioni, quelle di ben altro sapore e spessore, non si contano. Si va dall’ironia di Massimo D’Alema («Sono le prime misure concrete del governo contro il dramma della disoccupazione») al disprezzo dei finiani («Non è una sostituzione degli ex nostri, che poi sono assai meno, ma una marchetta ormai dovuta e irrinunciabile») al sarcasmo dell’Idv: «Potevano assegnarli tutti a un nuovo ministero, quello del trasformismo». L’unico disposto – e ci mancherebbe – a difendere la decisione del governo è il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. Ma la sua è una implicita ammissione del mercimonio: «Inevitabile e del tutto logico che chi ha dato il suo contributo per la tenuta del governo abbia ora in esso una rappresentanza».

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