Prescrizione breve anticostituzionale

Caro direttore,
contraddicendo quanto promesso al Capo dello Stato e proclamato in Parlamento dal ministro Alfano, il governo, grazie al consueto ricorso ad un emendamento di un compiacente deputato del Pdl, ha proposto una nuova riduzione nei tempi della prescrizione. Nella fattispecie l’emendamento dell’on. Paniz consiste nel prevedere uno sconto che favorisca nel primo grado di giudizio gli incensurati, proposta che appare cucita su misura per il processo Mills e varrebbe al premier il proscioglimento dall’imputazione di corruzione. Il che spiega anche la volontà della maggioranza di forzare oltre misura i tempi parlamentari della sua approvazione.

La trovata dell’ennesimo avvocato-deputato del partito del premier presenta fondati dubbi di costituzionalità per l’ovvia disparità di trattamento riservata ad imputati di identiche fattispecie di reato, ben diversa dalla concessione di attenuanti che il giudice può concedere discrezionalmente sia a incensurati che a recidivi. Inoltre, intervenendo dopo la legge Cirielli che aveva già abbreviato i tempi di prescrizione, una loro ulteriore riduzione costituirebbe un definitivo passo verso una sostanziale impunità di fatto per quanti tra gli imputati possano permettersi costosi collegi di difesa capaci di sfruttare tutte le possibilità dilatorie offerte dal nostro codice di procedura penale, che costituisce una delle principali cause della lentezza dei nostri processi e che appare sempre più bisognoso di radicali interventi innovativi. Un’ulteriore riduzione nei tempi di prescrizione si tradurrebbe insomma in una sostanziale diversità dei cittadini dinanzi alla legge lesiva dell’art. 3 della Carta Costituzionale.

Se l’intenzione del governo non è quella di dar vita ad ulteriori leggi ad personam, bensì di portare effettivo rimedio alle lentezze della Giustizia, la via da seguire non è dunque quella di abbreviare sempre più i tempi di prescrizione facendo decadere un numero crescente di processi, ma piuttosto quello di ripensare alla radice l’istituto della prescrizione prendendo esempio da quegli ordinamenti ove essa opera come limite all’esercizio dell’azione penale indicando il tempo che può intervenire tra la data dell’ipotizzato reato ed il rinvio a giudizio. Una volta iniziato il giudizio, o al massimo dopo che si sia giunti alla sentenza di primo grado, il processo deve però giungere a compimento perché così impongono non solo i diritti della vittima, o dell’imputato che voglia vedere riconosciuta la propria innocenza, ma soprattutto l’interesse generale a che giustizia sia resa. Una tale diversa concezione della prescrizione avrebbe immediati effetti sui tempi della giurisdizione: è evidente infatti che se un processo una volta iniziato debba comunque giungere a sentenza, verrà meno l’interesse della difesa ad usare tutte le astuzie procedurali per prolungarlo. Si ripensi dunque in spirito bipartisan l’istituto della prescrizione, che può certo essere ulteriormente abbreviata dettando limiti di tempo più stringenti degli attuali per l’avvio dell’azione penale, purché si riconosca con altrettanta condivisione che non è più accettabile che personaggi condannati in primo e secondo grado vengano sottratti ad una definitiva sentenza da lentezze processuali che spesso trovano la loro origine proprio nella ricerca della prescrizione. Ancor più inaccettabile è che rinviati a giudizio per gravi reati possano addirittura evitare il giudizio di primo grado.

*Docente universitario ed ex parlamentare

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