Come convivere nell’Europa del 21° Secolo?

Filippo Di Robilant

Le lezioni di sabato 26 marzo. Il fattore demografico: è un tema che deve diventare sempre più centrale nelle nostre analisi. La popolazione europea si è “ristretta” negli ultimi 50 anni. Nel 1960 un abitante sul pianeta su cinque era europeo; oggi siamo uno su dieci; nel 2050 saremo uno su venti.
Come sostiene il rapporto del Gruppo di riflessione sull’Europa presieduto da Felipe Gonzalez, il rischio è che l’Europa diventi una mera appendice dell’Asia. Non solo saremo sempre meno ma saremo anche sempre più vecchi. Visto il tasso di longevità ancora in aumento e la bassa natalità, le previsioni indicano che, all’orizzonte 2050, per ogni quattro adulti in età lavorativa ci saranno tre pensionati da sostenere. Il tutto a danno della competitività delle nostre economie e della sostenibilità della nostra spesa sanitaria e pensionistica. Non c’è alternativa, se si vuole correggere questo trend declinista, che ogni Stato membro metta urgentemente mano a politiche razionali di integrazione degli immigrati e a riforme strutturali che prevedano l’apertura del mercato del lavoro alla componente femminile e ai giovani, l’innalzamento dell’età pensionabile, l’equiparazione dell’età pensionabile uomo-donna, ecc…
La recrudescenza dell’intolleranza e della discriminazione
Ci sono alcuni valori fondanti della Comunità europea e della Convenzione europea sui diritti dell’uomo che sono messi in pericolo da una ventata d’intolleranza che sta attraversando l’Europa. Intolleranza che si traduce spesso in discriminazione; e quando c’è discriminazione ci sono precise categorie che vengono prese di mira:
gli immigranti: l’immigrazione come spauracchio politico. c’è una grande confusione sulle diverse tipologie, al punto che alcuni semplificano parlando di “clandestini” (vedi la Lega in Italia). In realtà, il pregiudizio tende a diminuire quando stranieri diventano indistinguibili con il resto della popolazione, vale a dire se parlano la stessa lingua, si vestono uguali, hanno più o meno lo stesso stile di vita, ecc…ma se invece, pur essendo arrivati alla terza generazione, continuano a mantenere alcuni loro costumi e modi di vita, allora mantengono l’etichetta di “immigrati”, con tutti gli stereotipi del caso: portano via il lavoro, aumentano la criminalità, i bambini abbassano il livello scolastico, si comportano da padroni, ecc…A forza di essere superficiali sul loro status giuridico – rifugiati, profughi, sfollati, richiedenti asilo…- si tende a dimenticare che si tratta di persone…(nel 2010 l’Italia ha accolto meno di 7 mila domande di asilo mentre la Germania ne ha accolte oltre 40 mila, come la Francia, la Svezia 30 mila, il Belgio 20 mila…un dato che fa uscire l’Italia con le ossa rotte se si mette in rapporto con la popolazione…).
i musulmani: l’islamofobia sta prendendo piede un pò dappertutto. Partiti apertamente xenofobi stanno spuntando come funghi. Ma anche nei partiti di destra più mainstream la stigmatizzazione dei musulmani sta diventando sempre più la norma. I sondaggi, d’altra parte, parlano chiaro (Pew Global Attitude Project). Dal 2005 ad oggi, la percentuale di coloro che hanno opinioni “sfavorevoli” o “molto sfavorevoli” nei confronti dei musulmani sono diventati: in Francia dal 29 al 44%, in Polonia dal 30 al 45%, in Spagna dal 37 al 48%, in Germania è rimasto stabile sul 46%. Nella tollerante Olanda, il 60% degli olandesi pensa che l’Islam è incompatibile con lo stile di vita europeo. Da qui scaturisce tutta una serie di discriminazioni e vessazioni (sul posto di lavoro, nei luoghi pubblici…).
i Rom: nessun paese europeo può dirsi “orgoglioso” del trattamento che riserva ai Rom e ai Sinti.
Anti-semitismo: c’è una recrudescenza di anti-semitismo. Più blando ma persistente, in particolare nei paesi dell’Est, ma non solo. Basta guardare ad alcuni sondaggi realizzati durante la crisi finanziaria. Anche qui, sono scattati alcuni stereotipi che hanno radici profonde.
L’ascesa dei partiti populisti e razzisti: non c’è dubbio che il panorama politico europeo sta attraversando profondi cambiamenti sociali ed ideologici. Dalla Scandinavia ai paesi mediterranei, stiamo vivendo un’ondata di populismo radicale. In ambienti liberali europei si parla del “acquis democratico” messo a rischio…E sarebbe un errore e comunque riduttivo classificare i nuovi partiti populisti e razzisti come neo-fascisti o neo-nazi, alquanto marginali nell’Europa post-bellica. I nuovi partiti hanno una base molto più ampia, andando ad attingere in tutti gli strati della società, indipendentemente dall’istruzione, il sesso o la condizione sociale. Sono partiti in grado di attrarre chiunque si senta minacciato nel suo stile di vita o dalla crisi economica. Questi partiti hanno ottenuto notevoli successi elettorali, accedendo per la prima volta in Parlamento ma anche nelle coalizioni di governo, in paesi con una reputazione liberale e con elettorati tolleranti: i Freedom Parties in Olanda e Austria, il Front National in Francia, la Lega Nord in Italia, il Vlaams Belang in Belgio, il British National Party in Gran Bretagna, il Jobbik Party in Ungheria…
Dobbiamo tutti capire che la convivenza è una scelta obbligatoria.  Quindi questi fenomeni vanno gestiti e governati, non rendendoli ancora più acuti al fine di strumentalizzarli per motivi politici-elettorali. Vedi Lampedusa: un’isola convertita in una vetrina per far paura all’opinione pubblica, con questo sottinteso: volete che tutta l’Italia diventi come Lampedusa? L’esperienza insegna che gran parte dei migranti tendono a radicarsi nel paese di accoglienza: le politiche devono assecondare, anziché ostacolare, questa tendenza (magari incrociando la domanda e l’offerta di lavoro in maniera conveniente per lo sviluppo economico e la coesione sociale, e basandola su profili demografici, professionali e formativi degli individui, rifuggendo da criteri discriminatori basati su provenienza, colore, religione).
La carenza di leadership
Dopo le sofferte decisioni sui piani anti-crisi, da ultimo il Patto per l’Euro,  potremmo, se solo lo volessimo, essere di fronte ad una rivoluzione che porti ad un’Europa federale. Ma ci vorrebbero leader lungimiranti con in mente un grande disegno federalista. Non ne vedo all’orizzonte. Le tre posizioni apicali nelle istituzioni europee sono ricoperte da persone – van Rompuy, la Ashton e Barroso – che stanno facendo precipitare lo standing delle funzioni che ricoprono nell’irrilevanza. Come ha detto sarcasticamente Thomas Friedman, il famoso editorialista del NYT, “non riconoscerei van Rompuy neppure se si sedesse sulle mie ginocchia”.  Ma non va meglio a livello nazionale: la prudenza  e la lentezza della Merkel spesso rasenta l’inerzia, Sarkozy è un esagitato senza tenuta,  Zapatero è stato azzerato dalla crisi, Cameron ancora non pervenuto, e in Italia abbiamo Berlusconi…Non si capisce chi dovrebbe ispirare e guidare il percorso europeo post-Lisbona: non certo questi che non sembrano né interessati, né capaci…
Come ha recentemente scritto Riccardo Perissich, nell’era moderna gli Stati si sono parlati attraverso le loro reti diplomatiche. I sovrani e i leader nazionali raramente s’incontravano di persona e, nel caso, solo per consolidare alleanze già negoziate. Più recentemente, abbiamo vissuto il declino della diplomazia tradizionale e visto l’ascesa dei summits. Gli storici fissano il momento di svolta nella decisione di Chamberlain d’incontrare Hitler personalmente a Monaco perché riteneva “di essere in grado di capire Herr Hitler meglio dei diplomatici”. Abbiamo visto. Ma nonostante il tragico epilogo di quest’iniziativa – e la politica  dell’”appeasement” relegata tra i fallimenti della Storia contemporanea – la pratica si è sviluppata ed è diventata la maniera predominante per condurre le relazioni internazionali. Ci sono numerose spiegazioni per questo. La primo è che, alla base, c’era la convinzione “wilsoniana” che la diplomazia non dovesse essere segreta, ma alla luce del sole e trasparente, il che è una mistificazione perché i leader possono pure riunirsi in pubblico ma le decisioni rimangono segrete (come ci ha ampiamente dimostrato Wikileaks). Altri pensano che sia inutile traccheggiare e che solo i leader possono uscire da situazioni di stallo, il che è talvolta vero. Infine, c’è la convinzione che il rapporto personale (“personal chemistry”) sia proficuo: forse è vero che Reagan capì Gorbatchov meglio dei funzionari dello State Department,  e che forse ci volle la personalità di Carter per chiudere l’accordo tra Sadat e Begin. Ma il risultato complessivo è che la vanità e l’istinto dominano, a danno della profondità dell’analisi. Berlusconi ha elevato questa pratica a vera e propria arte, teorizzando il superamento della diplomazia: il mezzo è diventato il messaggio.  Detto questo, il sarcasmo rivolto da mezzo a mondo a Berlusconi è giustificato ma in fondo lui fa quello che fanno in molti, magari con maggior stile e minor folclore. La domanda di fondo rimane: questa è la maniera adeguata per gestire i rapporti tra Stati? Un pò di protagonismo è inevitabile ma questa abitudine ha preso però il sopravvento, uscendo di controllo: dal controllo democratico, in primo luogo. Il problema è particolarmente acuto se si guarda all’Europa. I nostri paesi hanno scelto di mascherare il loro declino con i gesti. L’ego dei nostri leader è diventato uno dei fattori che rendono arduo all’Europa di parlare con una sola voce.  La tendenza deve essere attenuata. Più attenzione deve essere risposta nell’analisi dei professionisti. Gli ambasciatori e gli inviati speciali devono essere usati quando possibile; i Ministri quando necessario; i capi di stato e di governo  quando irrinunciabile: solo così possono tornare ad essere efficaci. Quello che si chiede è: più visione e meno televisione.  (tratto da “Nothing personal: The age of ego-diplomacy” by Riccardo Perissich, CEPS, March 2011)
Secondo un recentissimo sondaggio del Guardian/ICM condotto in cinque SM – Gran Bretagna, Francia, Germania, Polonia e Spagna – le percentuali sulle capacità delle attuali classi dirigenti – e sulla loro onestà – sono estremamente basse. Hanno molti dubbi che possano affrontare e risolvere problemi come i cambiamenti climatici, la minaccia commerciale cinese, il terrorismo islamico, i flussi migratori…
Più che una conclusione, un auspicio
Le difficoltà provocate da questo susseguirsi di crisi hanno messo a nudo una visione del progetto europeo che non è né condivisa a 27, né verosimilmente attuale in un contesto internazionale che muta costantemente e a ritmi “non europei”. In Europa da troppo tempo si celebra una messa senza fede. E’ ora di mettere fine a questa stagione di introversione istituzionale e di riflessi nazionalisti: l’Unione deve evolvere, adattando i suoi meccanismi decisionali a misura delle sfide che questo presenta, rispetto a società (le nostre) che percepiscono invece chiaramente e direttamente l’impatto della globalizzazione e dei cambiamenti della nostra epoca e che, di conseguenza, si adattano come possono.
La questione che dobbiamo porci è come avanzare sul piano dell’integrazione, per evitare quello che rappresenta oggi una alternativa per nulla remota, quella dell’irrilevanza. Siamo in mezzo al guado: o torniamo sulla riva e rinunciamo oppure passiamo alla sponda opposta e completiamo l’opera.
Per questo ripeto: l’Europa oggi è davanti ad una rivoluzione possibile a patto però di essere capace di affrontare le nuove sfide e di credere nelle radici del progetto fondatore, di diventare una “Patria europea” e non una “Europa delle Patrie” antistorica e litigiosa su tutto e incapace di vedere che oltre il proprio naso c’è un mondo che corre e che dell’Europa, in definitiva, può fare anche a meno. Se continuerà su di un percorso di introversione, magari per proteggere “specificità” nazionali incapaci di reggere le sfide poste dalla globalizzazione, o per tema di ledere situazioni di rendita strategica e di influenza di questa o quella capitale, rischia di imboccare un vicolo cieco: quella di rimanere imbelle e periferica fra i macro-attori del presente e del futuro… Ma, per avanzare, c’è verosimilmente bisogno di un nuovo motore politico: ovvero di un nucleo duro di paesi, fortemente motivati, che faccia da apripista a nuovi e più ambiziosi percorsi di integrazione. Non di cooperazioni rafforzate, tributarie di procedure pesanti previste dai Trattati, ma di governi “like-minded” pronti a condividere i rischi e l’onere politico di cessioni di sovranità ulteriori per il bene comune di tutti. Non si tratta qui di essere “sponsor” del metodo intergovernativo. Tuttavia, per qualsiasi federalista convinto, la via che privilegia la qualità dell’integrazione è prioritaria rispetto alle discussioni metodologiche. Non è più questa l’epoca in cui il metodo comunitario sia al tempo stesso l’equivalente e la condizione unica dell’integrazione.
E’ stata questa, non dimentichiamolo, la via che ha segnato l’avvio delle più significative realizzazioni politiche dell’integrazione negli ultimi decenni: da Schengen alla Difesa (St Malo), da Galileo all’Euro. E’ la via del coraggio di pochi, che finisce col catalizzare la convergenza di molti.
Ma purtroppo gli Adenauer e i De Gasperi, gli Spinelli e i Monnet, del 21° Secolo non se ne vedono all’orizzonte…

1 commento

  • La Buonanima, quello trascinato morto a Piazzale Loreto, diceva: “il numero è potenza”.

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