Referendum il governo ora li teme

Tre avvenimenti ci svelano come sta tumultuosamente cambiando il comune sentire degli italiani. Sono la catastrofe giapponese, la festa del 17 marzo, l’attacco delle forze alleate al regime di Gheddafi. Il filo rosso che li collega è quello della volontà popolare che diventa decisiva.

Mentre resta grave la crisi nucleare provocata dal terremoto e dallo tsunami nel nord est del Giappone, dal nostro paese sono giunti segnali non equivoci di generalizzata contrarietà a nuove centrali, di cui persino gli ultrà dell’atomo come il ministro Paolo Romani e il lobbista energetico Chicco Testa hanno dovuto prendere atto. Tanto che il governo s’è inventata la “pausa di riflessione” con allegata moratoria.

Il giorno della festa nazionale per i 150 anni dell’Unità milioni di cittadini hanno dimostrato che i valori del Risorgimento non sono lettera morta, anzi. Celebrazioni partecipatissime, tricolori e Inno di Mameli come mai nel recente passato, stima e affetto ripetuti ovunque per il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. C’è da chiedersi dove vive chi ha detto che tutto questo non ha significato, che quanti morirono per unire l’Italia lo fecero inutilmente perchè “se fosse rimasto sotto l’Austria, il Veneto sarebbe oggi comunque una democrazia” (il leghista Speroni intervistato da Lilli Gruber a “Otto e mezzo”).

Infine, l’intervento in Libia con la diretta partecipazione delle nostre forze armate ha suscitato poche, isolate proteste, motivate da pacifismo estremo o da timori per i cospicui interessi economici messi a rischio. Alla gran parte degli italiani non è stato necessario spiegare che Gheddafi è un feroce dittatore e che, come tale, cacciarlo diventa un dovere quando si mette a mitragliare i suoi concittadini. Alla fine se n’è fatta una ragione anche Berlusconi, amico sincero dei raìs.

Senza ricorrere ai sondaggi di Mannheimer e Pagnoncelli, in tutti e tre i casi la maggioranza dei cittadini – una maggioranza, si badi bene, trasversale, da destra a sinistra – ha scelto da che parte stare e l’ha fatto capire chiaramente. Tuttavia, la volontà popolare “che si esprime solo con il voto” – come per anni ci hanno ripetuto ossessivamente il capo del governo e i suoi aiutanti di campo – merita qualche riflessione in più collegata a quanto ci attende nei prossimi mesi. Se, in questi giorni, la politica non ha potuto che tener conto di quanto i cittadini avevano maturato sulle nuove centrali, sui valori unitari e sulla missione decisa dall’Onu nel Mediterraneo, ci sono momenti in cui la comunità nazionale può davvero esprimersi con l’evidenza del sì o del no: con i referendum. Come capiterà a brevissimo. A metà giugno saremo infatti chiamati a dire la nostra su quattro quesiti, uno sul legittimo impedimento (la più impresentabile delle norme ad personam), due sulla privatizzazione dell’acqua, l’ultimo – con un tempismo straordinario – sulla realizzazione di impianti di produzione di energia nucleare.

Fin d’ora si può dire che queste occasioni di rendere non discutibile la volontà popolare non vanno perse se si vogliono tener vivi la lezione delle catastrofi giapponesi, l’orgoglio del 17 marzo, la consapevolezza di essere nel giusto quando si combatte una tirannia. E, soprattutto, deve rimanere alta la vigilanza. La maggioranza di governo, che puntava a mandare deserte le urne referendarie (non per caso ha detto no all’unificazione con le amministrative di maggio), ora teme che l’effetto Fukushima gli faccia perdere anche le prove sull’acqua privatizzata e – che smacco sarebbe! – sul legittimo impedimento. Cercherà dunque un cavillo per far saltare il trascinante referendum nucleare. Sarebbe un’altra sconfitta per la democrazia.

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