Un mondo senza leadership

Da tre giorni, da quando è cominciata l’Odissea di Libia, guardo i risultati del sondaggio sul sito del nostro giornale. Siete favorevoli o contrari all’intervento militare? Beh, i risultati sono davvero istruttivi; con il passare delle ore, la percentuale dei favorevoli (all’inizio erano il 77%) scende inesorabilmente. Oggi, mentre scrivo, siamo al 54%, ma è possibile che i favorevoli diminuiscano ancora.

La coalizione internazionale si è messa nei pasticci da sola. E’ ormai chiaro che i raids militari sono cominciati senza che fossero state chiarite questioni essenziali per la loro riuscita: dalla catena di comando agli obiettivi finali. E siccome la gente è tutt’altro che stupida, il consenso diminuisce. Non è facile restare favorevoli a un’impresa guidata da leaders che sembrano passare il tempo a combattersi politicamente a vicenda, invece di concentrarsi su Gheddafi. Dovremmo forse inventare una parola nuova per definire i governanti delle nazioni occidentali: leaders, persone che guidano – sperabilmente verso una méta sicura e migliore – non sembra la parola più adatta.

Nel giorno del dibattito parlamentare italiano, è importante ricordare il punto decisivo: la missione in Libia è stata decisa tardi, è cominciata male ma è interesse del nostro Paese – di tutto, non di una sua parte – che riesca. Non è il momento di fare i conti al nostro interno e non è il momento di fare i conti con la Francia, che ha deciso di bombardare in anticipo, senza coinvolgerci, una nostra fonte energetica primaria. E’ il momento di partecipare, come Italia, a una soluzione che funzioni. Perché saremmo i primi a pagare le conseguenze di un fallimento sui cieli di Libia.

C’è un’abitudine mentale da scardinare. Nel vecchio sistema internazionale – in cui le alleanze erano solide e le gerarchie anche – il ruolo di una media potenza come l’Italia era in genere quello di «contribuire» a un contesto fissato da altri. Quanti euromissili installare, quali basi dare agli Stati Uniti, quanti aerei fare volare nei Balcani. Oggi le cose sono diverse. Barack Obama non ha intenzione di impegnare fino in fondo l’America in questa vicenda: missili americani hanno pesantemente degradato le difese aeree di Gheddafi, ma Washington sembra ancora esitare fra la cautela del Pentagono su nuovi impegni a lungo termine e l’istinto interventista del Dipartimento di Stato. La riluttanza degli Stati Uniti ha lasciato spazio alla Francia, che è riuscita a mobilitare la missione internazionale prima dello showdown a Bengasi; ma che sbaglia quando ritiene che sue scelte unilaterali possano essere accettate a scatola chiusa dagli altri.

La Francia è una specie di seconda America: l’unica altra potenza democratica a concepire il proprio ruolo nel mondo come una missione universale. Peccato che il resto del mondo non la pensi così. L’alternativa alla leadership americana non può essere la guida nevrotica di Nicolas Sarkozy, dettata almeno in parte da cattivi presagi elettorali. E neanche può essere un accordo franco-inglese, che fra l’altro – anche senza bisogno di tornare a Suez – non è detto che funzioni. Non a caso anche il premier britannico David Cameron ritiene che sia meglio ricorrere alla Nato, che ha il vantaggio di meccanismi di comando integrati e sperimentati.

Si sta andando, con qualche ambiguità, in questa direzione. La Germania non parteciperà alle operazioni militari (Angela Merkel è vincolata dalla scelta – sbagliata – dell’astensione all’Onu) ma è favorevole al coordinamento Nato; la Turchia anche, e avrebbe avuto da Barack Obama garanzie sufficienti per rientrare nel gioco. Una formula di compromesso sul ruolo della Nato nella struttura del comando dell’operazione in Libia sta emergendo: in quali limiti, si vedrà nelle prossime ore. Ma a quel punto l’Italia non potrà limitarsi a cantare vittoria mettendo intanto dei paletti al proprio impegno: dovrà partecipare ad «armi pari». Perché la conseguenza del mondo senza leadership di oggi è che ciascuno deve fare la propria parte. Precisamente se vuole evitare di farsi gestire da altri i propri interessi nazionali.

Qual è il nostro interesse sul futuro della Libia? Una volta distrutto uno status quo che ci avvantaggiava (ma in modo illusorio), l’Italia deve avere chiari gli esiti politici da perseguire. Per magra consolazione, la confusione sugli obiettivi finali della missione non è solo nostra: fra una lettura stretta del mandato Onu (la protezione della popolazione civile) e una interpretazione larga dei risultati da raggiungere (la deposizione di Gheddafi), le oscillazioni prevalgono dovunque.

L’Italia ha interesse a evitare un esito possibile ma che sarebbe pessimo anche per noi: la spartizione della Libia, con un governo non particolarmente amico in Cirenaica (con le sue fonti energetiche) e uno decisamente nemico in Tripolitania (con i rischi di ritorsione).

La Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza sottolinea la difesa dell’integrità della Libia. A differenza di quanto sembra a tratti pensare il premier italiano, la deposizione di Gheddafi è diventata una delle condizioni decisive per preservarla. L’intervento non può proporsi in modo diretto un cambio di regime. Ma sarà riuscito solo se avrà aiutato la popolazione libica a darsi un altro governo.

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