Pacifisti e guerrafondai. I partiti italiani dalle frontiere mobili

Come in un formicaio impazzito, i partiti di ora in ora cambiano incessantemente posizione sulla guerra libica. Smarcamenti e riposizionamenti studiati allo scopo di approdare nel modo più indolore ad un appuntamento a suo modo solenne: la discussione in Parlamento (con tanto di voto) sulla partecipazione militare italiana alla missione di guerra, un dibattito che dovrebbe svolgersi entro le prossime 48 ore e che rappresenterà uno spartiacque, uno di quegli eventi destinati ad entrare se non nei libri di storia, quantomeno nella memoria degli italianielettori. Certo, ogni guerra ha le sue incognite e questo può aiutare a spiegare la grande mutevolezza delle posizioni di leader e partiti, eppure, nel corso della giornata di ieri sono emerse diverse e significative novità, che rendono difficile prevedere se in Parlamento la missione italiana potrà contare sulla stessa maggioranza che si è manifestata quattro giorni fa nelle Commissioni Esteri e Difesa di Montecitorio. In quella occasione – sulla decisione più delicata di tutta la legislatura – ha preso corpo una maggioranza senza precedenti, incardinata sull’asse Berlusconi-Bersani-Casini-Fini. Con i leghisti assenti e i dipietristi astenuti.

Uno schema messo in discussione dalle quattro novità maturate ieri. La prima: il Pdl si è allineato alla posizione del presidente del Consiglio («Il comando delle operazioni passi alla Nato»); la Lega ha fatto capire di essere pronta a riassorbire il suo dissenso, ma ad una condizione: che nella mozione di tutta la maggioranza sia inserito un capitolo sul blocco navale, allo scopo di provare ad arginare dalle coste l’immigrazione clandestina. Terza novità: il Pd, anziché cogliere il cambio di posizione del governo per smarcarsi, non ha contestato un comando militare affidato alla Nato. Quarta novità: il gruppo parlamentari dei Responsabili – sentendo allontanarsi il profumo del rimpasto – hanno assunto una posizione “frondista”, intesa ad alzare il prezzo del proprio appoggio al governo.

Al momento, dunque, si potrebbero sintetizzare grosso modo quattro posizioni. Tra i favorevoli all’intervento, un ruolo di leadership l’ha assunto il Capo dello Stato, sin dalle prime ore intervenuto ripetutamente e risolutamente. Tra i ministri un ruolo «avanguardista» se lo è preso il ministro della Difesa Ignazio La Russa, impegnato in un’intensa attività esternatoria. Nel Pd il fronte del «Sì» è stato aperto da Walter Veltroni, anche se la spinta decisiva ai democratici ha finito per darla il Capo dello Stato e infatti per il momento il segretario Pier Luigi Bersani tiene sulla posizione favorevole, lungo le coordinate quirinalizie, intervento «necessario e legale». Decisamente favorevole Pier Ferdinando Casini e – un po’ defilati – i futuristi di Fini. Ovviamente favorevole ma con tratti di forte prudenza il presidente del Consiglio («Sì alle basi, ma gli aerei non sparino») e il ministro degli Esteri Franco Frattini. In transito da una posizione contraria ad una moderatamente favorevole, sono invece i leghisti, che potrebbero convergere col Pdl a patto che nella mozione sia invocato un blocco navale anti-clandestini.

Posizione che fa drizzare i capelli al Pd. Dice Giorgio Tonini: «Impedire, senza un corridoio umanitario, l’arrivo a chi fugge da una guerra, questa sì sarebbe una posizione che rischia di incrinare i rapporti tra maggioranza ed opposizione». Favorevole alla risoluzione Onu, ma contrario alla gestione dell’azione militare è Nichi Vendola, che si è smarcato dalla posizione del Pd, ma senza assumere un atteggiamento aggressivo verso i Democratici. Stesso atteggiamento sembra prendere Antonio Di Pietro che dopo l’iniziale astensione, era transitato verso il Sì, ma da ieri sembra di nuovo approdato al «nì». Alla sinistra di Vendola ci sono i pacifisti «tout court», contrari comunque ad ogni «ingerenza umanitaria» che utilizzi le armi. Oltre a Gino Strada, anche movimenti cattolici come Pax Christi e la Tavola della Pace.

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