La festa di un popolo

Grazie allo spirito unitario, costituzionale e repubblicano della sua presidenza, Giorgio Napolitano è infine riuscito a trasformare in una festa nazionale e di popolo il centocinquantenario dell’unità d’Italia.

Il tricolore alle finestre e ai balconi, le famiglie nelle piazze imbandierate e nei palazzi delle istituzioni aperti per l’occasione, l’inno di Mameli cantato per le strade: un popolo di cittadini ha unito patria, unità e Costituzione in un nuovo sentimento nazionale che la politica non potrà ignorare.

Solo la Lega ha voluto andare pubblicamente in minoranza rispetto a questo nuovo patriottismo repubblicano, che non è di parte ma è costitutivo di un’identità nazionale finalmente risolta e riconosciuta. Assenze vistose a Montecitorio, solo Bossi e i ministri presenti come per un vincolo istituzionale, due deputati e nient’altro.

È un’occasione perduta per i leghisti, chiamati ad una prova culturale e politica di governo e di responsabilità davanti all’intero Paese. Ma è anche un gesto fortemente minoritario e ideologico, di chi si autoesclude da una festa di popolo puntando sulle divisioni e sulle differenze, fino al punto da non riconoscersi nel calendario civile della Repubblica, fondamento della democrazia istituzionale.

Anche il presidente del Consiglio, che ha risposto ai fischi dicendo che non intende lasciare il Paese “in mano ai comunisti” dovrebbe sentire la stonatura delle sue parole nella giornata di ieri. Gli italiani hanno cercato nel 17 marzo ciò che unisce. La politica dovrebbe capirlo, cercando di essere all’altezza dei cittadini.

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