Una partita giocata tutta all’attacco

È la chiamata alle armi. Con la sua riforma “epocale” della giustizia, Berlusconi ha deciso di giocare la partita tutta all’attacco. Le anticipazioni su quanto si appresta a deliberare il Consiglio dei ministri, in seduta “straordinaria”, non lasciano dubbi: un intero capitolo della Costituzione, quello sulla magistratura, viene stravolto. Dunque, separazione tra pubblico ministero e giudici, con l’impossibilità per il Pm di accedere alla carriera del magistrato giudicante; creazione di un doppio Csm, con composizione cambiata e poteri nettamente ridotti; pesanti limiti all’obbligatorietà dell’azione penale e sganciamento della polizia giudiziaria dal pubblico ministero; responsabilità  civile dei magistrati che verrebbero chiamati a pagare di tasca propria per eventuali errori. Certo, la minaccia non è immediata. Trattandosi di una legge costituzionale, ci vogliono, perché diventi operante, quattro passaggi parlamentari e  un referendum. Non si vede come possa avere la forza per imporla una maggioranza che, malgrado la scandalosa campagna acquisti,  resta incerta ed esigua, attraversata dai famelici appetiti degli ultimi arrivati, tanto da indurre il premier a rinviare di continuo il promesso rimpasto. Piuttosto, Berlusconi intende fare di questa riforma uno strumento di pressione sui giudici. E’ convinto che gli convenga sollevare un grande polverone dietro il quale fare passare quelle leggi, ad effetto immediato, che giacciono in Parlamento e servirebbero a sottrarlo alle indagini e ai processi. Al di là di tutti i  proclami,  di “epocale” c’è la difesa degli interessi del premier. Quello che al Cavaliere veramente  preme è “immunizzarsi” dall’azione giudiziaria.

Per le opposizioni, si apre una fase che può offrire l’occasione di una spallata al governo. Un premier che intende stravolgere il nostro patrimonio giuridico, nel momento in cui è imputato in quattro processi, mortifica i principi di ogni normale democrazia. Ma non ci sentiremmo di giurare che questa occasione venga colta. La questione giustizia rischia d’essere condizionata dalla mancanza di un disegno politico complessivo. Pesa la prossimità delle elezioni amministrative che riguardano dieci milioni di elettori e decidono la sorte di città considerate strategiche. Appaiono talvolta sovrastanti le scelte tattiche. Fini ha l’esigenza di “distinguersi” per non esporsi all’accusa di cedimenti a sinistra. La  situazione si è assai complicata per il  processo di sgretolamento di Futuro e libertà che tocca anche il futuro del Terzo polo.  Bersani è rimasto fedele al progetto di un’alleanza tra progressisti e moderati. E giustamente la colloca nel quadro di una ricostruzione delle basi democratiche, compromesse dal berlusconismo, allontanando le  ipotesi di un’ “ammucchiata”. Ma Casini, che del terzo polo è il vero leader, intende giocare in proprio. Mette in conto che, alle prossime elezioni, nessuno dei tre schieramenti esca davvero vincitore. A questo punto diventerebbe necessaria una grande coalizione che unisca tutte le forze  politiche disponibili per gestire la crisi, compreso il Pdl, ma senza Berlusconi premier. E sarebbe lui, il leader centrista,  a rappresentare il perno di questa alleanza.

Certo, siamo sempre in piena emergenza, gli imprevisti possono rovesciare questo scenario. E’ necessario che tutte le opposizioni mantengano un saldo legame a difesa delle istituzioni democratiche, investite da un’offensiva che sempre più accentua i conflitti tra i pubblici poteri. E farà bene il centrosinistra a restare in piazza, dando il proprio sostegno a  un’opinione pubblica inquieta e insoddisfatta. Ma bisogna anche andare oltre, tracciare il profilo di una vera alternativa di governo. L’iniziativa spetta anzitutto al Pd che è la prima forza d’opposizione. Bisogna evitare di farsi imporre l’agenda da Berlusconi e di doverlo poi rincorrere sul suo terreno. Abbiamo un governo che attacca frontalmente la magistratura, volendo porre le Procure sotto tutela. Ma i pericoli di regressione sono di portata generale: dagli attacchi dissennati del premier alla scuola pubblica fino all’anti-italianità della Lega. E si può fronteggiarli solo contrapponendo una visione alternativa, capace di interpretare le esigenze di una società plurale che  rifiuta il il berlusconismo in nome di una democrazia matura. La politica richiede, in certe fasi, tessiture, mediazioni, alleanze. Ma non può essere il pragmatismo la stella polare. Bisogna rilanciare la forza delle idee se non si vuole restare succubi di una nuova strategia neoconservatrice.

2 commenti

  • Innanzitutto è necessario che l’asse Pd-Idv non offra alcuna sponda parlamentare, mettendo in conto che Fli e Udc possano essere meno saldi. E noi, con le manifestazioni, dobbiamo evitare ogni “collaborazionismo” del nucleo parlamentare di centrosinistra. Quanto al problema di una strategia più ampia, concordo sul fatto che sia indispensabile. Ma non è neanche semplicissimo crearla in una situazone politica inquinata dall’anomalia berlusconiana. Bisogna capire se l’orizzonte della legislatura e del governo è di due anni o pochi mesi. E tutto può cambiare all’improvviso. In otto mesi, siamo passati dal risultato delle regionali che sembrava togliere ogni prospettiva di fine anticipata della legislatura, allo strappo di Fini, alle elezioni quasi certe, alla quasi caduta di dicembre al terremoto Ruby. Chi può sapere come evolverà il quadro?

  • Non prendiamoci in giro.
    Bisogna anzitutto sapere di quale opposizione si parla e dove essa risiede in Italia.
    Quella “riformista” forse ?, collaudata con la Bicamerale da D’Alema e dal gruppo ai vertici, ieri del PDS,oggi del PD ?. Lo stesso seduto da anni sui medesimi scranni tra l’indifferenza verso l’ astensionismo elettorale galoppante e le ripetute sconfitte,mai avendo rinnegato le conclusioni cui detta Bicamerale pervenne (chiedere lumi all’indefesso “lottatore” Marco Boato) in materia di giustizia,prima che il tavolo fosse rovesciato dallo stesso Berlusconi che vi fece parte,e che ora – il furbacchione – ne ripropone lui la sostanza.

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