Le ragioni di Marchionne e le ragioni di tutti

DUE, TRE cose sulla Fiat e il Paese prima che si conoscano i risultati del referendum di Mirafiori. Prima, per ragionare fuori dall’orgia ideologica di chi si schiera sempre con il vincitore e di chi pensa che i canoni della modernità e del progresso  -  oggi  -  sono sanciti dal rapporto di forza.

Il voto e la sfida di Torino non disegneranno un nuovo modello di governance per l’Italia, come sperano coloro che oggi attendono da Marchionne quel che per un quindicennio ha promesso Berlusconi, senza mai mantenere. Soprattutto non daranno il via né simbolicamente né concretamente  -  purtroppo  -  ad una fase generale di crescita del Paese. Il significato della partita di Mirafiori è un altro, e va chiamato col suo nome: la ridefinizione, dopo tanti anni, del rapporto tra capitale e lavoro.

Un manager che è lui stesso transnazionale, che ha spostato il baricentro della Fiat da Torino a Detroit, ha liberato la famiglia proprietaria dal vincolo centenario con l’automobile ma anche dalla responsabilità verso il Paese, ha deciso un assemblaggio multinazionale dei prodotti che cambierà per sempre la fisionomia e la natura dell’automobile italiana, cambia a questo punto anche le regole del gioco.

Se devo vendere nel mercato globale  -  dice Marchionne all’operaio  -  devo produrre al costo e alle condizioni di quel mercato, e se in Italia le condizioni e i costi sono diversi devono adeguarsi: solo così io investirò a Mirafiori,

altrimenti andrò in Canada.

Dammi dunque il tuo lavoro secondo le mie necessità, in cambio ti darò più salario e il posto. Non c’è altro perché il posto, in tempi di crisi e di esclusione sociale, diventa la suprema garanzia e ne assorbe ogni altra. Anzi, perché l’investimento sia redditizio, ho bisogno di un controllo totale della produzione, via dunque i diritti (lo sciopero, la rappresentanza) perché sono una variabile indipendente, che rompe il modello di controllo: questo è il nuovo diritto-dovere in cui si esercita la libertà d’impresa. Le ragioni di Marchionne sono quelle della globalizzazione. Ma ci sono anche le ragioni degli altri, che sono le ragioni di tutti, perché chiamano in causa addirittura la democrazia.

Noi vediamo che in questo schema il rapporto tra capitale e lavoro si semplifica perché perde ogni cornice, si rinchiude nella fabbrica, smarrisce ogni valenza nazionale, dunque simbolica, quindi politica. Separato dai diritti, il lavoro torna ad essere semplice prestazione, merce. Ma insieme con i diritti, il lavoro diventava un elemento di dignità e di emancipazione (concetti più ampi del solo, indispensabile salario), dunque di cittadinanza, dando un senso alla Costituzione che lo pone a fondamento della Repubblica proprio per queste ragioni, intendendo in sostanza che senza libertà materiale – nel senso più largo ma anche più concreto del termine – non c’è libertà politica.

Ora, nessuna tra le parti in causa accetterebbe di definire la democrazia come un valore relativo, comprimibile in particolari condizioni davanti a specifiche esigenze. Bene. Ma vediamo oggi che alcune componenti della democrazia, cioè i diritti legati al lavoro (che sono anche i diritti dei più deboli, portatori delle maggiori disuguaglianze) possono essere comprimibili, se il mercato lo vuole, dunque diventano relativi. Soprattutto, questo non rappresenta un problema generale, ma solo dei singoli interessati, che senza più una classe di appartenenza, un partito di rappresentanza, una società con il senso del legame solidale tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione, devono ormai cercare risposte individuali ad una questione collettiva: che non riescono più a far diventare una questione di tutti, vale a dire politica nel senso più alto del termine. Mentre le ragioni del mercato, le ragioni della produzione, vengono considerate comunemente come un problema generale, da condividere.

La vicenda si compie nella cornice spettacolare e dirimente del referendum, dove si confrontano apertamente il sì e il no. Ma qual è il grado di libertà dell’operaio di Mirafiori che va a votare (qualunque sia la sua scelta), sapendo di avere in realtà una sola risposta a disposizione, perché il no equivale alla perdita del posto di lavoro, per sé e per gli altri? Sarà anche questo un problema di democrazia sostanziale, appunto di libertà, oppure per gli operai valgono regole a parte?

Dico questo pensando che sia un grave errore non partecipare al referendum e comunque non riconoscerne l’esito, che deve essere in ogni caso vincolante per tutti, anche nelle condizioni date. Non solo: credo anche che l’urto della globalizzazione, che ci costringe a fare i conti non soltanto tra noi e gli altri (i Paesi emergenti), ma tra noi e noi, resettando regole e condizioni, non vada lasciato interamente sulle spalle dell’imprenditore. Ma c’è pure un modo per negoziare produttività, competitività, compatibilità salvaguardando nello stesso tempo i diritti legati al lavoro, semplicemente perché sono a vantaggio di tutti e dunque a carico di ciascuno, in quanto fanno parte del contesto democratico in cui viviamo, della moderna civiltà italiana ed europea.
Per questo è stupefacente l’incultura gregaria della sinistra che ha smarrito il quadrante della modernità e della conservazione, e pensa che l’innovazione sia cedere al pensiero dominante perché non ha un’idea propria del lavoro oggi, delle nuove disuguaglianze, del legame tra modernizzazione, partecipazione e solidarietà, come dice Beck, quindi la London School of Economics, non un’università marxista del secolo scorso: “Se il capitalismo globale dissolve il nucleo di valori della società del lavoro si rompe un’alleanza storica tra capitalismo, Stato sociale e democrazia”, quella democrazia che è venuta al mondo in Europa proprio “come democrazia del lavoro”. Cosa c’è di più innovatore e progressista che difendere questo nesso della modernità occidentale, che lega insieme l’economia di mercato, il welfare e la democrazia quotidiana che stiamo vivendo in questa parte del mondo?

Gregaria la sinistra, parassitaria la destra di governo, che usa la forza altrui esclusivamente per regolare i conti ideologici del Novecento visto che non è riuscita a saldarli per via politica, non avendone l’autorità. Ed è un puro ideologismo, non un semplice infortunio, il plauso del Capo del Governo all’idea che la Fiat debba lasciare l’Italia se dovesse perdere il referendum, punendo Torino, le famiglie operaie, l’indotto, il Paese per leso liberismo, altrui. Come se il dividendo ideologico (peraltro preso a prestito) fosse per il Capo del governo italiano più importante del lavoro, della sicurezza, del destino di una città e di un Paese.

Il vuoto della politica ha impedito di chiedere a Marchionne, mentre fissa nuove regole agli operai, di spiegare natura, rischi e potenzialità dell’investimento promesso, chiarendo anche, se il costo del lavoro pesa per il 7 per cento nel valore di un’automobile, quali sono le garanzie dell’azienda che anche tutto ciò che dà forma al restante 93 per cento si stia rimodellando in funzione delle nuove esigenze del mercato mondializzato, per riguadagnare le quote perdute di competitività: garantendo profitti e lavoro. Se la sfida è globale, riguarda appunto tutto e tutti.

Ma il vuoto della politica è più grave se si alza lo sguardo da Mirafiori e si raccorda la Fiat all’Italia. Un Paese fermo legge la sfida di Marchionne come una rivoluzione copernicana e una riforma capitale non del sistema di produzione ma delle relazioni di potere che lo governano: come se fosse possibile per la politica acquistare in outsourcing le riforme che non è capace di produrre in proprio, e gestirle senza condivisione.

La realtà è che l’innovazione berlusconiana del ’94 si è accontentata della conquista del potere ed è invecchiata esercitandolo, insieme con tutti i protagonisti in campo – sempre uguali, sempre gli stessi – di maggioranza e d’opposizione. Attorno il mondo ha fatto un giro, è nata Google, è rinata al mercato la Cina: l’Italia è ferma. Guidandola, Berlusconi diventa il simbolo di un Paese bloccato, il cui immobilismo non può però certamente dipendere solo da lui. Attorno alla politica nazionale, il sistema non ha più prodotto uomini riconosciuti come quadri internazionali dalla comunità europea e mondiale, come ai tempi di Ruggiero, Prodi, Monti, Padoa Schioppa, Bonino. Tolta l’eccellenza della moda e in particolare del lusso (che non può trainare da solo l’economia di un Paese) è ferma la produttività e la competitività del sistema industriale, quindi della crescita. Ma appassisce persino la stessa vecchia scuola delle Partecipazioni Statali, declina l’università e tutto il sistema d’istruzione – vero investimento a medio e lungo termine sul futuro -, le televisioni sono diventate inguardabili salvo le nicchie di Sky e della nuova “7″. L’establishment ha confermato di non esistere, accontentandosi di essere un network di autoprotezione da rotocalco, incapace di svolgere la funzione nazionale di un richiamo alle regole e ai canoni europei, ma preferendo adattarsi al modus vivendi di un Paese rimpicciolito e rattrappito, pur di staccare qualche dividendo di piccolo potere, all’ombra del potere dominante. Così, inevitabilmente, l’immagine complessiva del Paese è declinata fino a raggiungere i più ingiusti stereotipi che ci hanno sempre accompagnati: in modo che nelle cancellerie non si fa nemmeno più lo sforzo di distinguere la realtà italiana dai luoghi comuni, perché la coincidenza è più comoda, e un’Italia debole fa comodo a tanti.

Il debito pubblico, nella sua massa enorme e nell’impotenza anche culturale della politica di affrontarlo per noi e per i nostri figli, è la fotografia di questo blocco. Che rende difficile affrontare gli spiragli di ripresa che gonfiano le vele alla Germania, ma consentono alla Francia di mantenere lo status di grande Paese se non più di grande potenza, ridanno speranza all’America, cambiano con Cina, India e Brasile la geopolitica mondiale.
Si capisce che in questo quadro la Fiat sembri una soluzione, ma è l’indicazione di un problema. Stupisce, piuttosto, che in tutti gli inviti politici alla “responsabilità”, alla “pacificazione”, all’”emergenza” che coprono il gran mercato della compravendita di deputati (l’unico fiorente) manchi l’unico appello veramente necessario al Paese: quel “patto per la crescita” che può cambiare l’Italia e che sarà l’indispensabile piattaforma di speranza per il dopo-Berlusconi.

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