La democrazia provvisoria

È DA almeno sei anni che siamo in campagna elettorale. Permanente. Non solo perché  -  nel regno dell’Opinione Pubblica  -  intorno a ogni decisione, il governo cerca di costruire il consenso e l’opposizione il dissenso.

Ma perché, effettivamente, si è votato sempre. Ogni anno o quasi. Nel 2004: le Europee. Nel 2005: le Regionali. Nel 2006: le Politiche. Silvio Berlusconi ne ha sempre contestato l’esito. E, al Senato, la maggioranza di Prodi era, comunque, troppo esile per offrire speranza di (lunga) vita. Così la campagna elettorale è proseguita, senza soluzione di continuità, fino al 2008, quando si è tornati alle urne per ri-eleggere il Parlamento. Da allora è ricominciata la sequenza. Nel 2009: di nuovo le Europee. Nel 2010: ancora le Regionali. Insomma, le campagne elettorali non finiscono mai, per parafrasare Eduardo. Neppure quando le elezioni dovrebbero essere lontane nel tempo. Come nell’Italia d’oggi, dove il centrodestra nel 2008 ha conquistato una maggioranza parlamentare larghissima. Guidata da un Presidente del Consiglio che sostiene di essere il più amato di tutti, su scala Europea. E forse non solo. Per cui non dovrebbe aver problemi a governare il Paese fino al 2013, scadenza naturale della legislatura.

Non è così. Probabilmente Berlusconi non è il più amato dagli italiani, a leggere i dati di molti sondaggi (che egli considera, naturalmente, “tarocchi”). Di certo, però, la campagna elettorale prosegue.

Permanente. E dopo le Regionali dello scorso aprile è ripresa, più violenta che mai. Anche se a chiedere il voto anticipato non è l’opposizione. Il centrosinistra e il Pd, in particolare. Troppo impegnati a dividersi e a polemizzare, al loro interno.

È, invece, nella maggioranza che la richiesta  -  minaccia? -  di elezioni echeggia, senza sosta. Evocate come un mantra soprattutto dalla Lega. Un giorno sì e l’altro anche. In nome del Federalismo che verrà. L’unica vera bandiera che interessi alla Lega. Altro che il Tricolore. Se non arrivasse, tanto meglio: si voti subito. La Lega contro tutti. Il Nord contro tutti. E soprattutto contro l’Italia, che non vuole il federalismo. Se poi il federalismo fiscale venisse davvero approvato, comunque, non produrrebbe effetti prima di qualche anno. E quali non è ben chiaro. Per cui, comunque, la Lega vuole andare a votare. Presto. Ma non vuole esserne la causa. O meglio: vuole una “giusta causa” da usare come arma. Il federalismo o l’Italia: un bel campo di battaglia elettorale.

Berlusconi, invece, teme le elezioni. Non tanto per paura di perderle. La coalizione di centrodestra resta avvantaggiata. Ma la vittoria, oggi, appare meno certa di prima. Molto dipende dalle coalizioni che riusciranno a costruire avversari e nemici. Il centrosinistra, il centro-sinistra, oppure il centro e la sinistra. Ma dipende, soprattutto, dall’esito al Senato, dove conquistare la maggioranza dei seggi, con questa legge elettorale, è una scommessa rischiosa. Comunque il Pdl  -  o come si chiamerà, visto che Berlusconi ha promesso di cambiargli nome  -  rischia di venire ridimensionato pesantemente. A Nord, dalla concorrenza  -  agguerrita  -  della Lega. Ma anche nel Sud, dall’azione di Fli, del Terzo Polo e delle altre Leghe meridionali che avanzano.

Comunque, anche Berlusconi ha bisogno di una “giusta causa” per licenziare il governo, in condizioni tanto precarie per la politica e l’economia. Visto che il Premier in pectore, Giulio Tremonti, continua ad agitare la crisi economica. Esattamente come la Lega il voto. La crisi, ha detto Tremonti, è come un videogame. Scompare e riappare. Abbatti un nemico e ne emerge un altro. Magari lo stesso. Ma Berlusconi è l’Uomo dell’Emergenza. Non può permettersi di andare al voto in condizioni di emergenza. Perché le emergenze Lui le risolve. Come i rifiuti a Napoli, il terremoto all’Aquila, la sfida della (s) fiducia parlamentare contro Fini. Come la crisi economica.

Appunto. E teme, Berlusconi, le Sante Alleanze. Contro o senza di lui. Allestite da nemici e amici. Per evitare il voto o per sostituirlo con Tremonti. In questo scenario di campagna elettorale permanente, il voto smette di essere uno strumento di partecipazione e di rappresentanza istituzionale. Diventa, invece, un elemento di propaganda. Invocato ora come minaccia, ora come necessità. Ora come ricatto. Esorcizzato, con paura o con fastidio.

In Francia, dove si voterà l’anno prossimo per le presidenziali, i candidati, i partiti e le coalizioni si preparano. In vista del voto che verrà. L’anno prossimo. Non nei prossimi mesi, in primavera, autunno. O chissà quando… Perché le elezioni non sono una procedura qualsiasi, ma il rito istituzionale che legittima la democrazia rappresentativa. E che garantisce senso e consenso ai governi e agli organismi “rappresentativi”.

Appunto. Questo Paese in emergenza permanente, in campagna elettorale permanente, per motivi sempre nuovi e diversi, tali e tanti che i cittadini difficilmente vi si orientano. Questo Paese, dove il voto europeo oppure regionale e municipale serve a smentire quello politico e legislativo. Dove ogni sondaggio equivale a un’elezione. Anzi ha più valore, perché è più attuale, si rinnova ogni giorno. Dove l’Opinione Pubblica  -  costruita dai sondaggi e dai media  -  ha rimpiazzato i cittadini e gli elettori. Dove non si riesce più a capire quando e perché  -  e se  -  si voti. È un “Paese provvisorio” (come lo definì Edmondo Berselli). Incapace di darsi prospettive e riferimenti stabili. Unica certezza: la provvisorietà. Ma se le elezioni diventano un optional, un artificio retorico, un argomento polemico, un’ipotesi perenne: anche la democrazia diventa provvisoria.

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