A Mirafiori, Sinistra impreparata

Chi ha ragione delle due sinistre che guardano alla Fiat? Hanno ragione gli uomini del Pd, cioè i suoi principali leader, che si sono schierati per l’accordo con Marchionne – sia pur con una serie di distinguo – o i dirigenti della Fiom che lo hanno respinto senza se e senza ma?

Il lodo Marchionne, che come tale si è ormai configurato, comunque lo si guardi, è, innanzitutto, per il centrosinistra forse la prima decisione che deve affrontare senza poterla circumnavigare.

Senza il soccorso di un «ma anche»; è il primo luogo mentale cui non si può sottrarre. In questo senso, la cosa più ovvia da dire oggi, alla vigilia del referendum Mirafiori che si terrà fra un paio di settimane, è che l’appuntamento è per la sinistra una presa d’atto, ovvia, pubblica, definitiva, di una sconfitta. Il piano Fiat ne tocca in effetti la cassaforte di famiglia, il suo core business, lo zoccolo duro dei suoi elettori, e la idea stessa di mondo che ci ha proposto nell’ultimo mezzo secolo. In particolare per la sinistra italiana, lavoro e diritti sono sempre stati presentati come armoniosamente (e utilmente) compatibili, una realtà inscindibile. In questo senso, quando la Fiat chiede nuovi termini di organizzazione, qualunque essi siano, e qualunque ne sia la ragione, le nuove condizioni costituiscono obiettivamente per questa area politica la conclusione di un intero ciclo storico. Qualunque parte le varie anime della sinistra sceglieranno di giocare in questa trattativa, quella di chi lavora con Marchionne o quella di chi lo rifiuta, qualcosa è già perso, comunque – da Mirafiori non uscirà nessun vincitore.

Sono condizioni nuove di cui si discuterà con accanimento per molto tempo. Ma intanto c’è molto da ragionare sul fatto che, dopo sedici anni di Silvio Berlusconi, identificato da molti addirittura come costruttore di un «regime», la sinistra sia stata messa con le spalle al muro non dal Premier ma da un manager di una antica azienda. Manager e Azienda entrambi – è utile qui ripeterlo – considerati dei seri interlocutori da parte di questa stessa sinistra. Un vero e proprio paradosso, una sorta di poetica vendetta della storia. Come è stato possibile? Avanzo qui solo alcune delle moltissime, possibili, spiegazioni.

La prima è che Silvio Berlusconi, a dispetto di tutti i suoi modi forti, le sue leggi ad personam, i suoi assalti alla Costituzione, si riveli alla fine un avversario meno efficace di quel che si teme. Il viceversa di questa possibilità è che la sinistra abbia trascorso più di un decennio a capire chi era Berlusconi, e a dividersi su come combatterlo, perdendo di vista la società che, intorno, galoppava in tutt’altre direzioni. L’elemento della vicenda Fiat che più colpisce, alla fine, forse è proprio questo: quanto impreparata sia arrivata la classe politica del centrosinistra all’appuntamento con Marchionne. Le domande che si sta facendo ora nella spirale finale delle decisioni, in realtà avrebbero dovuto essere se non anticipate, sicuramente affrontate prima. Il Pd – e non solo, dal momento che questa è una storia che fa cambiare il volto alla industrializzazione dell’Italia – avrebbe dovuto sapere, anticipare, dirigere, insomma.

E non è che Marchionne abbia messo tutti dinanzi a un fatto compiuto: della Fiat si sa tutto, la vicenda si è sviluppata in perfetta trasparenza da almeno un paio di anni, e dall’estate scorsa, cioè dal referendum per Pomigliano, la conflittualità fra Fiom e manager Fiat è passata al calor bianco. Ma lo scontro è rimasto per mesi nel ghetto delle «relazioni industriali», come si dice in gergo per indicare che è rimasta tutta una questione di fabbriche e di sindacati. La storia che in questi giorni arriva alla conclusione è maturata – è necessario ricordarlo – confusa in mezzo alle varie agende della politica. Il governo per mesi è stato a guardare perché non aveva – per divisioni interne – il ministro dello Sviluppo economico, il Pd si è perso nella lotta interna fra le sue varie anime (veltroniane, dalemiane, popolari, centriste, cattoliche di ordinanza o meno) dopo la nomina di Bersani, mentre i centristi seguivano affascinati la «rupture» fra Fini e Berlusconi. Se un giorno qualche ragazzo in vena di fare i conti con questo Paese farà una ricerca per la sua tesi di laurea sul giornalismo nell’anno 2010 troverà (possiamo anticiparlo) molto più spazio dedicato alle escort di Silvio, alle case di Montecarlo, e allo scontro fra Palazzo Chigi e Magistratura. Un ordine di interessi perfettamente riscontrabile anche sui fogli di informazione di sinistra.

Di operai si è parlato poco, negli ultimi anni. Solo lo stretto necessario. Con una fondamentale incredulità della trasformazione in corso nel mondo. L’agenda politica intorno a cui la sinistra si è avviluppata nel 2010, a guardarsi indietro, ci appare oggi come estremamente laterale, se non addirittura irrilevante. Questa è la vera responsabilità dell’area democratica: essersi fatta bloccare da Berlusconi come un cervo abbagliato dai fari di una macchina, mentre il resto del Paese e del mondo continuavano a correre.

Oggi che l’operazione Marchionne si scopre decisiva, la sinistra vi arriva così troppo tardi per avere soluzioni diverse, o anche solo per avviare una discussione. Ma può sempre fare peggio: può ad esempio, di fronte alla difficoltà, cedere alla tentazione di lacerarsi – come sa fare benissimo, e come effettivamente già sembra incline, anche questa volta, a fare.

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