Se il Pd (anche a Torino) fa autogol

Lo spettacolo continua. Il ritiro di Francesco Profumo, rettore del Politecnico designato dal Pd locale come aspirante sindaco di Torino, è il nuovo atto di una rappresentazione itinerante dove la commedia si mischia al dramma. Fuor di metafora, la veduta d’insieme del Pd alle prese con la scelta dei candidati alle primarie cittadine è davvero sconcertante. Del caso Milano si è già scritto molto. Poi è venuta Bologna. L’armonia nel Pd era tale che al suo interno si contavano cinque diversi concorrenti. Dopo infiniti tormenti è arrivata la scelta per esclusione di Virginio Merola. Sentendo l’odore del sangue, il mago delle primarie Nichi Vendola si è precipitato in città per benedire la «civica» Amelia Frascaroli. Una corsa al ribasso che ha finito per consegnare al centrosinistra due candidati di estrema debolezza. Un altro 1999, quando la rossa Bologna venne espugnata da Giorgio Guazzaloca, è possibile. C’è grande fermento anche nel laboratorio napoletano, dove per evitare la cannibalizzazione del partito mediante resa dei conti alle primarie di tre diversi candidati, tutti di area ex Ds, stanno lavorando a una soluzione geniale, l’abolizione delle succitate primarie. La provvidenza si è manifestata tramite i rifiuti, usati come pretesto per prorogare di 20 giorni la ricerca di un Papa straniero che permetta di nascondere la cenere sotto al tappeto.

Nonostante l’impegno è però difficile che si riesca a fare peggio di quanto avvenuto in questi giorni a Torino. Nell’unica roccaforte del centrosinistra al Nord la corsa cominciò ad aprile, dopo l’inaspettata sconfitta alle regionali. I giovani leoni del Pd locale passeggiavano davanti a Palazzo di città dimostrando di avere idee chiare. «Dobbiamo creare una candidatura unitaria che rappresenti un cambio generazionale. Altrimenti da Roma ci imporranno una riserva della Repubblica, tipo Piero Fassino». In effetti. Passa un mese e Massimo D’Alema dichiara unilateralmente chiusa ogni discussione. «Ma cosa vogliono a Torino? Un candidato ce l’hanno già…».
E invece, sarà l’orgoglio sabaudo, i democratici si mettono alla ricerca di un candidato civico che esprima l’autonomia locale del partito, tanto vagheggiata anche nello statuto del Pd. Sergio Chiamparino, sindaco uscente, fa il nome di Profumo. Il segretario regionale Gianfranco Morgando ci crede e si sobbarca il lavoro di costruzione della candidatura. I presunti giovani sono già troppo impegnati a litigare tra loro per rendersi conto che, qualunque sia la scelta, non ci sarà nessun ricambio, come a Bologna. I giochi sembrano fatti per Profumo, che ha anche il pregio di accontentare lo spauracchio Vendola.

Ma poche settimane fa l’eterno battitore libero Chiamparino si produce in una inversione a 180 gradi. Mentre insiste a proporsi come leader nazionale, fautore di un rinnovamento del Pd basato su una maggiore autonomia del partito al Nord, a casa sua l’attuale sindaco affossa proprio la candidatura autonoma decisa dai vertici locali. Altro che «esterno», dice adesso l’uomo che nel 1993 sponsorizzò la candidatura civica del professor Valentino Castellani, qui serve un politico vero, uno esperto, insomma Fassino, suo vecchio compagno ai tempi del Pci torinese. E così facendo apre la porta alle pressioni romane sul nome dell’ex segretario Ds, lasciando il cerino nelle mani di Morgando, che finisce con le dita ustionate. Profumo, dopo aver a lungo tentennato, capisce che non è aria.

Alla fine ha avuto ragione D’Alema. Arriverà Fassino, l’unico davvero incolpevole, l’unico ad aver dato prova di signorilità. Troverà ad accoglierlo primarie affilate come tagliole, con liste civiche che hanno origine dal Pd e un avversario di peso targato Vendola. Per vincere dovrà affidarsi a una base torinese schiacciata dall’imposizione di una scelta romana, tradita da un Chiamparino preoccupato del proprio futuro. E nel caso riesca a spuntarla, accanto a sé avrà giovani ormai vecchi, eterni abbonati alla sconfitta generazionale. Il consueto trionfo.

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