Trasparenza senza responsabilità

Segreto, riservatezza, trasparenza. Nell’età della Rete la riflessione su queste categorie sta connotando la discussione sui diritti delle persone e sulla stessa idea di democrazia.

La tecnologia, infatti, sta potenziando sia le opportunità sia i rischi legati all’informazione, obbligandoci a chiarire nuovamente valori di fondo e obiettivi. Il primo elemento da tenere presente è la liquidità dell’informazione digitale. I bit sono estremamente facili da copiare, immagazzinare e trasmettere. È un dato di fatto. Ciò sta consentendo, oltre al resto, una straordinaria espansione della libertà di espressione, ma in altri casi la liquidità dei bit può causare problemi. Come affrontarli? Innanzitutto partendo dal riconoscimento della insopprimibile liquidità del digitale. Inutile continuare a sognare improbabili carte assorbenti. Al limite, quando necessario, argini, di diversa natura e spessore, a seconda delle circostanze e dell’effettivo peso del rischio che si vuole limitare.

Un rischio legato alla estrema mobilità dei bit è certamente quello della diffusione illecita di dati personali. In questo ambito gli argini sono quelli della normativa sulla privacy, una difesa importante contro il rischio – assai concreto anche in Paesi di antica tradizione democratica – di una sorveglianza pervasiva da parte di governi o aziende, a fini di controllo sociale o di lucro.

Un altro potenziale rischio è quello della diffusione di documenti governativi riservati, come nel caso d’attualità di Wikileaks.

Per valutare l’effettiva consistenza di tale rischio, occorre ricordare che il bisogno di trasparenza degli atti del governo è uno dei tratti distintivi delle società liberali. Esattamente due secoli fa, nel 1810, il patriota ed economista pavese Giuseppe Pecchio scriveva: «La pubblicità è oggi un bisogno dei popoli. Questi non somigliano più come un tempo a quegli indolenti pupilli che non si curano di chiedere ragione ai tutori del loro patrimonio. Hanno gli occhi spalancati su tutto, ed al menomo mistero sono pronti ad accusare il governo di malversazione e di rapina». Pubblicità, occhi spalancati, mistero: sembrano parole contemporanee. Da allora la riflessione sui sistemi democratici è andata ancora oltre, identificando nel segreto uno dei principali nemici di una democrazia compiuta. Questo esigenza di trasparenza sugli atti del governo (che non giustifica affatto la richiesta di una simmetrica trasparenza sugli atti del cittadino: l’uomo di vetro erano i nazisti a volerlo) in questi ultimi anni sta incontrando il digitale, uscendone enormemente potenziata. Dal momento, infatti, che è relativamente facile pubblicare in rete dati e informazioni del settore pubblico, un movimento sempre più forte – soprattutto negli Usa e Regno Unito, ma con esempi crescenti anche in Italia – ne chiede la pubblicazione online. È il movimento dei cosiddetti «dati aperti», mosso sia da un’esigenza di trasparenza che Pecchio avrebbe trovato familiare, sia dalla convinzione che molti dati pubblici, se disponibili online, siano una materia prima preziosa per attività imprenditoriali e sociali di vario tipo.

Dunque la trasparenza come valore assoluto, l’inesorabile e benigno «sole disinfettante» del giudice americano Louis Brandeis? Dopo un primo entusiasmo a favore di una totale trasparenza, in realtà oggi si sta affermando la consapevolezza che l’apertura è sì un principio ordinatore essenziale a tutela di una democrazia sana, ma da temperare secondo l’etica della responsabilità, ovvero tenendo in conto le conseguenze della trasparenza. Se riusciremo a superare sia la resistenza degli apparati che preferiscono quasi costitutivamente l’opacità perché garantisce spazi di manovra, sia l’acritico entusiasmo della trasparenza assoluta, avremo capito meglio un aspetto essenziale della democrazia cogliendo allo stesso tempo i benefici della Rete.

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