Non dividiamoci contro il crimine

Se il boss camorrista Antonio Iovine ha continuato a ridere anche ieri, dopo aver sbattuto in faccia a tutti quella strafottente risata di sfida mentre lo portavano via finalmente in manette, qualche motivo ce l’ha. La rissa divampata sul tema di chi è più duro e puro nella guerra alle mafie tra Roberto Saviano e Roberto Maroni, ma peggio ancora fra i tifosi esasperati dell’uno e dell’altro, è un regalo a lui e a quelli come lui. E rischia di avvitarsi in una pericolosa spirale destinata non tanto ad aprire una salutare discussione sulla penetrazione della criminalità organizzata in aree tradizionalmente «estranee». Ma a spaccare un fronte che almeno su queste cose, al di là delle legittime diversità di opinioni, dovrebbe essere compatto come l’Armada di Giovanni d’Austria a Lepanto.

Certo, il tema è: dobbiamo preoccuparci per le 6.092 operazioni finanziarie sospette a Milano e provincia segnalate dall’Ufficio italiano cambi alla Dia nel solo primo semestre 2008 o sentirci rassicurati dai 29 arresti di personaggi di spicco della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta finiti in galera da due anni in qua? La risposta non è facile. «Hanno parlato di mafia ma per noi del Nord la mafia è un fenomeno lontano. Senza contare che il 90% dei mafiosi è in carcere e quindi la criminalità organizzata è sotto controllo», disse sette anni fa Silvio Berlusconi ai corrispondenti esteri. Ne è convinto?

D’accordo, l’autore di Gomorra, tirando in ballo nella sua denuncia dei rapporti insani tra ‘ndrangheta e politica il solo partito del ministro dell’Interno, è andato a cercarsele le nove pagine di indignazione della «Padania». Il taglio di un passaggio-chiave («Che cos’è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto») nella citazione della frase molto provocatoria di Miglio non l’ha aiutato a dimostrare la cristallina buonafede. L’accostamento infelicissimo tra Sandokan e Maroni (al quale lui stesso riconobbe con parole nette i risultati lusinghieri su questo fronte) se lo poteva risparmiare. E l’apocalittica sicurezza sulle mafie che «hanno in mano il mercato della ristorazione» per un totale di «ventimila locali» è improbabile che sia stata apprezzata dalle decine di migliaia di persone perbene che fanno quel mestiere. Alla larga dai teoremi preconfezionati: se non è tutto mafia il Sud, non può essere tutto invaso dalla mafia il Nord.

Guai, però, se l’appassionata arringa del giovane scrittore a Vieni via con me fosse liquidata solo come un’offesa al buon nome della Lombardia, del Veneto, del Piemonte o dell’Emilia. Guai. Perché ha ragione quando lancia l’allarme sulle infiltrazioni della grande criminalità nelle terre dove ci sono i soldi, come sostengono la magistratura, la Dia e l’ultimo rapporto Sos impresa. Ha ragione quando denuncia il tentativo delle mafie di insinuarsi e aprire un dialogo con chi è al potere, quale che sia la sua bandiera. Ha ragione quando ricorda che gli arresti dei grandi latitanti, per quanto importantissimi, non esauriscono la complessità della guerra: come spiega Enzo Ciconte nel libro ‘Ndrangheta padana, inchieste e documenti alla mano, troppo spesso «la ‘ndrangheta ha conteso alla Lega il controllo del territorio padano». E certe storie esemplari quali quella di Ivano Perego, l’imprenditore che secondo i giudici per tirarsi fuori dai guai economici non si fece scrupolo di cercare dei soci mafiosi, sono solo la conferma che l’infezione c’è. E l’errore più grave sarebbe di scambiarla per un brufolo.

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