La lezione di Pisapia

Il risultato delle primarie di Milano e le successive dimissioni del gruppo dirigente del Partito democratico possono essere lette come la certificazione della fine di un’epoca. Finisce l´epoca nella quale erano i partiti a decidere la selezione e la promozione delle rispettive classi dirigenti. Si trattava, generalmente, di partiti fortemente radicati nella realtà del paese, nelle sezioni nei circoli o nelle parrocchie, e quindi in grado di individuare e promuovere gli uomini e le donne più legati ai rispettivi territori, più fidati e più capaci. Con la crisi e la fine della Prima Repubblica questo sistema, che si era andato progressivamente esaurendo o corrompendo, è saltato. Se Berlusconi ha scelto, con la legge elettorale definitiva dai suoi stessi autori il “porcellum”, la scorciatoia autoritaria della nomina dall´alto del personale politico di Forza Italia, il Pd ha scelto la strada del tutto innovativa delle primarie. Forse chi ha fatto, a suo tempo, questa scelta inserendola nello Statuto del partito, non ne aveva valutato a pieno le conseguenze e i rischi. O, forse, troppo sicuro della propria autorità aveva immaginato di poterne controllare gli esiti. Ora il risultato delle primarie di Milano obbliga il Pd ad una più attenta riflessione. Non parlo del gruppo dirigente locale, ricco di forze nuove e capaci, che ha già convocato per domenica prossima una assemblea dalla quale è possibile, forse augurabile, ottenga un rinnovo del mandato.
Mi sembrerebbe invece opportuno che una riflessione sulle primarie e il loro svolgimento venisse avviata anche a livello nazionale, prevedendo e fissando nelle sedi opportune alcune regole che finora o non sono state fissate o non sono state rispettate. In particolare vanno fissate regole precise per quanto si riferisce alle cosiddette primarie di coalizione, alle quali partecipano candidati indipendenti o appartenenti ad altri partiti. Quando, ad esempio, in Puglia Nichi Vendola ha vinto le primarie regionali che lo contrapponevano al candidato indicato dal Pd, qualcuno aveva pensato che quel risultato fosse soltanto l´esito di una polemica o controversia locale. Da accantonare o dimenticare. Il risultato di domenica di Milano ci dice che non è così: che il candidato sostenuto dal Pd può venire sconfitto da un candidato diverso, che abbia un suo autonomo radicamento nella società.
C´è da chiedersi anche, a questo punto, se sia stato corretto per il Pd, dal punto di vista politico (e anche, visto l´esito finale, dal punto di vista elettorale) mettere la propria “bandierina” su uno dei candidati, tutti degni di concorrere alle prossime elezioni amministrative. È persino possibile che questa ed altre scelte di carattere organizzativo non abbiano favorito ed anzi abbiano danneggiato Stefano Boeri indicato come il candidato del Pd e Valerio Onida che aveva invano chiesto a suo tempo l´elenco dei partecipanti alle precedenti primarie per poter inviare loro il suo materiale elettorale.
Spetta ora al Pd, anche e soprattutto forse a livello nazionale, esaminare se nella gestione di queste primarie ci siano state insufficienze o errori (che spiegherebbero anche una minore partecipazione degli elettori) e alla fine proporre norme capaci di fare delle primarie una occasione di maggiore libertà degli elettori e non una conferma di appartenenza.
Da ieri sera, comunque, accantonate tutte le polemiche, Giuliano Pisapia è il candidato di tutta la sinistra al Comune di Milano. Il candidato di tutti coloro che sperano di chiudere l´epoca confusa e oscura della gestione Moratti.

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